Latinoamerica-online

Cultura, Società e Il Mondo dei Caraibi

Letteratura e lingua

 

di Mariella Moresco Fornasier

 

 

 

 

 

 

Colombia, il paese dell’eccesso -  prefazione   /   Prólogo (español)   (27 maggio 2003) 

Averiguólo  Vargas   (6 maggio 2003)

Vibrant, lively, resonating words - Xango Music  (29 aprile 2003)

Colombia, il paese dell’eccesso

 

“Non è solo un libro sulla Colombia, ma su un fenomeno, quello della privatizzazione dell’uso della forza, che lì ha trovato indubbiamente il suo campo più fertile, il suo laboratorio di sperimentazione. E lì ha raccolto i suoi maggiori successi.”


Prefazione - Laboratorio di barbarie

di Guido Piccoli  (autore del libro)



Il mondo è sempre più ingiusto e le differenze tra paesi ricchi e paesi poveri e tra ricchi e poveri in ogni paese aumentano sempre di più. Non è ideologia, lo dicono tutti.
I paesi ricchi che dominano il mondo però pretendono, credono o fingono di voler insediare la democrazia dappertutto. Ma la democrazia non può convivere con l’ingiustizia. Quella vera, perlomeno. Come fare allora?

Questo libro parla di un sistema per risolvere questa contraddizione. Efficace, moderno, raffinato e, come tutti i sistemi, mai casuale. La Colombia, dove questo sistema è stato sperimentato con maggiore impegno e successo, fa da cavia al resto del mondo. Un laboratorio del mondo globalizzato, scandalosamente ingiusto, ma "democratico".
Il sistema ha dimostrato di funzionare rispettando, come in Colombia, almeno formalmente, le regole della democrazia rappresentativa e dello "stato sociale di diritto".

In Colombia, per esempio, si vota, e anche spesso, e i partiti di ogni ideologia sono legali, incluso quello comunista. I partiti hanno assicurata l’esistenza soltanto se non colpiscono i privilegi, non sgarrano, non denunciano il sistema. Uno che ha osato farlo, la Unión Patriótica, è stato sterminato. Ma discretamente, con il contagocce, al ritmo di un morto ogni 19 ore per sette anni, fino all’estinzione totale. Fatti i calcoli si arriva, morto più, morto meno, a tremiladuecento tra deputati, consiglieri comunali, dirigenti e semplici militanti uccisi. In Colombia, qualcuno ha avuto il coraggio di attribuire la sua scomparsa al crollo del Muro di Berlino. In Europa, un dirigente di un partito di sinistra ha imputato all’Up una serie di "errori politici". Un morto ogni 19 ore... come avrebbe potuto non farne!

In Colombia, le libertà sono garantite, compresa quella a un’informazione libera e indipendente. All’apparenza, tutti i giornalisti possono dire la loro. Qualcuno, famoso e più volte citato in questo libro, come Antonio Caballero, può perfino permettersi di denunciare con sarcasmo il "terrorismo di stato". Tanto il settimanale su cui scrive viene letto solo dai ricchi: costa come una giornata di "salario minimo". Uno di cronaca che vive nelle tre, quattro grandi città del paese può scrivere di tutto, senza però soffermarsi a indagare più di tanto sulle faccende sporche o scottanti. Se lo fa, comincia a ricevere telefonate nel cuore della notte: una voce, magari anche educatamente, gli ricorda dove vanno a scuola i suoi figli. Chi vive lontano deve invece stare molto più attento: nelle regioni sperdute, si avvisa di meno e si spara di più. Basta poco per sparire per sempre o per finire scaraventato in un fosso con una pallottola in testa. Per questo, da parecchi anni, la Colombia detiene il record mondiale dei giornalisti ammazzati.

Ma c’è chi sta peggio. I sindacalisti, per esempio. All’apparenza, è tutto normale: esiste il diritto di organizzarsi e di scioperare, ci sono i contratti collettivi, c’è un ministro del Lavoro. Ma se si insiste con le proteste e le rivendicazioni si viene semplicemente eliminati. Il sistema viene applicato indistintamente con gli infermieri dell’ospedale pubblico San Juan de Dios di Bogotà senza stipendio da anni, gli operai petroliferi di Barranca, i braccianti delle piantagioni dei latifondisti che lavorano per la Del Monte, i cocaleros che vendono la coca agli emissari dei narcos, i maestri che lottano contro lo smantellamento della scuola pubblica e gli abitanti di qualsiasi rione o paesino che chiedono acqua, luce, fogne e strade. In tutti i casi si applica una specie di manuale. All’inizio li si ignora il più possibile, poi si cerca di spaventarli con la polizia o l’esercito. Se resistono si accetta di trattare, riempiendoli di promesse e impegni, poi lasciati sulla carta. Alla ripresa delle proteste si comincia – se non lo si è ancora fatto – ad accusarli di spalleggiare la guerriglia e poi a colpire i leader, uno dopo l’altro. "Quando i padroni individuano un lavoratore intelligente in grado di sostenere una discussione, questo può considerarsi un uomo morto," raccontavano i lavoratori delle bananeras. Ed è così che sono stati uccisi 23 delegati su 27 del movimento dei cocaleros, che nel 1996 bloccarono le regioni del Sud per protestare contro le fumigazioni. E che, da decenni, vengono decimati interi direttivi sindacali delle categorie a rischio. Nel solo 2001, in Colombia sono morti ammazzati 223 sindacalisti: il 90% di quelli uccisi nello stesso periodo nel resto del mondo. Tranquillamente, senza che l’Organizzazione internazionale del lavoro abbia pensato di imporre qualche sanzione.

L’elenco potrebbe continuare con gli attivisti dei diritti umani, gli avvocati degli oppositori politici, i giudici rispettosi dei codici, i moralisti, gli onesti, i ficcanaso... E poi i ladri di strada, i vagabondi, le prostitute, i malati mentali... Tutti esposti al sistema.
Ovviamente, per essere applicato, il sistema necessita di un meccanismo oliato e di una schiera di esecutori, vasta ed estesa sul territorio nazionale. In nessun paese al mondo, questa schiera è così potente, strutturata, manifesta e da nessuna parte ha ottenuto, con le buone o con le cattive, una così vasta accettazione sociale come in Colombia.

Questo libro ripercorre il fenomeno della privatizzazione dell’uso della forza e il parallelo degrado dello stato. Racconta le imprese dei guerrieri "privati", dai pájaros come il Condor o il Vampiro, al Negro Vladimir e King Kong, fino all’italiano Mancuso e i capi dei capi, Fidel e Carlos Castaño. E racconta quelle degli istruttori stranieri, dal colonnello Oliver North e l’israeliano Yair Klein fino agli anonimi mercenari delle Military Private Companies. E infine racconta dei loro impresari, i politici e gli strateghi che hanno progettato e approvato il sistema senza sporcarsi le mani, come i presidenti da Kennedy a Uribe, i ministri e gli oligarchi colombiani. E poi, di coloro che spesso se le sporcano: generali, colonnelli, capitani e tenenti.

Questo libro parla anche di droga e di guerriglia. Qualcuno obietterà che ne parla poco. Da molti anni si sostiene che la barbarie colombiana dipenda dalla droga e si spaccia l’idea che finirebbe, se venisse eliminata la guerriglia. Anche se Goebbels diceva che "una bugia ripetuta cento volte si converte in realtà", queste affermazioni ripetute non cento, ma un milione di volte, rimangono bugie. La barbarie, così come la guerriglia, nasce e dipende dall’ingiustizia, oscena e crescente, che non può che essere difesa da una pantomima di democrazia. Se, d’incanto, finisse il narcotraffico e, dopo quarant’anni, venisse miracolosamente sconfitta la guerriglia, tutto continuerebbe come prima. La guerra si servirebbe di altre risorse per andare avanti mentre la miseria e il dispotismo produrrebbero altre guerriglie.

Pur efficace e moderno, il sistema non fa miracoli. Riempie solo cimiteri e fosse comuni.

 

maggio 2003

Prólogo

 

por Guido Piccoli  (autor del libro)

 


El mundo es cada vez más injusto y crecen las diferencias entre países ricos y países pobres, y entre pobres y ricos en cada país. No es ideología. Lo dicen todos.
Sin embargo, los países ricos que lo dominan pretenden, creen, o fingen instalar la democracia en todas partes. Pero la democracia no puede convivir con la injusticia. Con la auténtica, por lo menos. ¿Qué hacer entonces?

Este libro presenta un sistema para resolver esa contradicción. Eficaz, moderno, refinado y, como todos los sistemas, en modo alguno casual. Colombia, donde este sistema ha sido experimentado con mayor tesón y éxito, sirve de cobaya al resto del mundo. Un laboratorio del mundo globalizado, escandalosamente injusto pero ³democrático².

El sistema ha demostrado que funciona respetando, por lo menos formalmente, las reglas de la democracia representativa y del estado social de derecho. Colombia es considerada generalmente como una democracia representativa, con un estado social de derecho. Tiene, sin embargo sus peros.


En Colombia se vota, incluso con frecuencia, y son legales los partidos de cualquier ideología, comprendido el comunista. Los partidos, eso sí, tienen asegurada su existencia solamente mientras no atacan los privilegios, no desgarran, no denuncian el sistema. La * Unión Patriótica, que se ha atrevido a hacerlo, le ha sido aplicado sin piedad. Ha sido exterminada. Desde luego, discretamente, a cuentagotas, al ritmo de un muerto cada 19 horas durante 7 años, hasta la extinción completa. Hechos los cálculos se llega, muerto arriba o abajo, a 3.200 asesinados entre diputados, concejales municipales, dirigentes y simples militantes. Alguien ha tenido el valor en Colombia de atribuir su desaparición a la caída del Muro de Berlín. En Europa, por el contrario, un dirigente de un partido de izquierda ha imputado errores políticos a la UP. ¡Como para no hacerlos, con una muerto cada 19 horas!


Las libertades están garantizadas en Colombia. La de una información libre e independiente, por ejemplo. Aparentemente, todos los periodistas pueden expresar lo que deseen. Alguno como Antonio Caballero, famoso y citado en más de una ocasión en este libro, hasta puede permitirse denunciar sarcásticamente el terrorismo de estado. El semanario en que escribe es leído solamente por ricos. Su precio equivale a una jornada de salario mínimo. Quien haga la crónica en una de las tres o cuatro grandes ciudades del país puede escribir de todo, con tal de no profundizar demasiado en sus indagaciones sobre asuntos sucios, ni herir ciertas sensibilidades. Si lo hace, le llamarán por teléfono durante la noche. Una voz, que puede ser incluso educada, le recordará el camino que hacen sus hijos para ir al colegio. Si uno vive lejos, tiene que estar más atento. No hace falta mucho para desaparecer, o para acabar en una zanja con una bala en la cabeza. Así se explica que Colombia detente desde hace años el récord mundial de periodistas asesinados.


En todo caso, hay quien se encuentra en peor situación. Los sindicalistas, por ejemplo. Todo es normal, aparentemente. Existe el derecho a organizarse y a hacer huelgas, hay convenios colectivos, un Ministro de Trabajo. Pero si uno insiste en sus protestas y reivindicaciones, es eliminado. Simplemente. El sistema se aplica indistintamente a los enfermeros del hospital San Juan de Dios de Bogotá, sin sueldo desde hace años, a los obreros petrolíferos de Barranca, a los braceros de las plantaciones de los latifundistas que trabajan para la Del Monte, a los cocaleros que venden la coca a los emisarios de los narcos, a los maestros que luchan contra el desmantelamiento de la escuela pública, y a los habitantes de cualquier barrio que exigen agua, tendido eléctrico, alcantarillado y carreteras. En todos los casos se aplica una especie de manual. Inicialmente se los ignora en lo posible, luego se intenta asustarlos con la policía o el ejército. Si resisten, se acepta negociar y se los llena de promesas y compromisos, que se pudrirán en los papeles. En el caso de que reanuden las protestas, se los comienza a acusar ­si no lo han hecho para entonces- de respaldar a la guerrilla. Luego se va a por los líderes, uno tras otro. ³Cuando los empresarios ven que un empleado se prepara y tiene condiciones para discutir con ellos, es hombre muerto², referían los trabajadores de las bananeras. De esa manera fueron, por ejemplo, asesinados 23 delegados de los 27 que pertenecían al movimiento de los cocaleros, que bloquearon en 1996 las regiones del sur para protestar contra las fumigaciones. Desde hace décadas son diezmados los directivos sindicales de los sectores de riesgo. Sólo en el año 2001 han sido asesinados en Colombia 223 sindicalistas, el 90% de los muertos durante ese tiempo en el resto del mundo. Tranquilamente, sin que la Organización Internacional del Trabajo haya impuesto ningún tipo de sanción.

La lista podría continuar con los activistas de los derechos humanos, los abogados de los opositores políticos, los jueces que se atienen a las leyes, los moralistas, los honestos, los entrometidos...Podríamos citar luego a los ladrones de caminos, a los vagabundos, las prostitutas, los enfermos mentales...a todos los expuestos al sistema.
Evidentemente, la aplicación del sistema requiere un mecanismo engrasado y una red de ejecutores amplia y extendida por el territorio nacional. No lo hay tan poderoso, estructurado y manifiesto en país alguno como en Colombia, ni ha obtenido en parte alguna una aceptación social tan extensa.

Este libro recorre el fenómeno de la privatización del empleo de la fuerza y la degradación paralela del Estado. Cuenta las hazañas de los guerreros privados, desde  pájaros como el Cóndor, o el Vampiro, el Negro Vladimir y King Kong, hasta el italiano Mancuso o los capos de los capos, Fidel y Carlos Castaño. También habla de sus empresarios, los políticos y estrategas que han diseñado y aprobado el sistema sin ensuciarse las manos, como los presidentes Kennedy y Uribe, los ministros y los oligarcas colombianos. Y de quienes se las ensucian a menudo: generales, coroneles, tenientes y capitanes.


También habla este libro de droga y de guerrilla. Alguien objetará que habla poco. Desde hace muchos años se fomenta la creencia de que la barbarie colombiana depende de la droga, y se vende la idea de que se acabaría con ella si fuera eliminada la guerrilla. Por más que Göbbels dijera que una mentira repetida cien veces se convierte en realidad, estas afirmaciones siguen siendo mentira aunque se repitan cien y hasta un millón de veces. La barbarie, como la guerrilla, nace y depende de la injusticia, obscena y creciente, que no puede ser defendida por una pantomima de democracia. Si el narcotráfico terminara por arte de magia, y fuera derrotada la guerrilla por un milagro, todo continuaría como antes. La guerra utilizaría otros recursos para seguir adelante, y la miseria y el despotismo producirían otras guerrillas.


El sistema no hace milagros, por muy eficaz y moderno que sea. Solamente llena cementerios y fosas comunes.

 

mayo de 2003

Averiguólo  Vargas

 

Ignacio Ramírez

 

 

 

Mario Vargas Llosa es lo que se dice un auténtico Divo de la literatura contemporánea. Escritor excelente, autor de novelas capitales como Conversación en la Catedral, La fiesta del Chivo, La guerra del fin del mundo y obras maestras precoces que aún sus detractores suelen respetar (como La ciudad y los perros, La casa verde, los Cachorros). Y, como también suele suceder en la tambaleante pero nunca derribada Torre de Babel que es el universo de los escritores y la literatura, quienes le agreden suelen hacerlo para señalarle posiciones políticas, flaquezas humanas en las que casi todos los mortales resbalan alguna vez, especialmente si cuentan con el doloroso y dudoso privilegio de la fama. Pero, a la larga, sus obras salvan a los autores. Mario está salvado, por encima del bien y del mal de las lenguas viperinas y las calenturientas envidias.

Es, además, elocuente y audaz con la palabra viva y eso le ha convertido en hombre espectáculo que atrae multitudes con solo abrir la boca y poner a rodar la dinámica del verbo. Por eso, y porque esta vez se ha tomado el trabajo de escrutar hasta el último rincón y el último detalle de la vida de una mujer “medio loca, libertadora y genial” (según Germán Arciniegas en el prólogo de Peregrinaciones de una paria, que puso a circular Villegas Editores al tiempo que Alfaguara promovía el lanzamiento de El paraíso en la otra esquina, la novela de Vargas), vale la pena no perder su voz y su presencia esta tarde a las 6 en el auditorio José Asunción Silva de la Feria Internacional del Libro de Bogotá, porque no estará solo: Flora y Paul y la más importante cita de la Feria nos esperan allí.

Acerca del título de su novela sobre la Tristán, Vargas Llosa ha explicado: “cuando chicos, en Arequipa jugábamos a un juego en que nos poníamos no en círculo, sino como en un cuadrado. El muchacho castigado, para volver a entrar, debía hacer una pregunta: '¿Venden huevo aquí?'. 'No, en la otra esquina', le contestaban. En otra fórmula más elevada, decíamos: '¿Está aquí el paraíso?'. La respuesta era evidente: 'No, el paraíso no está aquí, está en la otra esquina'. Ese juego infantil significa, para mí, la búsqueda de lo imposible. ¿Y qué es la búsqueda de lo imposible? La utopía.

Flora Tristán también buscaba la utopía en un mundo tan bárbaro como el que ahora ocupamos pero, aunque parezca mentira, menos tolerante y mucho más agresivo con las mujeres que se atrevían a entrar en la conquista de sus derechos. Ese, quizás, el punto de partida de la configuración de esta novela donde Vargas Llosa acude nuevo a personajes reales y despierta con ello el interés de miles de hombres y mujeres que por mucho tiempo admiramos y discutimos alrededor de Flora y de Gauguin, a veces juntos, casi siempre aparte, pero que no disponíamos  del elemento básico para atizar el fuego: el libro, en este caso; ficción e historia, la magia que únicamente son capaces de hacer permanecer en grado ardiente los escritores de palabra mayor, como Don Mario.

En una entrevista con el periódico madrileño "Diario 16", el autor  recalcó que "Es una novela sobre las utopías, sobre el sueño de la sociedad perfecta, un sueño que estuvo muy vigente en el siglo XIX, cuando hubo multitud de utopías sociales y artísticas. Y Flora Tristán encarnó en lo social esa vocación utópica de su siglo y Gauguin lo hizo en la vertiente".

"Él ansiaba un mundo de belleza que creyó que se encontraba en las culturas primitivas exóticas, y se fue a Oceanía. Ninguno de los dos encontró el paraíso, pero encontraron en la búsqueda unas vidas maravillosas y unos logros extraordinarios".  

 'No soy biógrafo, soy novelista', dijo también, aunque no hay duda de que en esta novela es tan biógrafo como escritor, como estudioso de la figura en la que se ha inspirado para construir los personajes de El paraíso en la otra esquina, porque siguió paso a paso las vicisitudes de Tristán, pero el genio del escritor surgía en todo momento. 'Era una mujer menuda, muy vivaz. De cabellos negros y tez muy blanca. Cintura de avispa. En Arequipa la llamaban la andaluza y todos cortejaban, halagaban y seducían a la francesita'. El resto hay que leerlo. Y hoy, que oírlo.


Datos de Flora la francesita

Florentina Teresa Henrietta Tristán y Moscoso nació en París en 1803. Fue hija de un coronel peruano adscrito al ejército español que se casó en Bilbao con una francesa. No lo hizo de una forma muy ortodoxa. Su padre muere cuando tenía cuatro años y la familia no reconoce el matrimonio. Primera desgracia: la niña y su madre pierden el desahogo burgués en que vivían en París, y se ven condenadas a proletarizarse. 'Vivían en un barrio miserable, en una calle repleta de vagabundos, prostitutas y bares de mala muerte'.

Siendo muy joven, Flora empieza a trabajar en un taller de litografía, y en 1821 se casa con su propietario, André Chazal. Segunda desgracia: es empujada a un matrimonio que la hace infeliz. 'De esa experiencia surgiría su odio al sexo y al matrimonio, que consideró una institución intolerable, en la que la mujer es vendida a un hombre que la convierte en su esclava y sirvienta', apostilla Vargas Llosa.

Cuando Flora Tristán está embarazada de su tercer hijo, abandona a su marido. Tercera desgracia: 'Dejar el hogar suponía para una mujer de entonces convertirse en una perdida y una delincuente'. Vienen años oscuros, de los que se sabe poco. Tristán vive en la clandestinidad, se traslada a Inglaterra, donde probablemente trabaja como criada.

De regreso a Francia, en 1829, una casualidad tuerce el rumbo de sus días. En un bar, un marinero escucha el nombre de Tristán y se presenta a Flora. Le da noticias de una familia que con ese nombre vive de forma opulenta en Arequipa, Perú. Es la familia del hermano menor de su padre. Flora le escribe. Más adelante, y tras seis meses de viaje, la francesita desembarcaría en 1835 en Arequipa para reclamar su herencia. Cuarta desgracia: su familia del otro lado del Atlántico no comparte esa opinión. Pero la tratan bien. Al llegar, le regalan una esclava.  

'Flora Tristán regresa a París transformada en otra persona', sentencia Vargas Llosa. La mujer menuda que llevaba aguantando desgracia tras desgracia se ha transformado en una agitadora. 'Como habían hecho otros grandes utopistas de su época, se propone diseñar la sociedad perfecta desde el punto de vista de la mujer'. Tristán ha comprendido en Perú que la mujer puede ser independiente. Frecuenta círculos intelectuales. Estudia, trabaja, escribe. Publica Sobre la necesidad de prestar una ayuda a las mujeres extranjeras. Comienza a ser reconocida.

Quinta desgracia: su marido le pega un tiro. Le ha intentado quitar a sus hijos, la ha llevado a juicios, ha desatado el escándalo público. La bala que no la mata en realidad la libera. Su marido va a la cárcel. Flora Tristán puede dedicarse a su radical desafío político.  

Le quedan unos cuantos años de actividad desenfrenada hasta su muerte, en Burdeos, en 1844. Viaja a Inglaterra. Se convence allí 'de que la mujer por sí sola no va a conseguir la emancipación', comenta Vargas Llosa, ese biógrafo que hoy nos visita.

 

Cronopios – Agencia de Prensa  cronopios@cable.net.co   3 de mayo de 2003

Vibrant, lively, resonating words

"Xango Music"  by Geoffrey Philp

 

Gina Rey Forest

 

A common perception voiced by a lot of poets nowadays is that they write for the intellectual brain. In so doing however, they tend to deprive a large audience of their talent as they cannot hold the attention span of the audience that they so scorn. A good poet in my opinion, appeals to all levels of intellect by creating layers and texture in their poetry. Some will see all layers, others will see only one, but all will have gotten something for having read the piece.

Words that resonate with our experiences cannot help but affect the lives and minds of those who share in them. I must admit that I approached my reading of Xango Music with a bit of trepidation. Afrocentric poetry in my view always leaves me feeling a bit wanting, or wondering about my Africanness because I don't understand some of the terminology used.

Geoffrey quite aptly rescues the book by providing a glossary of terms and having found it, I was not averse to full exploration of the contents thereof. The poetry seems to depict a kind of love/hate relationship with his chosen place of residence - Miami. His use of imagery is quite vivid as in Morning Jog, Song to the Loas, Missing the Mountains and I could actually feel myself visiting in my min's eye and seeing the clouds, the flocks of ibises in flight. Itwas easy to empathize with his almost desperate longing for his homeland - perhaps a yearning for younger more carefree days. There is a kind of escapism depicted in these poems which seem to be a means of getting away from the harsh realities of living in the ihpromised landlm. He creates a picture of glorious ecological bliss side by side with pollution, or peace and tranq uility co-existing with violence. There is a feeling of impending doom almost as I quite clearly got the impression that a clash is inevitable - looming on the horizon.

His softer side is seen in pieces like Sun is Shining, I Had to Leave A Little Girl and the masterful A Poem in Two Parts about Alligator Wrestling - about the price of infidelity. The rhyming sequence allowed a smooth flow of the words into a sort of seductive rhythm despite the apparent disjointedness of the sentences.

Other poems paid homage to ancestors such as Bob Marley in Sestina for Bob, Bob Marley in the Day Care Centre, Paul Bogle, Nanny, Derek Walcott and other greats that have gone before us.  Poems like Carib Stew - a rather sharp piece which took some well placed pot shots to the jaw of the great USA and their history of interference, or trying to impose their will on smaller  such as Grenada and Cuba..

I distinctly got the impression of a man disillusioned with the realities of being in the ihpromised landlm - the commonly held view that was prevalent in the minds of migrants in the seventies and which still prevail today. However, his disillusionment did not prevent him from seeing the almost ethereal beauty that surrounded him. Being in a foreign country also afforded him the opportunity to appreciate the things that are often easily taken for granted in his homeland.

I found this book to be very entertaining, vibrant and colourful. At the same time I was afforded the opportunity to examine serious issues - kind of like appreciating the external beauty of a succulent fruit while appreciating that the inside may not be as beautiful.

 

Gina Rey Forest is a Jamaican poet and writer:  email: ginareyforest@yahoo.com

Caribartsnews  april 2003

Daína Chaviano: una autora cubana diferente



Con motivo del reciente lanzamiento en México de su novela Fábulas de una abuela extraterrestre, que le valiera el Premio Internacional de Fantasía Goliardos, otorgado por autores, 
ensayistas e investigadores de ese país, Red Literaria logró una entrevista con la escritora Daína Chaviano, minutos antes de partir de Ciudad México rumbo a Miami, ciudad donde reside. 

Por Luis Canell, para Red Literaria 


Daína Chaviano está considerada la principal cultivadora de los géneros de fantasía y ciencia-ficción en la literatura cubana, dentro o fuera de la isla, y es actualmente una de las 
principales narradoras de su generación. La escritora, que ya había obtenido el Premio Azorín de Novela, en España, por El hombre, la hembra y el hambre, y el Premio Anna Seghers, en  Alemania, otorgado por la Academia de Artes de Berlín a su novela Fábulas de una abuela extraterrestre, ahora acaba de recibir el Premio Internacional de Goliardos, en México, por 
esa misma obra, considerada ya un clásico de la ciencia-ficción en Hispanoamérica y que se publica por primera vez en México. 
Chaviano, que reside calladamente en la ciudad de Miami donde la prensa local parece ignorar que tiene en su patio a una de las voces más extraordinarias de la literatura cubana 
contemporánea, no se deja arrastrar por los cantos de sirena que significan estos reconocimientos. 

 

A punto de tomar el avión para regresar a Miami, conversó brevemente con el 
corresponsal de Red Literaria en esa ciudad.


La asociación Goliardos, que agrupa a autores, ensayistas e investigadores de los géneros fantásticos en México, te ha otorgado el más importante galardón de su tipo en este país. 
Anteriormente lo recibieron figuras como Guy Gavriel Kay, que recopiló los relatos inéditos de El Silmarillion, de J.R.R. Tolkien, David Schow, guionista de The Raven, Christa Faust, por su obra neogótica... ¿Cómo se siente una autora cubana colocada en esta categoría de nombres internacionales?


Con muchos deseos de seguir escribiendo... Escribir es mi vida. Siempre lo ha sido, desde que tengo uso de razón. Esta obsesión por compartir ideas es mi modo natural de comunicación. Me siento más cómoda escribiendo que en una entrevista como ésta.


Pero los premios generan entrevistas.


Lo sé, pero en este caso se trata de un premio que llegó sin ser esperado. Ya me ocurrió lo mismo con el Anna Seghers, de Alemania, que también llegó tras la publicación de esta novela... Fábulas es un libro que me ha deparado muchas sorpresas. 


¿Por qué crees que resulta tan atractivo para el público y la crítica? Tengo entendido que también ocupó el primer lugar en la lista de los best-sellers anuales en Cuba, cuando se 
publicó, tres años antes de que abandonaras la isla.


Pienso que se debe tanto a su ropaje como a su esencia. La novela se desarrolla en tres planos o universos paralelos. Uno es el plano de la realidad. Su protagonista es una estudiante que escribe una novela y realiza experimentos paranormales que sólo comparte con una amiga. El otro plano es el de la magia o fantasía, y se desarrolla en un mundo sometido al poder de una 
secta sacerdotal que persigue el poder de los dos Talismanes Sagrados, uno de los cuales es custodiado por un misterioso pueblo de poderes extraordinarios. El tercer plano es el de la 
ciencia- ficción, y transcurre en un planeta donde las criaturas no tienen un físico humano: son seres alados que poseen la visión del tercer ojo psíquico y se comunican con un lenguaje telepático-emotivo muy sui generis. En cada uno de estos mundos, sus personajes se hallan inmersos en búsquedas personales y espirituales que, poco a poco, comienzan a acercarlos entre sí. El elemento de la aventura es primordial en la saga. Pero independientemente de lo atractiva que pueda resultar la anécdota, existen también segundas lecturas que dejan huellas e interrogantes después de terminar la novela. 
Creo que aquí está la clave. Fábulas es un libro relacionado con los problemas de la incomunicación y los peligros de la intolerancia. Contiene varias tesis: la intolerancia puede 
llevarnos al suicidio social, hay que vencer el miedo para poder comunicarnos... Son tesis que ahora adquieren una relevancia global y que siguen manteniendo su vigencia, quince después de haberse publicado por primera vez. Creo que el éxito de la novela radica en una mezcla de estos elementos.

 

El escritor Alberto Ruy Sánchez decía que una de las cosas que le había fascinado del libro era que había logrado sentirse en la piel de criaturas no humanas que, sin embargo, poseían una 
dosis enorme de humanidad. Me he leído casi todas las novelas de este espléndido autor de Alfaguara, desde Los jardines secretos de Mogador hasta Los nombres del aire, y es evidente 
que su obra y sus intereses no se relacionan con el mundo de la ciencia-ficción. ¿No te sorprende esta reacción de lectores y autores que no son conocedores del género?


Es que existe un estereotipo de lo que debe o no ser un libro de este género. Yo no escribo para lectores de ciencia-ficción. Escribo porque tengo cosas que decir. Si sólo me interesara la ciencia-ficción como género, nunca habría escrito novelas como El hombre, la hembra y el hambre o Casa de juegos, por mencionar dos ejemplos. Quien escribe un género sólo porque quiere pertenecer a un gremio está cavando su propia tumba como escritor. La libertad creativa no puede depender de un género. La fantasía, el thriller, la novela negra, deben ser disfraces o herramientas. El género es un medio, no un fin. 


¿Ya conocen en Miami del premio?

 

No sé. En mi e-mail vi mensajes de felicitación provenientes de otros países, incluyendo Cuba. Es increíble cómo vuelan las noticias... Los correos de amigos en Miami aseguran que se enteraron del premio por Internet. 


¿La prensa en Miami aún no ha sacado nada?

 

Creo que no. 


Sin embargo, la revista Glamour, en su número de marzo, ha sacado una extensa entrevista de un rigor literario poco común en ese tipo de publicaciones. ¿No resulta insólito que los medios más "serios" de una ciudad ignoren un premio de esta magnitud, otorgado a una autora que vive allí -como si los escritores de renombre abundaran en todas partes--, mientras en otros países los periódicos, la radio y la televisión han sacado numerosos comentarios y entrevistas sobre el libro y el premio? Tengo entendido que revistas como Paula, de Chile, Excelsior y El Financiero, de México, y Elle te entrevistaron. También te vi hace tres días en un programa televisivo que duró una hora... Y olvido otros medios. 


Bueno, la entrevista que acaba de salir en Glamour fue hecha con motivo de la salida de la novela. Las editoriales envían muestras de libros próximos a salir a diferentes medios de prensa. Así es que la entrevista se preparó desde febrero. Por otra parte, en Miami no existe aún mucha prensa ni espacios dedicados a la cultura. Con excepción de la Feria Internacional del Libro, de una sección dominical en El Nuevo Herald, y de un par de programas en radio, no existe una 
estructura que permita hacer frente a contingencias periodísticas de este tipo. Además, si hemos de ser justos, aún no he llegado a Miami. 


¿Planes inmediatos?


Quiero retomar la escritura de una novela que comencé hace un año. Además, me espera una cordillera de libros por leer.


¿Trabajas en otra obra de ciencia-ficción?


Te lo diré cuando acabe de escribirla.

 

Red Literaria, Marzo 18, 2003   www.red-literaria.com  

www.Latinoamerica-online.info

Ass. Cult. IMAGO MUNDI 

Direttore Mariella Moresco Fornasier

Registrazione presso il Tribunale di Milano n. 768 del 1/12/2000 

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