Latinoamerica-online

Cultura, Società e Il Mondo dei Caraibi

Letteratura e lingua

 

di Mariella Moresco Fornasier

 

 

 

 

 

 

 

Álvaro Mutis riceve il Premio Cervantes (dicembre 2001)

La lingua spagnola: strumento di coesione culturale  (ottobre 2001)

Fiebre por lo español en Brasil  (17 ottobre 2001)

El español y el destino de las lenguas amerindias  (16 ottobre 2001)

Un panorama de la narrativa latinoamericana  (ottobre 2001)

 

Álvaro Mutis riceve il Premio Cervantes

 

Nell'apprendere la notizia dell'assegnazione del premio, che dal 1976 viene dato ad anni alterni   alla carriera rispettivamente di autori spagnoli e latinoamericani, Alvaro Mutis,  il primo scrittore colombiano a ricevere questo prestigioso premio,  ha commentato di essere tanto contento che gli pareva che lo stesso Miguel de Cervantes lo avesse premiato.

Il premio, consistente in una somma di 75.000 dollari, verrà ufficialmente consegnato dal re  Juan Carlos I nella università di Alcalá de Henares il 23 aprile prossimo, in occasione dell'anniversario della morte di Cervantes..

Nato a Bogotá nel 1923 e discendente da una famiglia illustre , che vanta tra i suoi antenati fra' Celestino Mutis, che descrisse la flora del suo paese nel secolo 18°, figlio di un diplomatico, visse fino a 11 anni a Bruxelles. Ritornato in patria, passò molti anni in campagna in una grande proprietà agricola, prima di partire per il Messico, dove vive tuttora.

Iniziò la sua carriera di letterato come poeta ed in uno dei suo primi libri, Los elementos del desastre del 1953, appare per la prima volta il personaggio che lo renderà famoso: Maqroll el Gaviero (Maqroll il Gabbiere), un protagonista capace di sopravvivere a tutte le disgrazie, compresa la morte e la cui caratteristica è quella di essere un eterno viaggiatore, che naviga senza altro scopo che dimostrare che ciò è possibile. 

Della poesia di  Mutis si è scritto che "se desplazó con ritmo tranquilo hacia la narrativa, y en muchas de sus mejores páginas la prosa regresa sin sobresaltos al verso"
Mutis è stato un poeta per quasi tutta la sua vita.  Solo compiuti i 70 anni, raggiunta la tranquillità economica della pensione, è ritornato al suo protagonista e lo ha fatto rivivere in opere di prosa. Si era all'inizio degli anni '90, che portarono con sé, oltre alla vivacità delle polemiche sui 500 anni del "descubrimiento", un nuovo interesse per tutto ciò che la cultura latinoamericana offriva: in Francia la La nieve del almirante fu scelta come il miglior romanzo straniero, facendo divenire  il suo autore uno degli scrittori più letti di questi anni ed il protagonista  dei suoi libri uno dei personaggi più noti della letteratura latinoamericana. 

La saga di Maqroll (sette romanzi e tre racconti) è stata tradotta  in 11 lingue ed ha fatto guadagnare al suo autore premi in molti paesi. Maqroll el Gaviero è un pensatore che riflette sul vuoto in cui vive l'uomo in un mondo senza pietà, prigioniero di un destino che non può cambiare. Il marinaio avventuriero, solitario, amante di dubbie frequentazioni ma pronto a prendere le difese dei deboli, lettore di raffinate letture può essere considerato un alter ego del suo creatore?

"Maqroll se parece a mí, claro - ha dichiarato Mutis in una intervista rilasciata in occasione dell'annuncio della vincita del Premio Cervantes - tiene mi visión del mundo. Lo he tratado desde el principio y he tratado de serle fiel, tanto en la poesía como en las novelas que empecé a escribir en 1986". Una fedeltà che impedisce di troncare il cammino comune, anche se talvolta il fantasma del Gabelliere si trasforma in ossessione: "nunca me deja en paz, es insoportable'.

Qual'è questa  visione del mondo che accomuna lo scrittore ed il suo personaggio?  "Soy un escéptico resignado - ammette Mutis  - Pero en ese escepticismo cabe algunas veces la felicidad. Y ésta es una de esas veces".

Di  Maqroll, che ha convissuto con lui per quasi tutta la vita, Mutis ha scritto in La nieve del almirante, Ilona llega con la lluvia, Un bel morir, La última escala del 'Tramp Steamer', Amirbar, Abdul Bashur, soñador de navíos, Tríptico de mar y tierra.

"Poeta de tierras calientes y zonas cafeteras, trotamundos y trashumante",  per il direttore della Real Academia Española Alvaro Mutis è "un caballero andante de la palabra, o mejor un navegante andante, un caballero gaviero".

Il romanzo La mansión de Araucaíma, numerosi saggi ed  articoli completano il panorama della sua produzione.

[Mariella Moresco Fornasier]

dicembre 2001

La lingua spagnola: strumento di coesione culturale

      

 

Si è tenuto in ottobre a Valladolid, inaugurato dal re Juan Carlos e alla presenza di personalità della cultura del mondo di lingua ispanica, il II Congreso Internacional de la Lengua Española. La città si è trasformata per qualche giorno nella capitale dello spagnolo, la cui importanza come strumento di coesione del vasto mondo di cultura ispanica è stata sottolineata dal sovrano, che ha esortato a potenziarne l'utilizzo, sviluppandone la diffusione e le potenzialità comunicative.

 

All'evento hanno partecipato oltre 300 relatori: accademici, linguisti, giornalisti, storici ed anche imprenditori, interessati alle caratteristiche di "lingua franca" che lo spagnolo sta sempre più rivestendo in moltissimi paesi di tutti i continenti.

Attività parallele, quali cicli di film e concerti (tra cui il concerto di campane di Llorenç Barber, che ha attirato in strada una folla numerosa) ed altri eventi, come l'inaugurazione di una scultura raffigurante i sovrani spagnoli, hanno ampliato la portata culturale dell'iniziativa.

Presenti anche personalità del mondo letterario e politico latinoamericano: tra questi i presidenti del Messico e della Colombia, l'ex presidente colombiano Belisario Betancur, il direttore del Colegio de México Miguel León Portilla e lo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa. 

 

 Il presidente argentino Fernando de la Rua, che ha lasciato in anticipo il congresso a causa della crisi politica apertasi con la sconfitta elettorale del suo partito, ha sottolineato il potenziale economico dello spagnolo e il ruolo della lingua nel rafforzamento della democrazia: "La lengua favorece la cultura y el bienestar, la crítica y la autocrítica, la belleza y la celebración de la vida amparada en la igualdad y la tolerancia, la claridad y el diálogo frente a la exclusión, los prejuicios y el sectarismo".

Il capo dello Stato messicano, Vicente Fox, ha  evidenziato come l'arrivo dello spagnolo sul continente americano abbia arricchito "portentosamente" questa lingua con "los usos peculiares, la extremada cortesía, la fina sensibilidad y la maravillosa literatura". Ha comunque esortato a "defender la  identidad sin poner barreras, porque el monolingüismo no es ya la condición natural del hombre".

 

La positività del meticciato culturale e linguistico è stata affermata sia da Miguel León Portilla che da Mario Vargas Llosa. Quest'ultimo ha illustrato la figura di Inca Garcilaso de la Vega, Gómez Suárez de Figueroa, figlio di un conquistatore spagnolo e di una principessa inca, che quattro secoli fa "tomó posesión del español, la lengua del conquistador, y haciéndola suya la hizo de todos", divenendo "el primer mestizo en reivindicar su doble condición, y su prosa fogosa lo convirtió en el primer escritor de su tiempo que hizo del español una lengua de otros extremos, una lengua no sólo de blancos, ortodoxos y cristianos, sino de extramuros, de negros, de ilegítimos y de bastardos; una lengua que se dispersó por el mundo y nos unió'.

Miguel León-Portilla, che è anche direttore della Academia Mexicana de la Historia ed uno dei massimi conoscitori delle culture mesoamericane, ha svolto una brillante presentazione della coesistenza dello spagnolo con le lingue amerindiane, di cui è uno strenuo difensore. Provocando l'auditorio con la domanda: "¿La supervivencia de las lenguas amerindias constituye un peligro para el español?", León-Portilla ha  risposto affermando la necessità di una pluralità che arricchisce l'umanità, perché "la diferencia cultural es fuente de creatividad [...] Hay quien cree que la desaparición de estas lenguas es inevitable, que la unidad es deseable. Nosotros creemos que su desaparición empobrece la humanidad'. Spezzando una lancia in favore dei popoli indigeni, l'illustre studioso ha concluso che "los indígenas demandan respeto, exigen que se reconozcan sus diferencias culturales" e ha auspicato che "los gobiernos hispanos y las academias vuelvan su mirada a la situación precaria en que se encuentran esas lenguas". (v. in questa pagina: El español y el destino de las lenguas amerindias)

 

Altri interventi hanno focalizzato temi quali l'uso e la diffusione dello spagnolo in una società sempre più globalizzata, dalla sua adattabilità al nuovo linguaggio tecnologico al suo utilizzo come lingua diplomatica in un mondo sempre più strettamente interdipendente.

L'ottantacinquenne premio Nobel Camilo José Cela, incaricato di aprire la sessione inaugurale, ha presentato una relazione "provocatoria", lanciando un appello per la difesa della lingua spagnola, dato che "españoles e hispanoamericanos somos dueños y usuarios de una de las cuatro lenguas del ya próximo futuro, junto al inglés, el árabe y el chino". 

 

Il suo intervento, che in controtendenza con quanto affermato da altri relatori ha ammonito contro il pericolo della perdita della lingua spagnola tra le nuove generazioni (già avvenuta, a suo dire, nelle Filippine, nel Sahara ex spagnolo e in Guinea Equatoriale, dove è stato quasi sostituito dal francese) a causa dell'utilizzo di altri idiomi sia in campi specifici che nell'uso quotidiano, ha suscitato commenti e imbarazzo a causa del testo, lo stesso presentato il 7 aprile 1997 all'inaugurazione del I Congreso de la Lengua Española, tenutosi nella città messicana di Zacatecas, e a Siviglia nell'ottobre del 1992. 

 

Imbarazzato, il direttore della Real Academia Española, Víctor García de la Concha, ha rifiutato di rilasciare dichiarazioni, mentre Jon Juaristi, direttore dell'Instituto Cervantes, ha cercato di sdrammatizzare il fatto, dichiarando che "es muy difícil decir cosas originales sobre el español. Yo mismo, estos días, repito una y otra vez en las entrevistas cosas muy parecidas. Quizá lo que pasa es que Cela es un tradicionalista como Dios manda, y cuantas más semejanzas haya entre los dos textos, más tradicionalista".

 Joaquín Garrido, cattedratico e direttore dell'Instituto Cervantes di Alburquerque, negli Stati Uniti, ha simpaticamente concluso: "Debemos verlo con cierto humor, como una insistencia en ideas que quiere repetir. Hay gente que insiste mucho en sus propias afirmaciones [...] tenemos que emplear un poco de alegría para enjuiciar esto".    

 

[Mariella Moresco Fornasier

ottobre 2001

Fiebre por lo español en Brasil


por Juan Arias

 

 

La ley para las escuelas y colegios brasileños que prevé la obligatoriedad de la enseñanza del español sigue a la espera de la aprobación definitiva del Parlamento. Sin embargo, como quedó patente recientemente en el Congreso Nacional Brasileño de Profesores de Español -al que asistieron en Fortaleza más de 500 enseñantes- es ya tanta la demanda de español en este país que poco cambiaría incluso en el caso de que la obligatoriedad no fuera aprobada por ley. 'Existe en Brasil una verdadera fiebre por el español', dijo Mariluci da Cunha Guberman, presidenta de la Asociación de Profesores de Español de Río de Janeiro, que a primeros de noviembre celebrará el 25º aniversario de su fundación con un gran seminario sobre la lengua española en el que ya se han inscrito más de 300 profesores de castellano.
En los dos Estados más importantes del país, el de São Paulo y el de Río de Janeiro, la enseñanza del español es ya obligatoria en las escuelas públicas, y en muchos colegios privados lo es por decisión de los mismos. 'Brasil tiene que hablar español', dijo el ex ministro de Asuntos Exteriores brasileño, Luiz Felipe Lampreia.

 

La idea de la obligatoriedad de la enseñanza del español nació en Brasil hace unos ocho años pensando sobre todo en los países del Mercosur. Pero hoy la petición y la necesidad de aprender español en este país se ha robustecido tras haberse convertido España en el primer inversor extranjero de Brasil. A ello hay que añadir que cada vez más las familias de clase media que antes enviaban a sus hijos a estudiar en las universidades norteamericanas hoy se inclinan más hacia las españolas.


Hay en este país no sólo fiebre por la lengua de Cervantes, sino también por todo lo que significa cultura española: literatura, cine, música, pintura o costumbres. Lo demuestra el gran espacio dedicado por los medios de comunicación a todo lo que es español y la acogida favorable que cualquier manifestación artística española tiene en el país, como la última muestra patrocinada por Telefónica en São Paulo titulada De Picasso a Barceló. El Gobierno decidió a los pocos días de inaugurarse hacer gratuita su entrada, ya que hasta de las favelas llegaba la gente para visitarla.

 

 

da El País - Madrid, 17 ottobre 2001

El español y el destino de las lenguas amerindias

 

por Miguel León-Portilla 

 

 

Resumen de las palabras pronunciadas en la sesión de apertura del segundo Congreso de la Lengua Española, en Valladolid, España. 


Esbozaré una breve reflexión sobre la convivencia de la lengua española con centenares de lenguas indígenas que continúan vivas en el Nuevo Mundo. Nuestra lengua, la que nació en Castilla, goza hoy de excelente salud, hablada por más de 400 millones de personas. A su lado, desde hace cinco siglos, sobreviven las amerindias, legado que conservan cerca de 40 millones de seres humanos. Estas lenguas han enriquecido el léxico del español. Confieren ellas matices propios a las distintas hablas nuestras en el continente americano. Han aportado también a la lingüística universal elementos y categorías, captados por los frailes humanistas españoles, que las redujeron a los principios de la gramática. 

Expresaré en este contexto una pregunta: ¿la supervivencia de las lenguas amerindias constituye un peligro para el español? La respuesta la han dado ya varios intelectuales indígenas. Tajantemente han declarado ellos: ''El español también es nuestro''. Son conscientes de que, a la par que preservan sus lenguas nativas, conocer el español les abre las puertas para comunicarse entre los diversos grupos étnicos y para establecer contacto con las mayorías de sus respectivos países. Así pueden hablar con más de 400 millones de mujeres y hombres. 
Preguntémonos ahora: ¿qué valor pueden tener en sí mismas esas lenguas nativas? 

La respuesta la daré en forma de un poema: 

 

Cuando muere una lengua 
las cosas divinas, 
estrellas, sol y luna; 
las cosas humanas, 

pensar y sentir, 
no se reflejan ya 
en ese espejo. 
Cuando muere una lengua 
todo lo que hay en el mundo 
mares y ríos, 
animales y plantas, 
ni se piensan, no pronuncian 
con atisbos y sonidos 
que no existen ya. 
Cuando muere una lengua 
entonces se cierra 
a todos los pueblos del mundo 
una ventana, una puerta, 
un asomarse 
de modo distinto 
a cuanto es ser y vida en la tierra. 
Cuando muere una lengua, 
sus palabras de amor, 
entonación de dolor y querencia, 
tal vez viejos cantos, 
relatos, discursos, plegarias, 
nadie, cual fueron, 
alcanzará a repetir. 
Cuando muere una lengua, 
ya muchas han muerto 
y muchas pueden morir. 
Espejos para siempre quebrados, 
sombra de voces 
para siempre acalladas: 

la humanidad se empobrece. 


Ahora, pensando en que la humanidad, en vez de empobrecerse, debe enriquecerse, expresaré ya sólo un anhelo que comparto con los pueblos indígenas: este es que los gobiernos de Hispanoamérica, las academias e institutos dedicados al cultivo del español vuelvan la mirada a la situación en que se hallan esas lenguas. Importa fomentar la enseñanza bilingüe entre los pueblos indígenas, incentivar su cultivo, crear casas de escritores en lenguas nativas, como la que existe ya en México. Y, ¿por qué no?, invitar también a quienes las cultivan a participar incluso en congresos de carácter lingüístico y filológico. Rica será la humanidad en posesión de lenguas ecuménicas como el español, hablado por cientos de millones y a la vez dueña de otros muchos idiomas vernáculos. El florecer de éstos hará de nuevo verdad que la diferencia es fuente de creatividad cultural. 

 

 

da La Jornada - Città del Messico, 16 ottobre 2001

Un panorama de la narrativa latinoamericana

Sociedades cada vez más novelables

 

 

por Carlos Fuentes

 


Fuentes, de visita en Argentina para presentar su novela "Instinto de Inéz" y participar del encuentro México-Argentina, auspiciado por universidades de ambos países, repasa la historia de hispanoamérica y destaca obras y autores esenciales. Para él, la literatura argentina es "la mejor del continente".


Empiezo una noche de verano del año 1929. Tres jóvenes autores latinoamericanos están detenidos, fumando, en el Pont des Arts sobre el Sena. La revolución surrealista acaba de hacerse visible más allá de los mandatos eclesiásticos de André Breton, en una película, al fin y al cabo, española desde su título mismo: Un perro andaluz, de Luis Buñuel y Salvador Dalí. Los tres jóvenes imaginan que, una vez más, más temprano que tarde, la novela latinoamericana seguirá una moda europea, en esta ocasión el surrealismo. ¿Para qué, se dicen los tres jóvenes escritores? ¿No somos dueños de un surrealismo nativo en Latinoamérica? ¿Podemos igualar con la ficción a una historia más novelesca que cualquier ficción?


El Sena, quizás, guarda celosamente la imagen de los tres latinoamericanos. Uno posee un rostro maya acusado, es alto, moreno, con ojos soñadores y el perfil de los dioses de Mayapán. Otro, alto también, tiene estampa criolla, habla con una "erre francesa", se peina con gomina y tiene ojos protuberantes y sonrisa franca. El tercero, mestizo de ojos claros y porte aristocrático, es dueño de un hablar caribe pausado y una aguda disposición crítica. El primero es de Guatemala y se llama Miguel Angel Asturias. El segundo, cubano, es Alejo Carpentier. Y el tercero, venezolano, es Arturo Uslar Pietri. Entre los tres, en grados diversos, van a dar nacimiento a una nueva novela hispanoamericana en la que la realidad y la fantasía se den la mano. Carpentier bautizará al "realismo mágico" o "lo real maravilloso" en novelas como El reino de este mundo, Los pasos perdidos, La guerra del tiempo, Concierto barroco y El siglo de las luces. Uslar favorecerá la mitificación del ethos histórico de los descubrimientos y las guerras de América. Asturias, en fin, recogerá puntualmente la herencia legendaria de la indianidad maya y tomará, con manos lati noamericanas, el gran tema inaugurado por Valle Inclán: el dictador como protagonista de una realidad que supera a la ficción (El Señor Presidente).

 

Asturias, Carpentier y Uslar no inventan la novela hispanoamericana aunque la revelan (y rebelan) críticamente. Somos aliados de la paradoja española. Cervantes funda la novela moderna, pero después del Quijote, las sedes preferentes de la ficción se instalan en Inglaterra, Francia, Rusia, Alemania... España no vuelve a tener grandes novelistas hasta la aparición, que se diría milagrosa, de Pérez Galdós y Clarín. Iberoamérica no tiene novelistas coloniales. Las prohibiciones eclesiásticas y políticas inhibían con sobrada razón (o sinrazón) de tal suerte que la publicación de El Periquillo Sarmiento, de Fernández de Lizarde en 1821, el año mismo de la consumación de la Independencia, se lee como un acto de emancipación literaria. Situaciones picarescas locales, lenguaje popular, ambientes reconocibles. Prácticamente ilegible hoy precisamente por su apego a los giros del lenguaje de la época, Lizarde inaugura una larga línea de novelas y personajes de la picaresca latinoamericana, aunque no gobierna por encima de dos grandes corrientes, primero la del romanticismo prohijado por Rousseau y La Nueva Elisa (la novela más leída en Hispanoamérica en los albores de la Independencia). No nombro a las heroínas que dan título a las dos novelas románticas más populares de la América española en el siglo XIX con la esperanza de que nadie las vuelva a leer.


El realismo es la otra corriente dominante y su mejor novelista es el chileno Alberto Biest Gana (Martín Vias) aunque el más entretenido es el mexicano Manuel Payno, el Pérez Reverte de nuestro siglo XIX, autor de una obra maestra del género de aventuras, Los bandidos del Río Frío. Pero el sólido realismo de un Biest Gana no tarda en degenerar en melodramas populistas que llevan el sello de Zola y en cuadros de costumbres provincianas que llevan el de Pereda. No hay mucho que destacar, salvo algún asombroso título como Monja, casada, virgen y mártir, del mexicano  Riva Palacio.


Lo que alcanza plenitud literaria en Hispanoamérica es la poesía. Rubén Darío y los modernistas enriquecen, perturban, extreman el castellano de América. De un lenguaje revigorizado salen las novelas del encuentro naturaleza-hombre que produce algunas novelas clásicas: La vorágine, de José Eustacio Rivera y, de Rómulo Gallegos, Doña Bárbara, Canaima y Cantaclaro. Un acontecimiento histórico, la revolución mexicana, radicaliza y libera contenidos y estilos narrativos, acercándolos al reportaje a veces, a la más antigua épica otras. Los de abajo, de Mariano Azuela es la obra clásica de la "novela de la revolución" en su etapa armada. La sombra del caudillo, de Martín Luis Guzmán, la novela política suprema de la revolución en el poder. Pero la culminación narrativa de este ciclo realista, revolucionario y poético, se da en una de las obras maestras de la literatura latinoamericana y universal, el Pedro Páramo, de Juan Rulfo.
Rulfo culmina y cierra la narrativa épica y realista enviándola al "Infierno de Comala". De sus tumbas nace un árbol negro y seco. Pero de sus ramas cuelgan manzanas de oro: son los frutos de la imaginación.


¿Y Cervantes? ¿Y el Quijote? ¿Y la tradición de la Mancha? "La desdeñada heredad de Cervantes", como la llama Milan Kundera, no tiene, en efecto, hijos hispanoparlantes en las Américas. Tiene un hijo que escribe en portugués. El más grande novelista latinoamericano del siglo XIX es el brasileño Joaquín María Machado de Assis. En Blas Cubas y Don Casmurro, Machado es el único capaz de entender la profunda lección de Cervantes y de los dos grandes europeos manchegos, Sterne y Diderot. Ficción como celebración y crítica de la ficción. Crítica de la lectura y crítica de la autoría. La realidad fundada en la imaginación. La burla y la mezcla de géneros. La poética de la digresión. La novela como repertorio de posibilidades.


Es legítimo invocar, como lo hicieron desde el Pont des Arts los tres jóvenes escritores en 1929, las heredades culturales olvidadas; la prehispánica de Asturias, la afroamericana de Carpentier, la mestiza de Uslar Pietri. Pero quedaban otras tradiciones por descubrir, redimir e incorporar a nuestra novela. Paradiso, de Lezama Lima, entre sus múltiples virtudes, posee la de revitalizar, ni más ni menos, el universo poético de España en tierras (o islas) de América. El autor, precisamente, de un precioso tomo, La expresión americana, Lezama nos pide entendernos a nosotros mismos merced a la imaginación que somos capaces de crear. Esta "potencialidad para crear imágenes" es el signo de Paradiso y es un signo barroco, una recuperación extraordinaria de Góngora para ayudarnos a colmar el "horror al vacío" de la vida personal y colectiva de las Américas. Las cosas escapan "en el instante" en el que habían alcanzado "su definición mayor" y Lezama convierte a la novela en doble fuga musical y barroca del "fuego plutónico" que rompe y unifica a la vez. 

 

En el extremo sur del continente, es Jorge Luis Borges quien contempla el cuadro de las heredades, pues la de sus breves ficciones de inmensas resonancias, la cultura europea, llega a suplir, desde luego, los vacíos enfrentados del océano y la pampa. Pero "cultura europea" para Borges es también cultura árabe y cultura hebrea. Cultura mediterránea. Con "Pierre Menard, autor del Quijote", Borges parecería culminar el trayecto transatlántico de Cervantes sólo para abrirlo de nuevo, pues Borges-Menard sólo nos dice que el siguiente lector es siempre el primer lector. No desprendo a la literatura argentina del resto de las literaturas iberoamericanas, pero sí considero que es la mejor. Borges no está solo. Lo acompañan por lo menos tres grandes novelistas. Adolfo Bioy Casares (La invención de Morel), José Bianco (Sombras suele vestir) y, sobre todo, Julio Cortázar cuyo Rayuela es la aguja de marear de nuestra modernidad literaria.

 

Epica cómica y circular de nuestros frágiles equilibrios entre las dos orillas de una modernidad jánica, insegura de la cara que debe darle al futuro... y al pasado. Elaboración superior del lenguaje y de la fantasía, la obra de Cortázar remite nuestro recuerdo a otros argentinos que renovaron nuestro lenguaje —Roberto Arlt y Macedonio Fernández— y a dos uruguayos que refrescaron nuestra fantasía, Horacio Quiroga y Felisberto Hernández. Pero le sobra razón a Ricardo Piglia cuando se remonta a la obra maestra de nuestra literatura decimonónica, el Facundo, de Sarmiento, pues allí están ya, al cabo, finalmente, las semillas de una novela que es género de géneros, inclasificable y abarcante, biografía, reportaje, historia, economía, geografía, ficción de ficciones, realidad de realidades.


También en Uruguay, Juan Carlos Onetti creó un pluriverso propio en las novelas de Santa María y, en Brasil, se produjeron el más público (Jorge Amado) y la más privada (Clarice Lispector) de los escritores. Pero la cima de la novela brasileña del siglo XX la alcanzó Joao Guimaraes Rosa en su espléndida Gran Sertón: veredas, una obra de originalidad incomparable en la que los mundos físico y mental encarnan literalmente mediante una audaz modulación de pronombres y tiempos verbales en cada oración.

 

Repicar sin responso. No puedo olvidar a los novelistas de mi propia generación que ya se fueron. Manuel Puig, Severo Sarduy y, sobre todo, José Donoso, cuyo Obsceno pájaro de la noche es, en cierta forma, la novela final, onírica, barroca, simbólica, que arruina para siempre el jardín de la tía Isabel, la América como Edad de Oro, para instalarnos, desde el origen, en la pesadilla brutal de la historia. ¿Quién, más que Pepe Donoso, mereció y nunca obtuvo el Premio Cervantes?


Hablo de un pasado literario a veces rico, a veces pobre, siempre conflictivo. Hablo con optimismo de un presente y un porvenir como nuestras sociedades, cada vez menos clasificables y por lo tanto, cada vez más novelables. Y me excuso ante el lector, no tanto por las omisiones involuntarias, como por los recuerdos impostergables. Más como no es posible repicar y andar en la procesión, he optado por el repique sin responso pero limitándome a los novelistas físicamente desaparecidos aunque sus obras, sobra decirlo, pertenezcan al eterno presente de la lectura. 

 

Buenos Aires - ottobre 2001

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Ass. Cult. IMAGO MUNDI 

Direttore Mariella Moresco Fornasier

Registrazione presso il Tribunale di Milano n. 768 del 1/12/2000 

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