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Cultura, Società e Il Mondo dei Caraibi

Arti visive e plastiche

 

di Mariella Moresco Fornasier

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il bisogno del divino. I tabernacoli brasiliani di Minas Gerais  (ottobre 2001)

Poesia e amore in fotografia    (settembre 2001)

Musei ed antimusei  (agosto 2001)

¡Adiós Korda!   (25  maggio 2001)

 

Il bisogno del divino.  I tabernacoli brasiliani di Minas Gerais

 

 

 

 

La bella mostra Oggetti di fede. Tabernacoli brasiliani, conclusasi il 7 ottobre a Torino, ha offerto l'opportunità di ammirare piccoli oggetti di devozione, che hanno permesso al visitatore di gettare una sia pur fuggevole occhiata su un aspetto della vita coloniale dello Stato brasiliano di Minas Gerais. 

I diversi tipi di tabernacoli, da quelli piccolissimi, tascabili, a quelli di dimensioni maggiori, piccole nicchie da salone suggeriscono, attraverso la diversità degli stili, le aspirazioni e le esigenze di chi li ha posseduti, di chi si è rivolto alle immagini sacre in essi contenute con trepidazione e speranza: monaci, avventurieri, fazenderos e schiavi.

Allestita nei saloni barocchi di Palazzo Bricherasio, la mostra è stata realizzata con il materiale proveniente dal Museo dell'Oratorio della città di Ouro Preto, fondato da Angela Gutiérrez, che ha donato al proprio paese la sua ricca collezione. 

Dato il grande successo riscosso dalle esposizioni temporanee in America Latina e in Europa negli anni Novanta (tra cui quella al Louvre del 1998), la collezione è stata divisa in due parti: una stabile presso il Museo di Ouro Preto, l'altra itinerante per permettere a un più vasto pubblico di ammirare questi particolarissimi oggetti devozionali.  

 

 

A Ouro Preto, nello Stato brasiliano di Minas Gerais, si trova il Museo dell'Oratorio del Brasile, una preziosa raccolta donata dalla collezionista Angela Gutiérrez, che la iniziò a partire dal suo primo tabernacolo, ricevuto in dono dal padre quando era ancora una bambina.

Si tratta di piccoli armadi, vere cappelle o altari in miniatura, quando non addirittura piccolissimi oggetti, adatti ad essere portati addosso dal proprietario. Oggetti di devozione che esprimono con grande eloquenza, per chi sappia decifrarne i codici espressivi, le aspettative e le ormai mute confidenze e fiduciose richieste di grazie dei loro possessori, vissuti in anni lontani, tra il Settecento e la fine dell'Ottocento. Un periodo e uno spazio particolarmente propizi alla diffusione devozionale di questi oggetti, arrivati in Brasile sulle navi degli esploratori - conquistatori.

 

Pare che il primo tabernacolo sia giunto nel 1500, portato dall'ammiraglio Pedro Alvárez Cabral, lo "scopritore" del Brasile, che nella sua caravella aveva imbarcato un oratorio con l'immagine di Nostra Signora della Speranza. Una "speranza" necessaria per sostenere chi si accingeva a imprese tanto audaci, un'attitudine dell'anima che si identificava con una delle tre virtù teologali, necessariamente praticate da ogni buon cristiano, quale doveva essere, almeno nella dichiarazione di intenti, chi si accingeva a colonizzare le terre del Nuovo Mondo.

 

 

La consuetudine di possedere reliquie e la devozione delle immagini, incoraggiate dalla Controriforma per stabilire differenze che risultassero evidenti e inequivocabili con il movimento della Riforma protestante, erano pratiche consolidate in Portogallo (come del resto in tutti i paesi cattolici), da dove emigrarono i colonizzatori di quell'immenso territorio che prenderà il nome di Brasile.

Dispersa in spazi enormi, la popolazione aveva rare occasioni per una pratica religiosa collettiva e la partecipazione alla celebrazione eucaristica si riduceva al raro evento del passaggio di qualche sacerdote itinerante. I tabernacoli domestici e quelli più piccoli, da portare indosso o da trasportare con il bagaglio a dorso di mulo, costituivano l'unico elemento sensibile che aiutava il fedele nella sua ricerca di un contatto con la divinità o, più spesso, con la più familiare immagine di un santo protettore, necessario intermediario fra gli umanissimi bisogni di una vita spesso condotta fra pericoli e gravi disagi e un Dio percepito, forse, troppo distante dalle proprie miserie quotidiane.

 

Il bisogno di stabilire un contatto con il trascendente, che tenga conto della propria specificità, determina la scelta delle immagini inserite nei tabernacoli, adatte alla sensibilità, alla situazione sociale, all'eventuale appartenenza a confraternite o associazioni professionali. 

Vengono prodotti tabernacoli di ogni stile e dimensione, utilizzando soprattutto il legno e la pietra locale, la calcite, un silicato di magnesio che permette di ottenere eteree figurine di un bianco candido, inserite nei ricchi tabernacoli barocchi delle fazendas o delle case delle classi agiate urbane.

Nelle stanze matrimoniali vegliavano le figure della Sacra Famiglia, mentre le immagini destinate alle camere delle fanciulle riproducevano la Vergine o Sant'Anna. Nostra Signora della Concezione, del Rosario o del Parto venivano donate dalle madri alle figlie in occasione delle nozze, come incoraggiamento per le fatiche, i pericoli e i dolori della vita matrimoniale e della maternità, che avrebbero dovuto affrontare anche in assenza dei mariti, spesso lontani da casa.

Nelle sale delle case abbienti troneggiavano piccoli altari e ricchi tabernacoli in forma di reliquari, dalle opulente forme barocche o più leggiadramente rococò, spesso comprendenti un piccolo presepe in un apposito spazio sottostante, mentre in quello superiore era raffigurata la Crocifissione. Nelle case più umili si trovavano tabernacoli chiusi da ante, rozzamente scolpiti nel legno, con figure intagliate direttamente all'interno dell'involucro.

 

I tabernacoli da viaggio, detti "pallottole" per la classica forma, simile ad un proiettile (di cui a volte riproducevano le dimensioni piccolissime, di pochi centimetri, per venire portati addosso quali amuleti), venivano assicurati a cinghie di cuoio e trasportati a cavallo, protezione indispensabile per ogni viaggiatore, frate questuante, avventuriero, mercante o mulattiere.

Nello Stato di Minas Gerais si potevano trovare nell'Ottocento artisti e botteghe artigiane che esprimevano la varietà delle culture presenti e che lasciavano la loro impronta caratteristica nei manufatti. Dalle influenze orientali, che giungevano dalle colonie portoghesi dell'Asia, alle espressioni delle culture indigene, a quelle degli artisti colti o popolari europei o nativi della colonia, fino all'esuberanza di forme e di colori profusi nei tabernacoli afrobrasiliani, di grande interesse artistico ma non solo, l'arte religiosa di quel periodo riflette la vastità e l'eterogeneità delle culture presenti nell'impero portoghese.

 

In meravigliosi piccoli armadi, riproducenti le architetture africane, con ante intagliate e decorate con motivi floreali o maschere, gli schiavi inserivano feticci, amuleti, immagini sacre cristiane che rimandavano agli spiriti africani, venerati sotto le spoglie dei santi cattolici, in una profusione di oggetti, fiori e decorazioni ricche di significati nascosti agli occhi dei padroni e del clero cattolico.

 

Qualunque fosse il suo stile e la sua destinazione, a qualunque persona sia appartenuto, "il tabernacolo - luogo di orazione, presenza materiale della divinità - conserva, protegge, illumina, nell'ingenuità e nella semplicità dell'artista anonimo, l'universalità della fede, o del mito, che riavvicina l'essere umano al suo desiderio di appartenere al regno di ciò che è sacro" (dal testo di Angela Gutierrez riprodotto nel catalogo della mostra).

 

[Mariella Moresco Fornasier]

                                                                                                  ottobre 2001

Nelle foto: oratorio con santi e oratorio del Calvario (sec. XVIII)

Poesia e amore in fotografia

 

 

Novantacinque scatti per una storia d'amore. 

Così si potrebbe definire la mostra su Diego Rivera, allestita nel caratteristico quartiere La Boca di Buenos Aires, che  ha raccolto testimonianze fotografiche sulla sua tempestosa relazione con Frida Kahlo, oltre ad una trentina di opere del grande muralista e a una collezione di differenti oggetti della cultura popolare messicana, relazionati con la vita dell'artista. Tra questi ultimi anche un Altar de Muertos in memoria di Kahlo e Rivera.

 

Le fotografie ripercorrono la vita dell'artista, dall'infanzia fino all'ultimo saluto dato alla sposa durante il suo funerale. Un'immagine che ritrae l'artista affranto, in doloroso contrasto con quella felice del giorno delle nozze, il grande corpo di Rivera vicino a quello esile di Frida, tanto diversi da far dire al padre della sposa che "se casó un elefante con una paloma".  

Le trentasei opere pittoriche esposte furono realizzate tra il 1908 e il 1956 e riflettono le influenze ricevute nel corso dei viaggi in Spagna e a Parigi, durante i quali entrò in contatto con la corrente cubista. Particolarmente interessante la serie delle nature morte, dove elementi messicani sono introdotti in un genere appartenente alla tradizione pittorica europea.    

 

Furono proprio Frida Kahlo e Diego Rivera, insieme a Rufino Tamayo, Octavio Paz e André Breton, tutti grandi estimatori della sua opera, a soprannominare "fotopoeta" il fotografo messicano Manuel Alvárez Bravo,  la  cui produzione ritorna nella sua Città del Messico, che gli dedicherà un intero museo, dopo una lunga peregrinazione durata più di trent'anni.

 

Provvisoriamente le oltre duemila immagini dell'artista, ancora attivo all'età di novantanove anni, saranno ospitate dal museo Casa Lamm, che provvederà alla loro catalogazione e ad esposizioni temporanee dei suoi lavori,  realizzati  quasi tutti in bianco e nero, che documentano sessant'anni di vita del Messico.

 

[Mariella Moresco Fornasier]

settembre 2001

Musei ed antimusei

 

 

       

Si è inaugurato a fine agosto a Buenos Aires un nuovo museo, il cui scopo sarà la diffusione dell'arte contemporanea latinoamericana. 

Eduardo Constantini, l'imprenditore argentino che ha donato la sua ricca collezione di oltre 220 pezzi di pittura e scultura per dare vita al museo, ha spiegato che è sua intenzione promuovere la cultura e che la nuova istituzione dovrà avere "sensibilidad social para desarrollar una cultura comunitaria". 

 

Tutte le opere, raccolte nel corso degli ultimi trent'anni, appartengono al XX secolo e tra gli artisti rappresentati figurano i nomi di Frida Kahlo, Diego Rivera e Fernando Botero. La collezione, valutata intorno agli 85 miliardi, è spesso richiesta per mostre temporanee organizzate da prestigiose istituzioni museali, quali il Modern Art Museum di New York, il Centre Pompidou di Parigi e il Museo Nacional de Arte Contemporáneo Reina Sofía di Madrid. 

 

Il Museo de Arte Latinoamericano (Malba), ubicato in un quartiere esclusivo della capitale argentina, è attrezzato per ospitare, oltre alla collezione permanente, anche mostre temporanee e comprende un auditorium per 270 persone. Illustrando il suo progetto, Edoardo Constantini ha detto che "la sede se convertirá en referente del arte latinoamericano y en punto de encuentro de las obras y de los visitantes". 

 

Vivere in un'opera d'arte è sicuramente più che avere un punto di incontro con l'arte, anche se ai più risulta un'impresa impossibile. 

Ci è riuscito invece  José Fuster, un artista cubano. "En 1996 cuando cumplí mis 50 años de vida y 30 años dedicado al arte decidí hacerme este regalo"

uster si è costruito un proprio mondo, a partire dai muri esterni della casa, dove ha inserito varie ceramiche, di tutte le tappe della sua vita artistica, fino a una scultura di Changó (divinità afrocubana), che domina dal tetto. 

 

Pitture, sculture e ceramiche compongono, più che decorare, la sua abitazione, dove non c'è nulla che non sia opera dell'artista. Le sedie e i tavoli del patio sono di ceramica, ogni gradino della scala ha una decorazione differente dagli altri e le pareti sono ricoperte di pitture e di frasi, incise nella ceramica, che intellettuali cubani e stranieri hanno scritto per il padrone di casa. Non ancora appagato, José Fuster sta pensando di estendere alle case dei suoi vicini e all'intera via la sua concezione di "abitare l'arte". 

Perplessi i funzionari comunali, ma Fuster ha già conquistato l'approvazione e il consenso dei  vicini e il suo esperimento è destinato a crescere e a coinvolgere l'intero quartiere.

 

Più tradizionale l'evento museale "ufficiale"della capitale cubana.

Dopo tre anni di restauri, ha riaperto a luglio il Museo Nacional de Bellas Artes  dell'Avana. Completamente ristrutturato, è ospitato in tre edifici, di cui due destinati alle raccolte d'arte mentre il terzo è stato adibito a funzioni amministrative. 

Il Palacio de Bellas Artes ospita le collezioni d'arte cubana per il periodo compreso tra gli anni della Colonia e le ultime generazioni di artisti plastici, mentre il maestoso edificio del Centro Asturiano accoglie una raccolta di arte antica, la pinacoteca europea e collezioni di pittura statunitense e latinoamericana. Le opere riunite nel Museo de Bellas Artes sono quasi cinquantamila. 

 

"Anticaglie del XX secolo". Questo è quanto pensa  dell'arte contemporanea Nicanor Parra, l'ottantaseienne poeta cileno, che  rivisita criticamente l'arte occidentale del secolo appena concluso. Trecento sue opere (definite dall'artista "anticaglie") costituiscono l'oggetto di una mostra che la capitale spagnola gli ha dedicato dal 27 aprile al 10 giugno presso la Fundación Telefónica de Madrid

Con il passare del tempo l'ironia che caratterizza il suo lavoro si è affinata e lo ha portato all'ultima tappa della sua "antipoesia". 

 

Poesia e arte visti dal rovescio, per reinventare l'estetica a partire dall'imperfezione, per recuperare l'arte attraverso forme e oggetti generati dalle parole. Opere e idee che sono "lo spostamento dalla musicalità al visivo, dal suono alla vista. In sintesi: l'antimodernismo". 

Per Nicanor Parra, fratello della musicista-cantante, Violeta Parra, l'arte deve nascere dal piacere e dal gioco e porre in questione tutti i "mostri sacri" dell'Occidente: scienza, religione, economia, politica, pubblicità e le stesse arti, il surrealismo e tutti gli "ismi". Il mezzo? "L'antipoesia o l'anti-quel-che-sia". 

 

La figlia di Parra aspira a creare un antimuseo. Tale padre, tale figlia. 

 

[Mariella Moresco Fornasier]  

agosto 2001

¡Adiós Korda!

 

 

Creò un mito e rimase nella sua ombra. Questo il destino di Alberto DÍaz Gutiérrez, il fotografo cubano che realizzò la mitica immagine del Che, con l'inseparabile basco e lo sguardo fisso davanti a sé, divenuta il simbolo delle utopie rivoluzionarie di tutto il mondo.

 

Korda, questo il suo "nome d'arte", è morto a Parigi per un infarto il 25 maggio scorso, all'età di settantadue anni.

Era nato all'Avana il 14 settembre 1928 e aveva iniziato la sua carriera come fotografo di moda e di pubblicità, attività cui era ritornato anche negli ultimi anni, dopo essersi dedicato ad altri generi, tra i quali la fotografia subacquea, realizzando splendidi servizi sulle bellezze del paesaggio sottomarino della sua Cuba. 

La vera passione della sua vita di uomo e di fotografo fu però il lavoro di documentazione della rivoluzione, cui ha dedicato molti anni di lavoro volontario e al cui servizio si era posto fin dai primissimi giorni, quando i barbudos giunsero nella capitale dalle province dell'Oriente. Decise di "raccontare" e di lasciare la testimonianza di quello che il paese stava vivendo. Diventato amico di Fidel, lo seguì ovunque come fotografo ufficiale. Sue anche alcune delle più significative immagini del viaggio del Papa a Cuba.

 

Accanto a Fidel era anche il 5 marzo 1960, durante la manifestazione di cordoglio e protesta per i tanti morti (duecentosessanta) provocati da una bomba che aveva fatto strage di facchini e volontari che stavano scaricando la nave belga Couval, giunta nel porto dell'Avana con a bordo Jean Paul Sartre, Simone de Beauvoir e altri intellettuali europei, che avevano portato alla giovane rivoluzione il loro sostegno morale e aiuti materiali. Sul palco c'erano Fidel e Camilo Cienfuegos. 

Che Guevara, sofferente per un attacco di asma, era arrivato in ritardo, il volto rabbuiato. Due scatti veloci immortalarono quel volto e quello sguardo. Era nata una delle più celebri immagini del nostro tempo, ma al giornale Granma non piacque e non venne pubblicata. 

 

La foto rimase nello studio di Korda dove, diversi anni più tardi, dopo la morte del Che in Bolivia, Giangiacomo Feltrinelli la vide e l'ottenne in regalo. Da quell'immagine, riprodotta e venduta in milioni di esemplari in tutto il mondo, Korda non ricavò mai nulla e nessuno, in tanti anni, pensò che fosse giusto riconoscergli i diritti di autore. Solo lo scorso anno un tribunale londinese condannò un'agenzia pubblicitaria, che aveva utilizzato il famosissimo ritratto per una campagna pubblicitaria per la vodka Smirnoff, a pagare i diritti di riproduzione e Korda donò quanto ricevuto al governo cubano, affinché comperasse medicinali per gli ospedali pediatrici.

 

Negli ultimi dieci anni le sue opere sono state esposte in molte città europee, messicane e statunitensi. A Parigi, dove avrebbe dovuto inaugurare una esposizione di sue foto, stava lavorando al progetto di un libro che riunirà trecento dei suoi migliori scatti. La sua morte renderà più difficile il lavoro di selezione dei diciottomila negativi del suo archivio ma, a detta dell'editore, non impedirà la realizzazione dell'opera.

Per il suo lavoro Korda ricevette nel 1992 la Distinción por la Cultura Nacional e nel 1994 l'Ordine Félix Varela, il massimo riconoscimento culturale cubano. 

 

[Mariella Moresco Fornasier]

                                                                                 25 maggio 2001

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Ass. Cult. IMAGO MUNDI 

Direttore Mariella Moresco Fornasier

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