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Cultura, Società e Il Mondo dei Caraibi

Feste e tradizioni

 

di Mariella Moresco Fornasier

 

 

 

Fiesta de San Juan (2 luglio 2002)

Leggende cilene  della Notte di San Giovanni   (2 luglio 2002)

Junkanoo Festival   (18 giugno 2002)

La Semana Santa in Guatemala  (31 marzo 2002)

El guerrero de La Paz se va con honores    (17 marzo 2002)

 

 

 

(nella foto: i "diavoli rossi" nella costa caraibica del Venezuela)

 

 

Il 21 giugno si celebra, caso unico tra le ricorrenze dei Santi, di cui in genere si ricorda la data della morte, la nascita di San Giovanni Battista. L'attuale festività della tradizione cristiana è stata sovrapposta ad antichissimi riti pagani celebrati in occasione del solstizio d'estate. 

 

In quest'occasione, infatti, le ore di luce sono più lunghe di quelle di buio. Il sole trionfa sulle tenebre e la natura è all'apice della sua vitalità. Nell'alternanza ciclica tra buio e luce, i punti in cui uno dei due elementi prevale sull'altro (i solstizi di inverno e d'estate) si caricavano di magia e fiorivano le credenze sullo scatenarsi delle potenze della natura e delle sue divinità.

 

Il timore che il sole potesse perdere la usa forza e far precipitare la terra in tenebre perenni, ha fatto sorgere leggende, usante e riti tra i quali, comune a tutti i popoli antichi, quello dei fuochi , accesi di notte per dare vigore al sole, in riti propiziatori che si sono mantenuti anche in epoca cristiana con il nome di  Fuochi di San Giovanni.

 

Tali usanze sono state portate nelle Americhe, dove ogni paese ha mantenuto l'usanza ancestrale dell'accensione del fuoco (che richiama antiche usanze locali), pur arricchendo la celebrazione con leggende, credenze e rituali particolari, che variano nei vari paesi, attingendo alle culture indigene ed a quelle africane.

 

Riportiamo la descrizione della festa nella zona caraibica del Venezuela, dove rimangono vive le tradizioni musicali della popolazione nera.

 

 

(nella foto: il "salto del fuoco" con valore simbolico di purificazione)

 

 

[m.m.f.]

2 luglio 2002

 

Leggende cilene  della Notte di San Giovanni

 

(testo di Juan Mora in Puntos Los Lagos)

 


Son muchas las tradiciones que se asocian a la Noche de San Juan, la mayoría vinculadas a técnicas de adivinación del futuro de las personas, tanto en su fortuna como su destino personal.

 

Velas y el Espejo

 

Pone frente a un espejo cubierto con un género blanco, un recipiente con agua y al lado de éste, dos velas encendidas. Frente al recipiente, tendrás que ver visiones en el agua a las doce de la noche.


Tres papas

La más conocida de todas es aquella que se utilizan tres papas, una completamente pelada, otra a medio descuerar y una última con todo su cuero; la persona las arroja debajo de su cama o coloca en una caja, y justo a la medianoche saca una. Dependiendo de cual saque sabrá como le irá con el dinero durante el año. Si es la pelada, tendrá muchos problemas; si es la que conserva la mitad con cuero, no le faltará el dinero, pero tampoco le sobrará; y si es la que tiene toda su 
piel, le irá muy bien.

Solo para solteros


Otra de las pruebas que se realiza justo a la medianoche es una en la que solo participan los solteros. Estos se colocan de pie todos juntos- y al frente de cada uno en el suelo- se coloca un montoncito de maíz, del cual se alimentará un gallo. El montoncito que elija el gallo indica que la persona a la que pertenece se casará antes de un año.

Salir a buscar entierros


Otra de las tradiciones de esta festividad señala que la “Noche de San Juan es la única oportunidad del año para salir a buscar entierros. Es decir, aquellas misteriosas luces que aparecen en los campos y cuya presencia indica que sobre ese sitio yace enterrado una fortuna o un tesoro.

La higuera y el guitarrista


Una de las más conocidas es la que señala que si una persona desea convertirse en un excelente guitarrista debe salir a la medianoche y colocarse con su guitarra bajo la sombra algunos dicen que debe treparse- de una higuera.

 

 

La Flor de San Juan

Una de las creencias de la noche de San Juan se refiere a la flor de la higuera. 

Cuenta la leyenda, que la higuera florece por única vez en la víspera de San Juan, precisamente a las doce de la noche, pero dura sólo algunos instantes. 

Según la creencia, el que toma esta flor se enriquece y es feliz para el resto de sus días. 

Pero la tarea no es fácil, es necesario subirse al árbol y observar las ramas más altas, lugar donde florece la flor . 

Y ahora se pone complicada la cosa, porque cercano a las doce se oyen gruñidos, ruidos, maullidos y hasta, gritos espantosos y según lo que cuenta las "malas lenguas", aparece el diablo, serpientes y arañas que intentan herir al intrépido observador. 

El que no tiene miedo, no pasa nada y logra ver la higuera llena de flores. ¡¡Atención!!, hay que tomar solo una y ponérsela en el pecho y después bajar del árbol. 

Al día siguiente desaparece la flor, pero el avezado tendrá fortuna y felicidad.

 

Junkanoo Festival

 


Con l'emigrazione di lavoratori caraibici negli Stati Uniti, in particolare in Florida, sono riproposte molte feste nazionali, anche se a volte in date differenti da quelle in cui vengono svolte nel paese d'origine. Generalmente durante l'estate, musiche e danze fanno rivivere agli  emigrati le tradizioni della loro cultura, con sfilate che coinvolgono le città di accoglienza.

A Miami, tra gli altri, si volge il Goombay festival, che ripropone musiche, danze, festeggiamenti tipici dello Junkanoo  e che viene sostenuto sia finanziariamente che per la sua organizzazione dal governo delle Bahamas.

 

Festa nazionale delle Bahamas, lo Junkanoo Festival fa parte della cultura del paese tanto profondamente che nella capitale gli è stato dedicato un museo, che raccoglie costumi, strumenti musicali ed oggetti correlati con le tradizionali sfilate invernali ed estive. 

Non è sicura l’origine ed il significato della parola Junkanoo. Alcuni studiosi la fanno risalire al francese “inconnu”, riferito all’anonimato dei parteciparti al corteo, che portavano vistose maschere, od anche ad espressioni scozzesi od al nome del primo capo africano che ottenne il permesso di celebrare la festa nelle Indie Occidentali, dove era stato tradotto in  schiavitù.

Pare che i primi festeggiamenti, da cui si sviluppò successivamente il Junkanoo Festival,  siano da far risalire al XVI e XVII secolo, quando agli schiavi era concessa una breve vacanza in occasione delle feste di Natale, che celebravano con canti, danze e musiche africane, imitando in forma paradossale gli abiti dei padroni, fino a trasformarli negli attuali sontuosi e barocchi costumi carnevaleschi.

Dopo l’abolizione della schiavitù, è rimasta  la tradizione di festeggiare il Natale  ed il Capodanno e, successivamente,  il Giorno dell’Indipendenza (10 luglio), organizzando sfilate carnevalesche sempre più complesse, al ritmo del goombay e procedendo  nella tipica maniera del rushing, ritmato dal ritornello "We're rushin', we're rushin', we're rushin through the crowd ... K-k-kalik, k-k-kalik, k-k-kaliking k-k-kalik, k-k-kalik, k-k-kalik, k-k-kalik, yeah." 

Ogni gruppo partecipante al corteo sceglie un tema, al quale si ispireranno i costumi, adattati alla cultura attuale, che sfileranno accompagnati dal suono di corni, conchiglie, fischietti e trombe da bicicletta.

I balli ed i canti iniziano alle due di notte per proseguire fino a notte inoltrata.

 

Il goombay è la musica tradizionale delle Bahamas, risultato della fusione della musica tradizionale dell'Africa con l'influenza sonora europea. Il termine "goombay" in lingua bantu significa "ritmo" ma indica anche il tamburo, coperto di pelle di capra, usato per produrre  il tipico ritmo di questa musica. 

Fin dai tempi della colonia  fu suonato dagli schiavi con mezzi di fortuna, spesso strumenti di lavoro usati come strumenti musicali, che era loro proibito fabbricare. I suonatori utilizzavano barili costruiti con pelle di maiale e di capra, che percuotevano ad imitazione dei tamburi, seghe da carpentiere sfregate con fili di metallo, maracas, bastoncini e violini costruiti artigianalmente con i materiali  che avevano a disposizione.

 

Il goombay accompagna tradizionalmente la Bahamian Quadrille e la Heel and Toe Polka, esempi di come le musiche africane ed europee abbiano trovato una nuova forma espressiva nell'incontro avvenuto ai Caraibi.

Gli attuali gruppi di goombay si sono arricchiti con strumenti moderni, quali la chitarra elettrica, sassofoni ed altri, che integrano, ma non sostituiscono quelli della tradizione, di cui viene rispettata anche il ritmo.

 

Durante l'annuale parata di Junkanoo, viene suonata una versione più veloce e ritmicamente più violenta del goombay, che accompagna il rushing, il tipico modo di procedere, utilizzato nei cortei di festa,  che consiste nell'avanzare di due passi e retrocedere di uno, tramandato anch'esso dalla tradizione dell'Africa occidentale, così come il Jump-In-Dance. 

Quest'ultima è un'espressone di danza allo stesso tempo individuale e corale. Un singolo ballerino danza all'interno di un cerchio di persone, che ne accompagnano i movimenti con il battito delle mani, con il canto ed a volte con il battere ritmico dei tamburi. Il danzatore balla per alcuni minuti per poi scegliere tra i presenti il suo successore, generalmente del sesso opposto, che ne prenderà il posto, continuando la danza.

 

[Mariella Moresco Fornasier]

18 giugno 2002

 

foto: Junkanoo Spirit Pro-motion

La Semana Santa in Guatemala

I riti della Settimana Santa sono sempre stati molti sentiti e partecipati con grande sentimento religioso. Ogni paese ha sviluppato le proprie tradizioni, a volte simili, a volte molto diverse da quelle che in altre località esprimono la stessa pietas popolare.

In Guatemala in ogni città si tramandano riti, musiche, manifestazioni particolari.  Molte però sono comuni a tutta la cultura guatemalteca ed uniscono il ricordo delle tradizioni europee e gli apporti delle culture autoctone. Abbiamo scelto di presentare la consuetudine delle Marce Funebri del Venerdì Santo,  la vestizione delle immagini e le processioni dei penitenti per terminare con  una molto gentile e che ritroviamo anche nelle nostre tradizioni pasquali: le infiorate.

I testi sono di Celso Lara, pubblicati insieme alle immagini sul sito Guía a la Semana Santa

 


 

Vía Sacra Musical


Las marchas fúnebres procesionales constituyen el mayor aporte que Guatemala ha dado al desarrollo de la música occidental. Surgidas en el seno de la sociedad guatemalteca, a finales del siglo XVI, con el objetivo de acompañar los cortejos procesionales de sepultados y nazarenos durante la Semana Mayor, se convirtieron en el canto fúnebre del guatemalteco y 
parte de la música popular.

La más antigua marcha de la que se tenga noticia fue la compuesta para la procesión del Cristo de los Reyes, en 1595. De autor anónimo, la partitura incompleta puede consultarse en el Archivo Arquidiocesano. De clara procedencia veneciana, las primeras marchas fúnebres fueron compuestas por los maestros de capilla de los templos donde hubiese, además de un cura evangelizador, un maestro de capilla. Hubo varios maestros de capilla de 
ascendencia indígena. 
Rápidamente pasaron a formar parte de la herencia social de los maestros músicos, quienes eran integrantes de las bandas de instrumentos de metal, madera y percusión que se organizaron en Guatemala. Hacia la segunda mitad del siglo XVII, las marchas fúnebres estaban difundidas y afincadas en todo el territorio del Reino de Guatemala. Desde entonces se han 
convertido en la expresión del espíritu colectivo del guatemalteco de todos diversos grupos sociales y étnicos.

En el siglo XVIII, fueron mencionadas por José Moziño, cuando llegó a Guatemala con la expedición científica enviada por los reyes Borbones. De su evolución hay constancia con las partituras del siglo XIX, como algunas marchas dedicadas por Eulalio Samayoa a Jesús de Candelaria. Muchos compositores no tenían conocimientos musicales. Sin embargo, como la 
marcha fúnebre tiene una estructura musical muy fija, resulta relativamente fácil componerla para luego ser orquestada por un músico con mayores conocimientos técnicos. 
La estructura musical básica es una primera parte dramática, en donde se expone el tema principal, una segunda parte que modula a su relativa mayor y una resolución en tono menor, por ejemplo "Los Pasos". Escritas en tonalidades menores, su ritmo característico es 4/4. 

La marcha fúnebre pone mucho énfasis en la participación de los cobres en sus melodías: cornos franceses, helicones, trompetas y trombones. Los nobles clarinetes y las flautas intervienen en la filigrana de la melodía clave. Hay que destacar el paso, ritmo y dinámica de la marcha, marcado especialmente por el redoblante, el bombo y los platillos.

Marchas como La fosa, Una lágrima, Los pasos, Señor, pequé y El Cuervo son del dominio de todos los músicos. Como todo fenómeno popular, el nombre de sus autores se tiende a colectivizar, pero destacan Manuel Moraga, Santiago Coronado, Mariano de Jesús Díaz, Julián Paniagua, Salvador y Fabián Rojo, Mario Paniagua, Monseñor Santa María y Vigil y Mónico de 
León.

 


 


Dar vida a las imágenes

 

Una de las tradiciones más antiguas en Guatemala es la de vestir regiamente a las imágenes que son sacadas en procesión durante la Semana Santa, con lo que se expresa el respeto de los fieles a la divinidad del Nazareno.

La tradición de usar costosos atuendos en las imágenes de Pasión es añeja, de ello dio testimonio Jesús Fernández en la Semana Católica del 8 de abril de 1899. "En Jesucristo, agobiado por el peso de la cruz", decía Fernández, el guatemalteco "contempla al rey triunfador que va a tomar posesión de su imperio, revistiendo las estatuas de Jesús con las telas más preciosas, bordadas de oro". 

Esto les parecía a los fieles una condición indispensable, "haciéndole arrastrar cauda como rey y soberano", continuaba. "Sogas y cordeles ataron al divino ajusticiado, pero aquí se han trocado en gruesos cordones entretejidos de oro y así recorre las calles, con majestuoso paso y eco de marchas fúnebres llevado sobre andas". 
Para la identificación inmediata de la imagen, se recurría al uso de colores determinados. De esa forma, los nazarenos eran vestidos de morado, símbolo de la penitencia; los sepultados lucían albas blancas e iban sobre almohadones bordados en oro; las dolorosas eran vestidas con túnica fucsia y manto azul claro, mientras que las imágenes de la Soledad eran ataviadas de negro. 

De tal manera que la costumbre de vestir regiamente a las imágenes de Pasión es muy antigua. Además, en la edición del 25 de abril de 1899 de la misma publicación, se destacaba la labor de bordado de las hermanas Guerra, quienes confeccionaron ese año una túnica para el Nazareno de Candelaria. 

Con el paso de los años, la costumbre del bordado se ha extendido y, hoy en día, son famosos los trabajos de Ramiro Gálvez, de Santa Lucía Cotzumalguapa, y Álvaro Lara y Manuel Morales Montenegro, en la capital.

El proceso del bordado es sencillo, pero requiere paciencia. Se inicia con el diseño, que se plasma en un dibujo. Éste se copia sobre la tela y se cortan plantillas resaltadas, denominadas en conjunto espartería, para resaltar algunas partes del diseño. Las plantillas, que pueden hacerse de varios materiales, se forran de tela que asemeje el tono del oro o plata, para que la espartería mantenga resistencia y se procede a bordar con hilo de oro o plata. Por último, se adorna con pedrería para darle mayor elegancia y realce. 
Algunos ejemplos de trajes muy apreciados son el manto que usa la Virgen de La Recolección, que fue un obsequio de un sacerdote estimado por los parroquianos, fray Miguel Murcia, y la túnica que usó el Nazareno de La Merced para su consagración, en 1717, y que fue restaurada hace pocos años. 

Vestir una imagen es otro arte, algunas personas como Álvaro Lara o Edgar Cristales saben imprimir en el vestuario una animación que hace parecer vivas a las esculturas. El procedimiento es minucioso, la primera fase es colocar tiras de gasa para forrar la talla, de tal manera que cuando se prendan alfileres no se lastime la obra sagrada. Después se le ponen dos albas de tela blanca, encima un fustán de manta almidonada (que, según Lara, antes era de brin si la imagen era de bastidor) y, por último, la túnica, ceñida por cíngulos de hilo de oro. Pero no se trata de poner tela sobre tela, hay que darle movimiento y vida sin deformar los rasgos 
esenciales de la imagen.

Complementan el atuendo de las efigies las cabelleras de pelo natural, que son cuidadosamente peinadas y perfumadas por artistas especializados. Por último están la joyería y los accesorios, que comprenden coronas de espinas, resplandores, halos y dagas, en las imágenes de Pasión. 
De tal manera que, la indumentaria de los santos es parte esencial de las tradiciones religiosas en Guatemala, que marca una etapa más en la secuencia devocional de su gente.




Penitentes y Cucuruchos

El traje talar utilizado por los cucuruchos en Guatemala tiene una larga trayectoria. Su origen se remonta a los primeros trajes de peregrinos utilizados en Europa, hacia el siglo IX, cuando recorrían los lugares sagrados del centro europeo y, sobre todo, a partir del siglo XI, cuando 
visitaban los lugares santos en Medio Oriente. Esta indumentaria estaba ligada a la utilizada en conventos y abadías. Otra influencia fue el traje de peregrino establecido por la orden franciscana, a partir del siglo XII. 
Estos ropajes tuvieron amplísima difusión en toda Europa. En España se volvieron comunes, sobre todo en las peregrinaciones a Santiago en Compostela.

La vestimenta de cucurucho en Guatemala fue traída en el siglo XVI. La primera noticia de los trajes de penitentes es la mención que se hizo en la procesión de Jesús de Candelaria en 1596 en una Crónica del Ayuntamiento. Los hombres iban vestidos con una túnica morada, con una 
esclavina blanca al estilo de los penitentes de Santiago de Compostela y los criollos y nobles iban ataviados como penitentes, portando cucuruchos negros, túnica y alba negra que les cubría el rostro. A principios del siglo XVII, Tomás Gage describió los mismos trajes. José Moziño, en 1795, vio la misma vestimenta aunque agregó que durante los días Miércoles y Jueves Santo los trajes eran de color morado, en tanto el Viernes Santo se utilizaban túnicas negras en conmemoración del luto de la muerte de Jesús.
Jacobo Haefkens, en 1860, hizo otra descripción de los trajes de cucuruchos guatemaltecos por lo que se sabe que habían cambiado poco desde el siglo XVI. A principios del siglo XX, Jesús Fernández comentó que entre los penitentes figuran todas las clases sociales, con la sencilla túnica y el legendario capuz.

El traje de penitente contaba con un cono llamado cucurucho sobre la cabeza que cubría el rostro, excepto los ojos, por eso fue prohibido en distintas oportunidades desde la época colonial hasta el siglo XIX y, durante las dictaduras del siglo XX, casi desaparecieron. Sin embargo, ha vuelto a resurgir en las procesiones a partir de 1950.

La vestimenta del cucurucho en la actualidad se compone de una túnica morada, para los días de Cuaresma y Semana Santa, o negra, para ser utilizada en las procesiones de Viernes Santo. Lleva una esclavina morada o negra, también llamada paletina, que es una sobrecapilla que se coloca en los hombros, como símbolo de penitencia y deriva directamente de los penitentes del Santiago de Compostela. La esclavina de Jesús de Candelaria, usada el Jueves Santo, es blanca para conmemorar la institución de la Eucaristía y porque en 1597 le fue concedido, por bula papal de Inocencio IV, el privilegio de utilizar dicho color. Para ceñirse la túnica se usa un cíngulo o cinturón morado, blanco o negro según la simbología del día, que recuerda la autoflagelación con el que se castigaba el cuerpo, en tiempos coloniales, y que era también portado por los caminantes de Santiago de Compostela. El traje se completa con un parasol también negro o morado, según el día y la procesión. Algunas variantes son los cascos romanos, forrados de tela morada, como en Candelaria. 
Muchos trajes de cucuruchos han sufrido variantes y adaptaciones que las hermandades y cofradías le han impuesto según sus gustos y necesidades, como el de San Juan Sacatepéquez.

Además, se estila otra indumentaria, la de los escuadrones de Palestinos que acompañan muchas de las procesiones guatemaltecas, que son hombres vestidos a la usanza de la Jerusalén bíblica. También los escuadrones de romanos que acompañan los cortejos en la capital, Antigua Guatemala y Quetzaltenango. Por último están las vestimentas de los Cruzados del Santo Sepulcro, tanto de la Recolección como de El Calvario, en la capital, quienes sobre una túnica negra utilizan una capa blanca que recuerda a los cruzados del Santo Sepulcro de la Isla de Rodas que lo cuidan desde el siglo XII.
Por todo ello, los trajes de Semana Santa son únicos en América Latina y ha adquirido su propia naturaleza según el proceso histórico y la creatividad de sus mismos portadores y lashermandades y cofradías que le dan vida. 




Las alfombras

Las alfombras de serrín, flores o frutas constituyen una de las características más importantes de las celebraciones de la Semana Santa guatemalteca.

Las largas y extraordinarias alfombras propias de la cultura guatemalteca forman parte del llamado arte popular efímero y están enraizadas en la memoria colectiva del guatemalteco desde hace mucho tiempo. Son un claro ejemplo del sincretismo religioso y cultural. 

Su origen tiene dos fuentes: en la época prehispánica se sabe, por los cronistas españoles del siglo XVI y los testimonios indígenas escritos, que los señores y sacerdotes caminaban, en ciertas ceremonias, sobre alfombras de flores, de pino y de plumas de aves preciosas como quetzal, guacamaya y colibrí. 
Esta tradición mesoamericana se encontraba presente, en particular, entre los indígenas tlaxcaltecas que durante la Conquista, en el siglo XVI, fueron traídos como personal militar de apoyo por los conquistadores iberos. En la ciudad de Santiago de Guatemala, en 1527, a estos indígenas les fue asignado solar para vivir en donde hoy se encuentra el pueblo de Ciudad Vieja, en Sacatepéquez. 

Por otro lado, a ello se suma la influencia española, particularmente de las Islas Canarias, en Tenerife e Isla de la Gomera, en donde se elaboraban alfombras desde tiempos remotos, ya que hay testimonios escritos del siglo VII, confeccionadas con tierras de colores, arenas y también de flores. Otra tradición primitiva catalana consistía en sembrar el suelo, por donde debía pasar la procesión del Corpus Christi, de ramaje de plantas olorosas como el romero o el espliego que, junto a los pétalos de rosas que se echan al paso del Santísimo Sacramento, crean un ambiente especial, medio campesino medio urbano por donde había de pasar la procesión. El valor sagrado del incienso o del copal lo adquiría en sentido traslaticio el romero o la murta que los huérfanos valencianos esparcían antes del comienzo de la procesión. En algunos lugares, como Toledo, donde la tradición procesional es también muy antigua, además de ese alfombrado se construían arcos.

En la Guatemala hispánica los franciscanos, que tuvieron a su cargo la mayor parte de la evangelización en Guatemala, mantuvieron la tendencia a favorecer la religiosidad popular. 
Uno de ellos, Pedro de Betancourth, era originario de Villa Flor, pueblecito de Tenerife, por lo que conocía las tradiciones canarias. Con este origen y con el desarrollo histórico de los siglos XVII y XVIII, las alfombras se sincretizaron e hicieron guatemaltecas porque se cargaron de 
nuevo contenido, que las llevaron a formar parte de la cultura de los habitantes. 
Su funcionalidad está muy ligada al culto propiciatorio y rogativo. 
Elaborar una alfombra significa para los creyentes agradecer un favor, un milagro y se convierte en obligación personal del individuo hacia la imagen a que venera, que son, en Guatemala, los Cristos Yacentes, los Nazarenos y las advocaciones de la Virgen de Soledad y de todos los 
Dolores. 

Las alfombras son de carácter colectivo. Se hacen por cuadras y por familias completas, quienes trabajan en la confección de los moldes, el teñido del serrín y la elaboración propiamente dicha de la alfombra. Sobre ellas debe pasar el anda de la imagen del Nazareno o del Sepultado en las grandes procesiones de Cuaresma y Semana Santa. 
Las más espléndidas son las de Antigua Guatemala, el lugar desde donde irradiaron a la Nueva Guatemala de la Asunción y al resto de pueblos y ciudades del país.

Alfombras de flores y frutos, como las de San Bartolomé Becerra, de serrín y símbolos cristianos barrocos, en la calle de las Ánimas, en Antigua Guatemala, cerca de la Merced, en la calle de la Amargura y Callejón del Judío, en la ciudad de Guatemala, son ejemplo de la profunda religiosidad del guatemalteco expresada en motivos de gran colorido y creatividad.

31 marzo 2002

El guerrero de La Paz se va con honores

 

Così titolava un quotidiano della capitale boliviana, con riferimento alla rimozione di una grande statua di pietra dal locale museo di Miraflores verso il sito archeologico di Tiwanaku.

Feste e cerimonie celebrate da amautas  (saggi) e yatiris (stregoni) aymara hanno accompagnato il ritorno del "dio gigante", che dopo molti anni ha  fatto ritorno al natio lago Titicaca.

 

Benché portatore della nefasta fama di jettatore, "khencha" in lingua aymara e quechua, il gigante di pietra, conosciuto con il nome di “monolito Bennet” è stato finalmente riportato  a Tiwanaku, il primo centro cerimoniale delle più antiche culture andine,  a una ventina di chilometri dal “mar interior”,  il lago più alto del mondo,  tra la popolazione indigena che lo reclamava da tempo.

Anche il sindaco di La Paz, Juan del Granado, ha preso solennemente congedo dall’antichissimo monumento, con queste parole: “Hasta luego, monolito, hermano mayor de La Paz, no te olvides que  el Illimani te estará mirando desde la altura”. Alla cerimonia di addio, svoltasi nella notte,  hanno partecipato gli anziani ed i sapienti delle comunità aymara. 

L’Illimani è la più alta delle montagne che circondano la capitale boliviana, situata su un altipiano di 3.600 metri di altitudine.

 

Il monolito, del peso di circa 20 tonnellate e 7,15 metri di altezza, era finora conservato in un apposito  spazio semisotterraneo di La Paz, denominato “el templete”.  Decine di comunità indigene hanno accolto con festeggiamenti il ritorno della divinità nel suo luogo di origine, la  millenaria località preispanica, capitale del primo impero andino, considerata come la prima città pianificata dell’America del Sud.

Dopo una permanenza di 69 anni nella capitale boliviana, che l’ha trattato con rispetto ma anche con timore, il monumento  è stato rimosso non senza rimpianti da parte della popolazione del quartiere che l’aveva ospitato e che ha preteso che venisse rimpiazzato da una copia entro i prossimi  4 mesi. Il vice ministro della cultura, Antonio Eguino ha dovuto rassicurare personalmente la popolazione di Miraflores, il quartiere dove era custodito il monolito e che aveva minacciato blocchi stradali per impedirne la rimozione.

Prima di giungere nella capitale nel 1933, il monumento aveva “viaggiato” per altre città boliviane, fino a quando l’archeologo austriaco Arthur Posnansky aveva ideato la sede sotterranea di Miraflores (che ricorda la ubicazione originaria, in un tempio a cielo aperto,  il templete, posto a oltre 2 metri sotto il livello del suolo) per esporlo insieme ad altri pezzi della cultura tiwanakota, dieci dei quali, tra cui la famosa “Porta del Sole”, hanno seguito la “divinità” che faceva ritorno tra i suoi fedeli nella “città sacra” di una delle più antiche civiltà d’America, risalente a 2000-3000 anni avanti Cristo.

 

Fino ad oggi la civiltà di Tiwanaku continua a conservare molti misteri ed intorno ad essa sono fiorite molte leggende.

Neppure il suo nome ha un’origine certa né è stato decifrato con sicurezza. C’è chi gli attribuisce una provenienza aymara e chi una quechua. Molti sono i tentativi di traduzione: pietra del mezzo, ciò che proviene dal Creatore.

Secondo le leggende indigene, la creazione della “città sacra” ha un’origine divina ed è collegata al mito di Viracocha, il Dio Supremo. Nella mitologia andina Viracocha rappresenta una divinità benevola, che ha posto fine ad un periodo primogenio di tenebre e terrore.

Correlata all’attuale timore e rispetto delle popolazioni indigene verso il “gigante di pietra”, è la credenza che Viracocha abbia creato delle creature, i Wari-Wirakocha, che  per le loro azioni malvage furono castigate, venendo trasformate in pietre. Anche i primi uomini, creati successivamente, furono plasmati nella pietra e dotati della forza necessaria a trasportare le grandi pietre utilizzate nella costruzione della “città sacra”.

   

Il monolito e fu scoperto nel 1932 dall’archeologo statunitense Wendell C. Bennett.

Era collocato al centro del templete seminterrato e raffigura un personaggio dal volto coperto da una maschera cerimoniale. Nelle mani tiene elementi rituali, tra cui  una conchiglia utilizzata come  strumento musicale. Sulla schiena e sulla cintura riporta complessi simboli, forse parte di un calendario. Secondo alcune interpretazioni, non da tutti condivise,  rappresenterebbe la Pachamama, la “Madre terra”.

E’ fatto risalire a circa 1.700 anni fa,  durante la Quarta Epoca di Tiwanaku, distrutta da un cataclisma prima della nascita dell’impero incaico.

 

[Mariella Moresco Fornasier]

17 marzo 2002

www.Latinoamerica-online.info  

Ass. Cult. IMAGO MUNDI 

Direttore Mariella Moresco Fornasier

Registrazione presso il Tribunale di Milano n. 768 del 1/12/2000 

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