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Come ogni nazione costituitasi di
recente, anche l’Argentina dal momento della sua indipendenza (1816)
si pose il problema della propria identità nazionale e culturale che,
almeno in un primo momento, si risolse da parte delle élites (di
origine iberica) con il rifiuto dei modelli e della cultura della
madre patria e con la aderenza ad altri modelli europei, in special
modo francesi e britannici. Questo processo di internazionalizzazione
della cultura argentina si accentuò ulteriormente con la generazione
«del 1837» la quale, attraverso esperienze di letture, viaggi e
conoscenze, pose il modello culturale europeo come forte punto di
sostegno e di riferimento per la nascente coscienza e tradizione
nazionale.
L’Italia, oltre che come fonte di tradizione letteraria classica, a
fine ‘800 entrò in maniera preponderante ed incisiva nella vita
argentina attraverso le vie degli uomini e delle loro migrazioni. Esse
furono così massicce ed «ingombranti» a livello sia sociale sia
culturale che la risposta delle élites intellettuali argentine a
questa situazione fu l’affermazione della cultura popolare quale
fulcro della identità nazionale che stava formandosi: questo processo
si concretizzò nella letteratura gauchesca, riscrittura colta della
tradizione poetica di derivazione rurale. Fu con la celebrazione nel
1910 dell’anniversario della nascita dello stato argentino che questo
tema dell’identità nazionale assunse tratti e toni accesi: la
rivendicazione dei «valori nazionali» venne da una parte
esteriorizzata dalla spettacolare esuberanza architettonica nella
capitale, dall’altra attuata tramite piani politici volti alla
omogeneizzazione culturale delle masse immigrate.
In posizione ovviamente controcorrente si situarono gli italiani
fascisti che, constatando con grande disappunto come i connazionali
emigrati dimenticassero fin troppo facilmente la lingua italiana per
via del basso tasso di scolarizzazione, temettero il conseguente grave
pericolo della perdita della propria identità nazionale: ciò avrebbe
ostacolato l’adesione di questa fascia di popolazione al fascismo che
dell’orgoglio dell’appartenenza nazionale faceva uno dei punti cardini
della propria ideologia. Nel mezzo di queste due posizioni
campanilistiche si situarono gli intellettuali, che con cosciente
senso critico cercarono di mettere in evidenza le commistioni con le
eredità culturali non locali.
Poiché il volume di Alejandro Patat, Un destino sudamericano. La
letteratura italiana in Argentina (1910-1970) (Perugia, Guerra
Edizioni, 2005) vuole affrontare da quest’ottica il tema presentato
nello stesso titolo (l’influenza della letteratura italiana nella
cultura argentina), l’autore, docente di Letteratura Italiana presso
l’Università di Buenos Aires, all’interno del suo lavoro di ricerca
focalizza l’attenzione su quel «luogo letterario» che furono le
riviste di primo secolo. Esse contribuirono decisamente alla
diffusione critica della letteratura italiana, ma chi diede una «vera
svolta» (p. 24) a questo processo fu Gherardo Marone il quale, facendo
«da ponte tra la critica filosofica e letteraria napoletana del primo
Novecento e quella che egli stesso avrebbe fondato in Argentina» (p.
24), funse quale «interprete assoluto della letteratura e della
cultura italiana in Argentina tra gli anni ’40 e ‘60» (p. 179). A
parte l’ultimo capitolo, interamente dedicato alla ricostruzione del
lavoro di questo importante studioso, i primi tre sono ognuno dedicati
ad una rivista, .
«Nosotros» (1907-1941) nacque per opera di R. Giusti e A. Bianchi ed
ebbe come obiettivo quello di diffondere «i problemi della cultura
argentina, dalle lettere alle scienza sociali», caratterizzandosi fin
da subito nell’essere «luogo d’incontro degli studiosi dell’Università
di Buenos Aires con i critici letterari di ‘La Nación’, quotidiano
rappresentante l’élite conservatrice che dominava il paese» (p. 32).
In ciò il lato fondamentale della rivista: se si volle superare una
deficienza iniziale, che vedeva le letterature francese, inglese e
russa quali modelli indiscussi e centrali, l’introduzione all’interno
della corona dei grandi autori di Pascoli (per la sua «capacità di
raggiungere le vette del lirismo italiano, ma rimanendo fedele ad una
visione umile e umanitaria del mondo e degli uomini», p. 36) e di
Carducci (la cui poesia rappresentava «ciò che di più civile, vitale e
virile l’Italia possedesse in tempo così drammatici», p. 37) può fare
intendere il carattere prettamente reazionario dei canoni estetici e
critici che «Nosotros» propugnava. In tal modo, i vari articoli e
saggi sulla poesia italiana dal Duecento in avanti furono
caratterizzati da un’ottica «genealogica» ed «estrapolativa» dei temi
e degli autori presi in considerazione: se la lettura di Dante «fuori
del suo tempo» e in riferimento continuo ai grandi testi
dell’antichità caratterizzò successivamente la critica argentina (si
vedano i Nueve Ensayos dantescos di J. L. Borges), anche D’Annunzio
venne interpretato come «punto di massima inflessione» (p. 53) del
classicismo italiano: tutto il percorso della letteratura precedente
venne inteso come un «continuum che finisce – e culmina – in
D’Annunzio» (p. 54).
In netta e pubblica contrapposizione a questi atteggiamenti
reazionari, «Martín Fierro» (1924-1927), di contro ad una assunzione
passiva e totale del maggior modello, volle assumere la poetica e
l’insegnamento delle avanguardie storiche quale fonte vitale per la
spinta ad una effettiva autonomia nazionale dalla cultura europea. Se
tra gli obiettivi principali della pubblicazione vi fu quello di
andare contro il pubblico borghese e delle accademie «esprimendo una
rinnovata sensibilità, cioè, la celebrazione del moderno», il rapporto
nei confronti del futurismo italiano fu solo apparentemente epigonale
e va invece letto nel senso di un «riutilizzo di materiali poetici e
letterari effettivamente nuovi per la cultura ispanoamericana degli
anni venti [sic], riadoperati, appunto, ai fini specifici delle
proprie esperienze artistiche» (p. 78). In questo senso tutto il
percorso di «Martín Fierro» è da intendersi come ricerca di quella
autonomia intellettuale in «esile equilibrio» (ivi) fra ricerca del
«nuovo» e sua assimilazione critica.
La terza ed ultima pubblicazione presa in esame è l’importante «Sur»
(1931-1981), la cui azione si realizzò tra gli estremi delle due
precedenti posizioni: se il punto focale rimaneva il problema
dell’«interrogarsi sull’identità latinoamericana», la rivista fondata
da Victoria Ocampo ebbe lo scopo di «importare in modo sistematico
tutto ciò che a partire dalla consapevolezza identitaria risultasse
assente o insufficiente» (p. 111) senza esprimere precise
dichiarazioni di valori ed indicazioni di principi, ma volendo
unicamente offrire «un discorso coerente, per cui un gruppo ridotto di
intellettuali argentini […] rimasero uniti per portare avanti
un’impresa collettiva» (p. 112). Peculiarità di «Sur», che ebbe
contatti con pubblicazioni europee del livello della «Revista de
Occidente» e della «Nouvelle Revue Française», fu il carattere
elitario e chiuso della sua redazione poiché tutti i collaboratori
argentini furono infatti uniti da legami di amicizia o di conoscenza
stretta, mentre quelli stranieri furono amici stretti direttamente
della Ocampo. Tra questi, rilevante fu il ruolo svolto da Leo Ferrero
quale «immagine speculare» della fondatrice: appartenente a «Solaria»
(1926-1936), rivista fiorentina con la quale, decisiva per il
rinnovamento del romanzo italiano, la stessa «Sur» condivise non pochi
punti (l’europeismo e l’ansia di sprovincializzazione, l’opposizione
delle metodologie positiviste e la messa in discussione di alcuni
principi crociani), figlio dello storico Guglielmo e di Gina Lombroso,
nipote del celebre psichiatra, Ferrero divenne unico rappresentante
della cultura italiana nel consiglio redazionale della rivista proprio
per il prestigio di appartenere ad una élite culturale transnazionale
che affascinò la Ocampo, che trovò in lui una conferma e un riscontro
alle sue idee. Conosciutisi a Parigi, per entrambi la capitale
francese rappresentava «l’unico orizzonte possibile» (p. 123) al di
fuori dei propri confini nazionali, secondo quanto espresso nella
scura rappresentazione che Ferrero fece del panorama italiano e che la
Ocampo fece suo per quello argentino, pubblicato su «Sur», El malestar
de la literatura italiana (I, 4, 1931), rielaborazione del più famoso
e fondamentale Perché l’Italia abbia una letteratura europea,
pubblicato nel primo numero del 1928 di «Solaria»: se, secondo la sua
visione, tipicamente francese sarebbe stato, per un intellettuale,
avere l’istinto del gruppo (a differenza di quello italiano,
egocentrico ed isolato), sicuramente tra gli spunti che la fondatrice
e poi la rivista stessa prese da lui fu proprio il concetto di élite
che, secondo le parole di A. Kornfeld citato dallo stesso Patat,
«avrebbe generato una cultura idonea a plasmare dei cittadini
responsabili e […] di impostare una serie di limiti e pure di generare
varie certezze morali» (p. 120).
La ricerca di Patat assume dunque un ben preciso valore documentario
perché attraverso l’analisi di quattro snodi importanti si è riusciti
a ripercorre mezzo secolo del ‘900, inseguendo le modalità tramite cui
la cultura italiana si è fatta sempre più spazio all’interno della
vita argentina tra disarmonie ed interpretazioni parziali, equilibri e
sintonie: in ciascun capitolo, oltre ad una necessaria introduzione,
si è venuto a considerare questo argomento dal punto di vista sia
diacronico, nel suo svolgimento cronologico, secondo i vari e difformi
approcci e letture che i singoli intellettuali attuarono, nella
continua costituzione e mutamento di un «canone in movimento» sia
sincronico, nell’attenzione posta alle influenze, a volte reciproche,
su problematiche politiche, sociali e culturali argentine.
Gennaio 2008
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