 Once de septiembre
- Trent'anni dopo
Fumetti al servizio
della Storia
L'autore ne racconta la nascita
Un
libro, intitolato "Once de septiembre - Trent'anni dopo" in
memoria dell’anno (1973) in cui scoppiò il colpo di stato in Cile, il
cui contenuto fondamentale è dato dalla storia a fumetti, fedelmente
tratta dalle due settimane di tortura subite da Gina Gatti, in quaranta
pagine in b/n e in scala di grigi, che ne descrivono lo stato detentivo e
la situazione storica di un paese travolto dalla dittatura in un momento
particolarmente vivo e di sviluppo per il popolo cileno.
Proprio
per realizzare uno strumento utile a conoscere una pagina nera nella
storia dell’umanità, il libro è caratterizzato da diversi contributi,
quali articoli sul contesto storico, un intervento scritto di Gina Gatti,
un articolo tecnico sulle potenzialità del fumetto nei confronti delle
tematiche importanti, un brano dell’autore che descrive la realizzazione
tecnica e ne motiva le scelte sia pratiche che emotive, una cronologia dei
fatti, una bibliografia per approfondire l’argomento. Un cenno di
riguardo merita il testo che riporterà l’ultimo discorso tenuto da
Allende alla radio prima di essere ucciso. Queste pagine sono intervallate
da schizzi e bozzetti preparatori del fumetto, per dar modo di vederne
anche lo sviluppo e non solo l’esito definitivo.
La
scelta di raccontare attraverso il fumetto si giustifica col desiderio di
avvicinare i giovani, tradizionali lettori della "nona arte", a
un argomento che difficilmente li vedrebbe interessati su un libro di
testo.
Quindi
il fumetto come tramite, come lingua franca tra la storia e i giovani.
(mostra
delle tavole e presentazione del libro nell'ambito del XII Prix
Leonardo 2003 v.
Appuntamenti
della cultura )
Gianluca Foglia
"Un americano o
un inglese, non ricordo, che ha fumettato alcune pagine completamente in
bianco, ambientate in una tempesta di neve…" così mi avevano detto
a proposito di una storia disegnata.
Quindi
penso "se quello l’ha fatta in bianco… io la faccio in nero, al
buio ". Al buio, sì, mi piace, proviamo dai, niente disegni, solo
testo, due amanti sconosciuti che si danno appuntamento, unica regola:
luce spenta! Poi fanno quello che fanno, affari loro, alla fine
l’intimità li convince ad accendere la luce. Click, ma la pagina è
ancora nera e resterà così. Nessuno dei due voleva che l’altro sapesse
di essere non vedente. Fine e nient’altro. Tecnicamente a posto, sfida
accettata e superata. Ma nulla davvero che vada al di là dell’ultima
pagina, che dia un seguito, un inizio alla riflessione. Una bella trovata
sprecata per così poco.
Fidenza,
5 settembre 2001, una serata organizzata dalla Rete Lilliput in
collaborazione con Amnesty International., parlerà una donna cilena,
sopravvissuta alle torture di Augusto Pinochet, Gina Gatti (chi?),
testimonial nella campagna "Non sopportiamo la tortura", parlerà
di sé. M’interessa, andiamoci.
E
questa donna inizia, un italiano impeccabile, una sicurezza narrativa da
fare invidia, parole semplici, precise, essenziali e capire subito che
incidono il silenzio e paralizzano l’attenzione, che quello che ha da
dire sui libri di storia non c’è mai stato, mentre sulla bocca dei
complici, la stessa verità rivista e corretta, in trent’anni… beh,
tutte le volte che vuoi.
Parla
di resistenza, di libertà, di giustizia, parla di un istinto a non
cedere, di una lotta per una giusta causa. E parla di catture, di
prigioni, di torture, di omicidi, di dittatura, di silenzio, di
solitudine. E parla di buio "da bendato la tua vita si riduce
all’oscurità, a un mondo di mani che ti toccano per maltrattarti, a un
mondo di piedi che vedi nell’unico spiraglio della benda, verso il
basso." E siamo solo all’inizio.
Il
buio, la sua storia, la mia idea. Lascia perdere gli amanti d’albergo,
racconta di questa donna, della sua ombra, delle sue ferite, dei suoi
mostri. Racconta di lei, perché è una di quelle storie che inizia quando
si tace, quando l’eco della storia stessa ti scivola nelle orecchie e
inizia a scavarti dentro, quando ti accorgi di realtà per te così
inimmaginabili e ignorate che ti fan vergognare alla sola idea di
fregartene ancora da quel momento in poi.
E
poi… capire un’altra cosa non meno violenta, non meno vera, più
maledetta e cioè che non è un episodio, che non è accaduto e pace e
bene e queste cose non si fanno più, che non è un difetto di fabbrica
tutta la triste storia di questa donna, che non è un incidente di
percorso, ma un fatto senza confini, che le torture vanno avanti e le
persecuzioni, le dittature, le ipocrisie in nome degli ideali più nobili,
democrazia, libertà e compagnia bella. Che di Gina Gatti il mondo è
pieno e lo è sempre stato, al quale in un modo o nell’altro in tanti
abbiamo contribuito, anche solamente cambiando canale, preferendo non
sapere, accettando di credere a quello che ci hanno insegnato essere più
sincero. E forse più sicuro.
E’
l’11 settembre del 1973 quando Pinochet, sponsorizzato dalla ricchezza
di un paese che si definisce oggi paladino della libertà, prende il
potere in Cile con un colpo di stato, ribaltando con la forza un governo
democraticamente eletto. Quello stesso giorno Gina, e come lei tanti
altri, decide di resistere.
Dopo trent'
anni resiste ancora, raccontando la propria storia, perseguendo un fine
che si chiama verità, che fa a pugni con una giustizia paradossale, o più
semplicemente umana, che manda assolti gli autori dei crimini subiti,
liberi di maltrattare la sua innocenza, senza per forza chiamarsi Gina
Gatti, senza bisogno d’avere una colpa. Sempre che non sia una colpa
difendere la propria vita.
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