Latinoamerica-online

Cultura, Società e Il Mondo dei Caraibi

Letteratura e lingua

 

di Mariella Moresco Fornasier

 

 

 

 

 

 

 

A colloquio con la poetessa e pittrice argentina Silvia Vainberg    (1 ottobre 2002)

 

Si la infancia durara 80 años: i molti Mario Benedetti   (24 settembre 2002)

 

La rivolta di Vieques in una tragica storia d'amore    (17 settembre 2002)

 

A colloquio con la poetessa e pittrice argentina Silvia Vainberg

di  Elina Patanè

 

 

 

Nata a Buenos Aires, ballerina  - formatasi alla Scuola del Teatro Colón di Buenos Aires - coreografa, insegnante di danza classica, moderna e di Cerimonia del Té (Chado), pittrice e poetessa, Silvia Vainberg vive in Belgio dal 1980. Tra I suoi libri pubblicati, La rage du tournesol, Edition Maison International de la Poésie, 1990, tradotto in francese da Marcel Hennart; Astres en Vertige Edition l’Arbre à Paroles, 1992, Caligrafía del Espíritu, 1994; Por unos labios de profunda sed, 2000, tradotto in francese da Marcel Hennart.

 

 

Il dipinto riprodotto è di Silvia Vainberg

 

-Partendo dalle origini: quando hai iniziato a scrivere?

Quando ho iniziato a scrivere non sapevo neanche cosa fosse la letteratura. Ero una bambina, e buttavo giù qualcosa, come dei messaggi, senza sapere perché. Non avevo idea di cosa fosse la poesia, non avevo dei modelli. Quello che impari a scuola è solo finalizzato all’esercizio mnemonico…la notte mi svegliavo con delle frasi in mente, e poiché era buio e condividevo la stanza con mia sorella, scrivevo sulla parete. Il mattino seguente, guardavo quello che avevo scritto. Per me era un gioco: la curiosità di indovinare quello che avevo scritto. Avevo circa dieci-dodici anni e non sapevo assolutamente cosa fosse la poesia. Fu allora che iniziai a scrivere le prime poesie. Non ricordo di aver mai mostrato quegli scritti a qualcuno. Era come se ogni mattina cercassi di non dimenticare I sogni che avevo fatto; un gioco: ascoltavo delle frasi…

 

-E queste frasi ti giungevano come immagini, suoni, come parole?

Come frasi. Una frase o due che io dovevo riscrivere…

 

-E poi le organizzavi in poesie?

Avevo solo dodici anni quando ho iniziato a realizzare qualcosa di più organico, di più letterario. E alla fine questo è diventato il mio modo di creare. E’ come se io fossi sempre in contatto con un linguaggio intimo che io ricevo, accetto e l’annoto per trasformarlo in qualcosa di più concreto. Questo può capitarmi ovunque, in qualsiasi momento della giornata.Col passare degli anni qualcosa è cambiato. Né posso dire che durante la scuola primaria amassi in particolare la poesia…non aveva niente a che vedere con la mia creatività. Come nel disegno, era qualcosa che da dentro si portava fuori, non qualcosa che io trovavo nel mondo esteriore. Poi il mio interesse per la poesia iniziò a manifestarsi, e a Buenos Aires c’erano molte librerie vicino al Teatro Colón, dove andavo a prendere lezioni di danza. Così iniziai a leggere molti libri. Vendevano delle buone edizioni con testo a fronte di poesie per lo più in francese. Mi accostavo a questi libri per curiosità. Iniziai così la mia formazione letteraria.

 

-Avevi delle preferenze?

Avevo più accesso alla letteratura francese. Circolavano delle ottime traduzioni di Mallarmé…quand’ero piccolina mi piaceva leggere Poe, e I racconti del mistero. Mi piaceva che non tutto fosse chiaro…

 i 

-…infatti nella tua poesia non tutto è chiaro. Mi è apparsa densa di simboli, anche derivanti dall’Oriente…

È possibile, ma nella realtà le cose appaiono come percezione del mondo e della natura. Una volta, per esempio mi è capitato di andare fuori Buenos Aires, nella selva, ed era come avere a portata di mano tutti gli aspetti che appartengono alla natura per poterli osservare come si osserva un mistero. Era come percepire la sensibilità di una globalità di odori, di colori…quel tipo di contatto che si trasforma in qualcosa di astratto, qualcosa di impossibile da rappresentare. Non perché io sia contro la raffigurazione, ma per me la natura non si può rappresentare. È qualcosa di denso, un mistero da osservare. Un contatto che si trasforma in qualcosa di astratto, inaccessibile, come può essere un bosco o l’universo. La sintesi di tutto questo mondo esteriore si trasforma in simboli o parole che creano intersezioni tra I due mondi. Non cerco una simbologia specifica, africana, egiziana…ma tutti questi simboli si mescolano insieme, e si connettono tra di loro.

Posso dire che la mia formazione letteraria è derivata dalla necessità di avvicinarmi a tutto questo e al mondo dell’arte con grande curiosità.

  

-Ti sei sempre espressa attraverso poesie o hai mai fatto incursioni in altri generi letterari?

Solo una volta ho scritto dei racconti brevi. Ma non ho la pretesa di scrivere qualcosa del genere, perché scrivere un romanzo mi porterebbe ad allontanarmi dal mio ascolto interiore. Mi sentirei come se volessi deviare da un cammino che per me è naturale.

  

-Qual è la tua relazione con le altre arti, visto che il tuo interesse per la pittura e la danza. Esiste per te una relazione tra musica e poesia?

Questa domanda mi è stata più volte posta. Io stessa me la sono posta. Ho iniziato a ballare da bambina e dopo ho continuato perché è diventata la mia professione. Ma quando arrivavo a casa, per esempio, spesso disegnavo. Avevo bisogno di realizzare qualcosa di creativo con i mezzi che avevo. Ci sono stati periodi della mia vita, a causa di certe circostanze politiche e sociali, nei quali mi è stato impedito di ballare: allora facevo qualcosa che non avesse bisogno di spazio. Le diverse espressioni artistiche – musica, poesia, danza – in me si sono sempre alimentate vicendevolmente.

  

-E il tuo legame col quotidiano?

Ho vissuto per molto tempo con quello che guadagnavo danzando, non mi ponevo il problema di quanto guadagnassi; e ciò mi ha portato a fare molte rinunce. Così la mia quotidianità è fatta di danza, pittura e scrittura nelle ore notturne.

  

-Quando ti sei trasferita a Bruxelles il tuo quotidiano non è cambiato poi tanto…

Sono cambiate molte cose, soprattutto la dimensione di vedere certe cose è cambiata. Ero esiliata, non conoscevo il paese. Per me è come se ci fosse un “prima” e un “dopo”.

  

-…come iniziare da zero?

Dentro di me no, ma nei confronti della realtà e della società sì.

 

-La tua crescita culturale ha subito un’interruzione?

In Argentina si interruppe a causa della repressione. Io sono stata costretta a vivere molte cose che sono una “conseguenza” di eventi politici. Molti artisti argentini furono costretti a “rivedere” il proprio modo di esprimere il loro mondo interiore.

Poi, una volta qui, si trattò di ricominciare. Ma cominciai anche a vedere me stessa in un modo diverso, a scoprire nuove esigenze, nuovi aspetti.

  

-Perché hai scelto il Belgio?

Avevo dei familiari e per questo ho deciso di recarmi a Bruxelles.

 

 -Come ti relazioni ora, dopo tanti anni, con l’ideologia del tuo paese. Continui ad essere influenzata dall’Argentina, o sei completamente immersa nel mondo culturale mitteleuropeo?

Ha sempre un’importanza primaria il luogo in cui vivo. Quando arrivai in Belgio non conoscevo la lingua…all’inizio ho dovuto confrontarmi con questo genere di difficoltà quotidiane. Imparare la lingua francese mi ha aiutato a conoscere e a poter essere accettata artisticamente. Il mio primo libro l’ho scritto qui. Da quel momento sono entrata in una dimensione totalmente diversa: trovarsi di fronte ad un poeta belga che ti traduce e che ‘trasforma’ le tue parole mi aiutò ad affermare che “stavo sopravvivendo”, stavo “comunicando”, stavo “scambiando” la mia esperienza poetica. Anche prima qualcuno aveva ascoltato e letto le mie poesie, ma mai avevo percepito la dimensione della vendita in libreria. Pian piano tutto questo mi ha permesso di tornare più spesso in Argentina, di conoscere poeti affermati che mi hanno aiutato ad entrare nella problematica di “come” pubblicare i miei libri.

 

 -Questo mi fa pensare al film di Eliseo Subiela, «El lado oscuro del corazón»…

Sì, l’ho visto diverse volte…

  

-Mi piace molto l’idea del poeta che chiede l’elemosina recitando i suoi versi, solo con la speranza che la gente lo ascolti. Anche se oggi il poeta deve confrontarsi con le spietate leggi del mercato editoriale…

In Argentina ci sono molti poeti. Nei decenni passati l’Argentina era vista come un paese pilota per quanto riguardava il mercato editoriale, persino gli spagnoli venivano a pubblicare in Argentina. Ora anche in Argentina è assai costoso pubblicare…È raro che un poeta venga pubblicato a spese della casa editrice: solo i poeti affermati riescono a pubblicare gratuitamente.

Personalmente non sono d’accordo con l’idea di dover pagare…

  

-Ti piacerebbe pubblicare un giorno in Argentina?

Certo, ho anche avuto delle proposte di pubblicazione. Ma non condivido il sistema radicato in Argentina di autofinanziare la propria pubblicazione. Lo considero un lusso riservato a pochi…

  

-Come ti sei trovata con I  traduttori francesi?

Ho imparato tante cose da loro: sono poeti capaci di combinare la lingua francese…Collaborare con loro mi arricchisce. Con il traduttore di Astres en vertige la collaborazione è stata molto naturale, non si sono presentati problemi. Debbo ammettere comunque che, ho sempre avuto la fortuna di lavorare al fianco del traduttore dei miei scritti.

  

-…il momento della traduzione è quindi una sorta di laboratorio letterario…

Leggo il mio testo e lo illustro al traduttore. Ma per quanto riguarda l’aspetto linguistico mi affido ciecamente a lui. L’unica cosa che desidero è che il messaggio passi senza alterazioni nella nuova lingua; anche se comprendo che la sensibilità può essere differente…

  

-A cosa stai lavorando in questo periodo?

Sto scrivendo un nuovo libro. Questa volta la scelta è caduta sul tema della selva. Ho preso spunto dall’origine latina del mio nome – silva [=selva]. Sempre in questo periodo si sta ultimando la traduzione in francese di un mio libro dal titolo Caligrafía del espíritu.

  

-A proposito di spirito, ho l’impressione che i tuoi libri seguano una traiettoria di ricerca spirituale…

La mia poetica è da sempre legata alla danza, e quindi al corpo che è spirito. La respirazione – e tutto ciò che riguarda la rappresentazione del corpo nello spazio – è come un linguaggio che si manifesta nel corpo che danza. Io penso che tutto questo sia legato alla creazione, si crea con il corpo. E questo mi ha portato ad avere un contatto interiore con qualcosa che si trova “al di là” dello stesso corpo. Lo stesso avviene con la scrittura  che cambia e si trasforma in una simbologia spirituale.

  

-…e i tuoi quadri?

Hanno sempre molti colori…intensi.

 

 -Che tipo di ricerca spirituale implicano?

Ciò che dipingo è assai istintivo: considera che ormai da molti anni pratico la meditazione. A questo aggiungi il fatto che io sia una ballerina. Ballare, implica esigere di più dal corpo. È stato proprio ricercando altre tecniche che accompagnavano il mio lavoro interiore che è apparsa la meditazione. Questa attività si è trasformata nella cerimonia del tè che io pratico da anni e che ha una forte componente gestuale. Questo tipo di ricerca ha senz’altro influenzato la mia attività pittorica. Ciò che mi prende molto nella pittura è la molteplicità dell’universo della vita, e la sua simultaneità. La pittura mi consente di addentrarmi in questa simultaneità, focalizzando ciò che mi affascina di più dell’universo: la sincronia. La sincronia, ovvero ciò che accade allo stesso tempo e che implica delle relazioni che non sempre siamo in grado di percepire in forma cosciente, ma che ci conducono alla percezione di ciò che possiamo raggiungere. Nella pittura quello a cui lavoro molto sono le  trame che passano a livello universale e concreto, e che sintetizzano ciò che è simultaneo, ricercando sempre l’unità. Ma dipingere l’ unità sarebbe impossibile, perché l’unità non è altro che la ricerca dell’effimero.

 

Si la infancia durara 80 años: i molti Mario Benedetti

 

"El paso del tiempo" è uno dei temi cardine della riflessione di Mario Benedetti., lo scrittore uruguaiano che lo scorso 14 settembre ha compiuto  82 anni e da pochi giorni ha pubblicato la sua opera n. 82.

Stimato come scrittore, Benedetti è anche un intellettuale molto amato come esempio di rettitudine etica, di coerenza ed impegno civile. Doti che non mettono in ombra un altro Benedetti: un uomo riflessivo e profondo, che ama meditare sull'amore, la nostalgia, la memoria e gli addii, di cui ogni vita fa una dolorosa quanto inevitabile esperienza.
Nato a Paso de los Toros nel 1920, ha coltivato tutti i generi letterari: poesia, racconti, saggi, teatro, critica letteraria, giornalismo. Alcune sue opere sono state tradotte in moltissime lingue, come il romanzo "La Tregua", del 1960, stampato in 19 lingue, che lo ha fatto conoscere a livello internazionale.

Caratteristiche della sua personalità sono  il tratto affabile ed un carattere che gli ha permesso di rimanere la persona piacevole, disponibile al dialogo nonostante le difficile situazioni in cui si è spesso trovato nella vita, da quando dovette iniziare a lavorare per potere completare gli studi al Colegio Alemán di Montevideo, messi a rischio dalla precaria situazione economica della famiglia. A Montevideo fu direttore della rivista letteraria Marginalia y Número, considerata la fucina della cosiddetta "generación del 45" o "generación crítica". Nel 1973 dovette abbandonare il paese per motivi politici (il colpo di stato militare), andando da vivere per 12 anni  in Argentina, Perù, Cuba, Spagna e Messico. Neppure i problemi di salute (due operazioni al cuore ed il successivo stimolatore cardiaco) hanno scalfito la sua bonarietà venata di malinconia. Parlando della sua esperienza di esiliato, ha saputo coglierne con pacata ironia, quello che ha definito "l'aspetto positivo". "Lo único positivo que hizo la dictadura uruguaya fue desparramar a mis montevideanos por todo el mundo, y seguí escribiendo sobre ellos en las distintas geografías del exilio".

Molti i premi e riconoscimenti ricevuti. Tra i più recenti ed importanti, il Premio Llama de Oro di Amnesty International per il romanzo "Primavera con una esquina rota" e  lo spagnolo Premio Reina Sofía de Poesía, consegnatogli nel 2000 dal premio Nobel Saramago, che evidenziò come  l'opera di Benedetti sia "una especie de interpelación. Interpela al lector y a la sociedad entera, y lo hace no de una forma elemental, sino jugando con el lenguaje y la forma"

Particolarmente grato allo scrittore è stato il riconoscimento tributatogli dal pubblico uruguaiano, che in occasione della Feria Internacional del Libro del 2001 lo ha eletto vincitore del Premio Bartolomé Hidalgo. La votazione fu effettuata da migliaia di lettori in librerie, biblioteche e attraverso i mezzi di comunicazione. Obbligato ad una permanenza più lunga del previsto in Spagna, a cuasa delle precarie condizioni di salute, Benedetti ringraziò  il suo pubblico per l'affetto dimostratogli, con un affettuoso messaggio: "Retenido más de lo previsto, debido a quebrantos de salud, el Premio Bartolomé Hidalgo, con su significado y su señal de afecto y eco cultural, seguramente contribuirá a mi convalecencia con un tratamiento de alegría. Aquí va un fuerte abrazo, octogenario y compatriota". 

In occasione del suo recente compleanno, lo storico Teatro Independiente El Galpón. ha recato omaggio al grande scrittore con un'opera di Horacio Buscaglia, "Benedetti: nuestro prójimo",  basata su testi dello stesso Benedetti. Sulla scena si alternano tre coppie di attori che recitano e rivivono poesie e frammenti di prosa che ripercorrono la memoria collettiva, definendo l'identità uruguaiana attraverso i temi dell'amore, della nostalgia, del tango, del lavoro, della passione per il calcio, della politica e della crisi economica. 

In aprile è stato  presentato a Montevideo  il  libro "Insomnios y duermevelas". Durante l'incontro con un pubblico partecipe ed emozionato, Benedetti ha scherzato sull'origine del suo ultimo lavoro, dicendo che era stato scritto "su prescrizione medica", dato che alle persone che hanno subito l'impianto di uno stimolatore cardiaco è raccomandato di  ritornare al lavoro.  Con umorismo ha commentato che "Estuve a punto de ponerle al libro 'Por prescripción médica', pero me pareció poco poético".

Centotrentadue  pagine di poesia e prosa, che terminano con il racconto "Túnel en duermevela", sul tema dell'improvviso ed inaspettato arrivo della vecchiaia. Tema presente anche in una poesia, ispirata dalla riflessione sull'approssimarsi della morte.


La infancia 

Si la infancia durara 80 años
me podría burlar de mis cenizas
y sin apuro armar un acertijo 
con borradores de melancolía (...) 
Pero no dura tanto/ qué tristeza
en la vejez la pobre infancia
es apenitas un latido
de minutero o marcapasos.

 

 

(v. Mario Benedetti: 'La infancia es un privilegio de la vejez')

[Mariella Moresco Fornasier]

24 settembre 2002

La rivolta di Vieques in una tragica storia d'amore

 
Mayra Montero (L'Avana, 1952) racconta la rivolta nazionalista dell'isola portoricana di Vieques attraverso le vicende, viste da uno sguardo infantile, di un tragico triangolo amoroso.

 

Nel suo ultimo lavoro, El capitán de los dormidos, ricostruisce minuziosamente la rivolta del 1950. La narrazione fa percorrere al lettore un periodo di 50 anni, rivivendo a fianco dell'allora dodicenne Andrés Yasín i fatti che condussero sua madre alla morte.

La storia si sviluppa a partire dal rapporto che l'ormai adulto protagonista instaura con il vecchio aviatore nordamericano John Timothy Bunker, depositario di una parte della verità, che all'epoca alloggiava nell'albergo gestito dalla famiglia Yasin.

Attraverso le reciproche confidenze dei due uomini, si svela un intreccio di amore e tardivi rimorsi "una antigua pasión que remite a la muerte y que sólo desde la muerte puede ser comprendida y 
perdonada"

 

L'autrice ha svolto un lungo lavoro di ricerca per poter ambientare il suo romanzo e ricorda come gli anziani di Vieques raccontassero i fatti di quegli anni "con pasión y tristeza".

Racconta anche che, accingendosi a narrare la vicenda, aveva esaminato  la possibilità di utilizzare come voce narrante quella di una ragazzina, ma ha poi preferito orientarsi verso un protagonista maschile, perché il dialogo che avrebbe dovuto avere con il vecchio aviatore avrebbe dovuto essere "de hombre a hombre", cosa che avrebbe facilitato le reciproche confidenze.


Mayra Montero, cha ha esercitato il giornalismo per 10 anni, ha vinto nel 2000 il XXII Premio La Sonrisa Vertical con  Púrpura profundo.

 

 

[Stella de Fanzago]

17 settembre 2002

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