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Latinoamerica-online Cultura, Società e Il Mondo dei Caraibi |
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di Mariella Moresco Fornasier
Álvaro Mutis riceve il Premio Cervantes (dicembre 2001) La lingua spagnola: strumento di coesione culturale (ottobre 2001) Fiebre por lo español en Brasil (17 ottobre 2001) El español y el destino de las lenguas amerindias (16 ottobre 2001) Un panorama de la narrativa latinoamericana (ottobre 2001)
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Álvaro Mutis riceve il Premio Cervantes
Nell'apprendere la notizia dell'assegnazione del premio, che dal 1976 viene dato ad anni alterni alla carriera rispettivamente di autori spagnoli e latinoamericani, Alvaro Mutis, il primo scrittore colombiano a ricevere questo prestigioso premio, ha commentato di essere tanto contento che gli pareva che lo stesso Miguel de Cervantes lo avesse premiato. Il premio, consistente in
una somma di 75.000 dollari, verrà ufficialmente consegnato dal re Juan Carlos I
nella università di Alcalá de Henares il 23 aprile prossimo, in occasione
dell'anniversario della morte di Cervantes.. Nato a Bogotá nel 1923 e discendente da una famiglia illustre , che vanta tra i suoi antenati fra' Celestino Mutis, che descrisse la flora del suo paese nel secolo 18°, figlio di un diplomatico, visse fino a 11 anni a Bruxelles. Ritornato in patria, passò molti anni in campagna in una grande proprietà agricola, prima di partire per il Messico, dove vive tuttora. Iniziò la sua carriera di letterato come poeta ed in uno dei suo primi libri, Los elementos del desastre del 1953, appare per la prima volta il personaggio che lo renderà famoso: Maqroll el Gaviero (Maqroll il Gabbiere), un protagonista capace di sopravvivere a tutte le disgrazie, compresa la morte e la cui caratteristica è quella di essere un eterno viaggiatore, che naviga senza altro scopo che dimostrare che ciò è possibile. Della poesia di Mutis
si è scritto che "se desplazó con ritmo tranquilo hacia la narrativa, y en muchas de sus mejores páginas la prosa regresa sin sobresaltos al
verso". La saga di Maqroll (sette romanzi e tre racconti) è stata tradotta in 11 lingue ed ha fatto guadagnare al suo autore premi in molti paesi. Maqroll el Gaviero è un pensatore che riflette sul vuoto in cui vive l'uomo in un mondo senza pietà, prigioniero di un destino che non può cambiare. Il marinaio avventuriero, solitario, amante di dubbie frequentazioni ma pronto a prendere le difese dei deboli, lettore di raffinate letture può essere considerato un alter ego del suo creatore? "Maqroll se parece a mí, claro - ha dichiarato Mutis in una intervista rilasciata in occasione dell'annuncio della vincita del Premio Cervantes - tiene mi visión del mundo. Lo he tratado desde el principio y he tratado de serle fiel, tanto en la poesía como en las novelas que empecé a escribir en 1986". Una fedeltà che impedisce di troncare il cammino comune, anche se talvolta il fantasma del Gabelliere si trasforma in ossessione: "nunca me deja en paz, es insoportable'. Qual'è questa visione del mondo che accomuna lo scrittore ed il suo personaggio? "Soy un escéptico resignado - ammette Mutis - Pero en ese escepticismo cabe algunas veces la felicidad. Y ésta es una de esas veces". Di Maqroll, che ha convissuto con lui per quasi tutta la vita, Mutis ha scritto in La nieve del almirante, Ilona llega con la lluvia, Un bel morir, La última escala del 'Tramp Steamer', Amirbar, Abdul Bashur, soñador de navíos, e Tríptico de mar y tierra. "Poeta de tierras calientes y zonas cafeteras, trotamundos y trashumante", per il direttore della Real Academia Española Alvaro Mutis è "un caballero andante de la palabra, o mejor un navegante andante, un caballero gaviero". Il romanzo La mansión de Araucaíma, numerosi saggi ed articoli completano il panorama della sua produzione. [Mariella Moresco Fornasier] dicembre 2001 |
La lingua spagnola: strumento di coesione culturale
Si è tenuto in ottobre a Valladolid, inaugurato dal re Juan Carlos e alla presenza di personalità della cultura del mondo di lingua ispanica, il II Congreso Internacional de la Lengua Española. La città si è trasformata per qualche giorno nella capitale dello spagnolo, la cui importanza come strumento di coesione del vasto mondo di cultura ispanica è stata sottolineata dal sovrano, che ha esortato a potenziarne l'utilizzo, sviluppandone la diffusione e le potenzialità comunicative.
All'evento hanno partecipato oltre 300 relatori: accademici, linguisti, giornalisti, storici ed anche imprenditori, interessati alle caratteristiche di "lingua franca" che lo spagnolo sta sempre più rivestendo in moltissimi paesi di tutti i continenti. Attività parallele, quali cicli di film e concerti (tra cui il concerto di campane di Llorenç Barber, che ha attirato in strada una folla numerosa) ed altri eventi, come l'inaugurazione di una scultura raffigurante i sovrani spagnoli, hanno ampliato la portata culturale dell'iniziativa. Presenti anche personalità del mondo letterario e politico latinoamericano: tra questi i presidenti del Messico e della Colombia, l'ex presidente colombiano Belisario Betancur, il direttore del Colegio de México Miguel León Portilla e lo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa.
Il presidente argentino Fernando de la Rua, che ha lasciato in anticipo il congresso a causa della crisi politica apertasi con la sconfitta elettorale del suo partito, ha sottolineato il potenziale economico dello spagnolo e il ruolo della lingua nel rafforzamento della democrazia: "La lengua favorece la cultura y el bienestar, la crítica y la autocrítica, la belleza y la celebración de la vida amparada en la igualdad y la tolerancia, la claridad y el diálogo frente a la exclusión, los prejuicios y el sectarismo". Il capo dello Stato messicano, Vicente Fox, ha evidenziato come l'arrivo dello spagnolo sul continente americano abbia arricchito "portentosamente" questa lingua con "los usos peculiares, la extremada cortesía, la fina sensibilidad y la maravillosa literatura". Ha comunque esortato a "defender la identidad sin poner barreras, porque el monolingüismo no es ya la condición natural del hombre".
La positività del meticciato culturale e linguistico è stata affermata sia da Miguel León Portilla che da Mario Vargas Llosa. Quest'ultimo ha illustrato la figura di Inca Garcilaso de la Vega, Gómez Suárez de Figueroa, figlio di un conquistatore spagnolo e di una principessa inca, che quattro secoli fa "tomó posesión del español, la lengua del conquistador, y haciéndola suya la hizo de todos", divenendo "el primer mestizo en reivindicar su doble condición, y su prosa fogosa lo convirtió en el primer escritor de su tiempo que hizo del español una lengua de otros extremos, una lengua no sólo de blancos, ortodoxos y cristianos, sino de extramuros, de negros, de ilegítimos y de bastardos; una lengua que se dispersó por el mundo y nos unió'. Miguel León-Portilla, che è anche direttore della Academia Mexicana de la Historia ed uno dei massimi conoscitori delle culture mesoamericane, ha svolto una brillante presentazione della coesistenza dello spagnolo con le lingue amerindiane, di cui è uno strenuo difensore. Provocando l'auditorio con la domanda: "¿La supervivencia de las lenguas amerindias constituye un peligro para el español?", León-Portilla ha risposto affermando la necessità di una pluralità che arricchisce l'umanità, perché "la diferencia cultural es fuente de creatividad [...] Hay quien cree que la desaparición de estas lenguas es inevitable, que la unidad es deseable. Nosotros creemos que su desaparición empobrece la humanidad'. Spezzando una lancia in favore dei popoli indigeni, l'illustre studioso ha concluso che "los indígenas demandan respeto, exigen que se reconozcan sus diferencias culturales" e ha auspicato che "los gobiernos hispanos y las academias vuelvan su mirada a la situación precaria en que se encuentran esas lenguas". (v. in questa pagina: El español y el destino de las lenguas amerindias)
Altri interventi hanno focalizzato temi quali l'uso e la diffusione dello spagnolo in una società sempre più globalizzata, dalla sua adattabilità al nuovo linguaggio tecnologico al suo utilizzo come lingua diplomatica in un mondo sempre più strettamente interdipendente. L'ottantacinquenne premio Nobel Camilo José Cela, incaricato di aprire la sessione inaugurale, ha presentato una relazione "provocatoria", lanciando un appello per la difesa della lingua spagnola, dato che "españoles e hispanoamericanos somos dueños y usuarios de una de las cuatro lenguas del ya próximo futuro, junto al inglés, el árabe y el chino".
Il suo intervento, che in controtendenza con quanto affermato da altri relatori ha ammonito contro il pericolo della perdita della lingua spagnola tra le nuove generazioni (già avvenuta, a suo dire, nelle Filippine, nel Sahara ex spagnolo e in Guinea Equatoriale, dove è stato quasi sostituito dal francese) a causa dell'utilizzo di altri idiomi sia in campi specifici che nell'uso quotidiano, ha suscitato commenti e imbarazzo a causa del testo, lo stesso presentato il 7 aprile 1997 all'inaugurazione del I Congreso de la Lengua Española, tenutosi nella città messicana di Zacatecas, e a Siviglia nell'ottobre del 1992.
Imbarazzato, il direttore della Real Academia Española, Víctor García de la Concha, ha rifiutato di rilasciare dichiarazioni, mentre Jon Juaristi, direttore dell'Instituto Cervantes, ha cercato di sdrammatizzare il fatto, dichiarando che "es muy difícil decir cosas originales sobre el español. Yo mismo, estos días, repito una y otra vez en las entrevistas cosas muy parecidas. Quizá lo que pasa es que Cela es un tradicionalista como Dios manda, y cuantas más semejanzas haya entre los dos textos, más tradicionalista". Joaquín Garrido, cattedratico e direttore dell'Instituto Cervantes di Alburquerque, negli Stati Uniti, ha simpaticamente concluso: "Debemos verlo con cierto humor, como una insistencia en ideas que quiere repetir. Hay gente que insiste mucho en sus propias afirmaciones [...] tenemos que emplear un poco de alegría para enjuiciar esto".
[Mariella Moresco Fornasier] ottobre 2001 |
Fiebre por lo español en Brasil
La ley para las escuelas y colegios brasileños que prevé
la obligatoriedad de la enseñanza del español sigue a la espera de
la aprobación definitiva del Parlamento. Sin embargo, como
quedó patente recientemente en el Congreso Nacional Brasileño
de Profesores de Español -al que asistieron en Fortaleza más de
500 enseñantes- es ya tanta la demanda de español en este país que
poco cambiaría incluso en el caso de que la obligatoriedad no
fuera aprobada por ley. 'Existe en Brasil una verdadera fiebre por
el español', dijo Mariluci da Cunha Guberman, presidenta de
la Asociación de Profesores de Español de Río de Janeiro, que
a primeros de noviembre celebrará el 25º aniversario de su
fundación con un gran seminario sobre la lengua española en el que ya
se han inscrito más de 300 profesores de castellano.
La idea de la obligatoriedad de la enseñanza del español nació en Brasil hace unos ocho años pensando sobre todo en los países del Mercosur. Pero hoy la petición y la necesidad de aprender español en este país se ha robustecido tras haberse convertido España en el primer inversor extranjero de Brasil. A ello hay que añadir que cada vez más las familias de clase media que antes enviaban a sus hijos a estudiar en las universidades norteamericanas hoy se inclinan más hacia las españolas.
da El País - Madrid, 17 ottobre 2001 |
El español y el destino de las lenguas amerindias
por Miguel León-Portilla
Resumen de las palabras pronunciadas en la sesión de apertura del segundo Congreso de la Lengua Española, en Valladolid, España.
Expresaré en este contexto una pregunta: ¿la supervivencia de
las lenguas amerindias constituye un peligro para el español? La respuesta
la han dado ya varios intelectuales indígenas. Tajantemente han declarado
ellos: ''El español también es nuestro''. Son conscientes de que, a la par
que preservan sus lenguas nativas, conocer el español les abre las puertas
para comunicarse entre los diversos grupos étnicos y para establecer
contacto con las mayorías de sus respectivos países. Así pueden hablar con
más de 400 millones de mujeres y hombres. La respuesta la daré en forma de un poema:
Cuando muere una lengua
da La Jornada - Città del Messico, 16 ottobre 2001 |
Un panorama de la narrativa latinoamericanaSociedades cada vez más novelables
por Carlos Fuentes
Asturias, Carpentier y Uslar no inventan la novela hispanoamericana aunque la revelan (y rebelan) críticamente. Somos aliados de la paradoja española. Cervantes funda la novela moderna, pero después del Quijote, las sedes preferentes de la ficción se instalan en Inglaterra, Francia, Rusia, Alemania... España no vuelve a tener grandes novelistas hasta la aparición, que se diría milagrosa, de Pérez Galdós y Clarín. Iberoamérica no tiene novelistas coloniales. Las prohibiciones eclesiásticas y políticas inhibían con sobrada razón (o sinrazón) de tal suerte que la publicación de El Periquillo Sarmiento, de Fernández de Lizarde en 1821, el año mismo de la consumación de la Independencia, se lee como un acto de emancipación literaria. Situaciones picarescas locales, lenguaje popular, ambientes reconocibles. Prácticamente ilegible hoy precisamente por su apego a los giros del lenguaje de la época, Lizarde inaugura una larga línea de novelas y personajes de la picaresca latinoamericana, aunque no gobierna por encima de dos grandes corrientes, primero la del romanticismo prohijado por Rousseau y La Nueva Elisa (la novela más leída en Hispanoamérica en los albores de la Independencia). No nombro a las heroínas que dan título a las dos novelas románticas más populares de la América española en el siglo XIX con la esperanza de que nadie las vuelva a leer.
En el extremo sur del continente, es Jorge Luis Borges quien contempla el cuadro de las heredades, pues la de sus breves ficciones de inmensas resonancias, la cultura europea, llega a suplir, desde luego, los vacíos enfrentados del océano y la pampa. Pero "cultura europea" para Borges es también cultura árabe y cultura hebrea. Cultura mediterránea. Con "Pierre Menard, autor del Quijote", Borges parecería culminar el trayecto transatlántico de Cervantes sólo para abrirlo de nuevo, pues Borges-Menard sólo nos dice que el siguiente lector es siempre el primer lector. No desprendo a la literatura argentina del resto de las literaturas iberoamericanas, pero sí considero que es la mejor. Borges no está solo. Lo acompañan por lo menos tres grandes novelistas. Adolfo Bioy Casares (La invención de Morel), José Bianco (Sombras suele vestir) y, sobre todo, Julio Cortázar cuyo Rayuela es la aguja de marear de nuestra modernidad literaria.
Epica cómica y circular de nuestros frágiles equilibrios entre las dos orillas de una modernidad jánica, insegura de la cara que debe darle al futuro... y al pasado. Elaboración superior del lenguaje y de la fantasía, la obra de Cortázar remite nuestro recuerdo a otros argentinos que renovaron nuestro lenguaje —Roberto Arlt y Macedonio Fernández— y a dos uruguayos que refrescaron nuestra fantasía, Horacio Quiroga y Felisberto Hernández. Pero le sobra razón a Ricardo Piglia cuando se remonta a la obra maestra de nuestra literatura decimonónica, el Facundo, de Sarmiento, pues allí están ya, al cabo, finalmente, las semillas de una novela que es género de géneros, inclasificable y abarcante, biografía, reportaje, historia, economía, geografía, ficción de ficciones, realidad de realidades.
Repicar sin responso. No puedo olvidar a los novelistas de mi propia generación que ya se fueron. Manuel Puig, Severo Sarduy y, sobre todo, José Donoso, cuyo Obsceno pájaro de la noche es, en cierta forma, la novela final, onírica, barroca, simbólica, que arruina para siempre el jardín de la tía Isabel, la América como Edad de Oro, para instalarnos, desde el origen, en la pesadilla brutal de la historia. ¿Quién, más que Pepe Donoso, mereció y nunca obtuvo el Premio Cervantes?
Buenos Aires - ottobre 2001 |
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