Sundance
Film Festival - Celebrity, arriva Fidel
«Comandante»,
il documentario di Oliver Stone su Castro che riassume trenta ore di
intervista al festival di Park City. [...]
Giulia
D'Agnolo Vallan
Park City -
«Credo che il Sundance, oggi, sia più
rilevante che mai, per via del ruolo che gioca, particolarmente in quanto
(organo) di libertà d'espressione. Ho iniziato a preoccuparmi quando mi
è sembrato che (in questo paese) alcune componenti normali del processo
democratico cominciassero ad essere trattate diversamente - come se non
fosse patriottico rivolgere delle domande.....Il fatto è che, in tempi di
paura, si tende a rifugiarsi in luoghi sicuri». Durante il week-end che
ha visto manifestazioni contro la guerra in Iraq accendere un po' tutta
l'America, queste sono state le parole di Robert Redford, fondatore del
principale festival di cinema americano. Se, come ha detto Redford, la
libertà di esprimersi è una nozione cardine del cinema indipendente (Usa
e non), è interessante notare come pochissimi dei film in concorso visti
finora al festival, scelgano di usare quella libertà (fino in fondo). Da
qualche edizione a questa parte - e con le dovute eccezioni - ricerca
formale limitata e sceneggiature molto scritte sembrano la
caratteristica dominante dei film in concorso. Ma, soprattutto (e anche
quest'anno) colpisce la scelta del tipo di storie che i giovani filmmakers
scelgono di raccontare: sempre più «piccole», domestiche, intime -
figli e genitori, i problemi della scuola, della crescita. Sono storie che
raramente trascendono la loro trama, i loro personaggi. Come se il mondo
fosse ristretto, e in uno stato di perenne adolescenza. È una cosa che
molto spesso fa di questo tipo di cinema indipendente Usa uno strumento di
espressione «in sordina». Soprattutto due film, visti durante il
week-end, hanno evidenziato i limiti di questo contesto: Comandante,
il documentario di Oliver Stone su Fidel Castro e A Decade under
influence, il documentario di Richard La Gravenese e Ted Demme sul
cinema Usa anni 70.
Proiettato alle tre del pomeriggio di fronte ad un pubblico folto, Comandante
è il risultato di un'intervista di trenta ore che Oliver Stone ha fatto a
Fidel Castro. Vertiginosamente oscillante tra gli standard del
contemporaneo celebrity journalism, il pellegrinaggio personale (Stone
è un fan naturale di Castro, e Castro un fan naturale dei suoi film di
guerra) e l'inchiesta politica, Comandante affascina proprio per la
sua indefinibilità.
«Non sapevo cosa stavo facendo» ha detto un Oliver Stone più pacato del
solito al publico. Quindi ho deciso di abbattere 'la quarta parete', di
mostrare la troupe e tutto quello che stava succedendo intorno
all'intervista, per creare una situazione in cui gli incidenti erano
permessi». Fin dalle prime battute del film - girato con telecamere in
continuo movimento, e inquadrato da angolature drammatiche - non ci sono
dubbi su chi, tra i due conversanti, conduca il gioco. Con il valido aiuto
di una traduttrice che lavora con lui da trent'anni, Castro diverte,
seduce, elude, prende di punta, pontifica, cambia marcia, getta fumo negli
occhi, si perde in digressioni teoriche e racconta dettagli minuziosi. «In
un certo senso era come avere a che fare con una star del cinema - una
specie di Marcello Mastroianni», ha detto Stone dopo la proiezione. E nel
film lo si vede seguire il ritmo ineguagliabile del leader cubano con
espressioni a tratti frustrate, ammirate, divertite, di riflessione....
Sul côté light, si apprende che Castro cammina avanti e indietro
nel suo ufficio per tenersi in forma, che non si è mai sognato di andare
dallo psicologo, che adora Sofia Loren, Brigitte Bardot, Cantinaflas e,
soprattutto, Charlie Chaplin - di cui conosce a memoria tutti film. Che la
prima volta che ha visto Nixon, nel 1959, lo ha giudicato «un politico di
mente ristretta», che Krushev gli piaceva perché era «un paesano astuto»,
che Kennedy è stato ucciso da più di un fucile solo e che, dopo la
vicenda di Elian Gonzales (un miracolo da parte di Cuba e un disastro da
parte americana) nel paese si sono moltiplicate le manifestazioni a suo
favore. Ma, in mezzo a questo fiume di parole e dettagli impressionistici,
Castro riesce a infilare le sue frustrazioni (per esempio perché Cuba è
stata «usata» sia dagli Usa che dall'Urss), e verità come quella
secondo cui, dalla crisi dei missili in poi, il popolo americano ha
permesso che l'espressione «sicurezza nazionale» diventasse il mantra
assoluto del paese.
Da parte sua Stone riesce a infilare domande sulla presenza cubana in
Vietnam, sulla tortura ai prigionieri politici, sui rapporti con il Che e
la sua morte, sulle elezioni poi non così libere.... Castro sorvola,
elude o risponde con cose già dette - ma, come ha fato notare Stone - è
interessante il modo in cui dice, o non dice, le cose. Montato con un
occhio ai ritmi e alle sensibilità del pubblico di Hbo (andrà in onda a
maggio sulla rete via cavo), anche Comandante è valido più per
quello che lascia trasparire che per quello che mostra. Oliver Stone ha
anticipato che cercherà di rendere disponibile, almeno su Internet, «per
studiosi e politologi» le rimanenti ore dell'intervista.
[...]
Il
Manifesto, 23 gennaio 2003 |