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Heyda Sánchez heyda.sanchez@tiscalinet.it collaboratrice di www.latinoamerica-online.info È
un fatto curioso notare come, con una coincidenza probabilmente
casuale, mentre si conclude la bella mostra sull’antico Perù
svoltasi a Firenze, venga organizzata a Roma nell’Istituto Italo-Latino Americano (IILA), una mostra
a cura di Irma Arestizábal, su uno dei massimi artisti
contemporanei peruviani, Fernando Szyszlo, un pittore la cui vena
poetica affonda le proprie radici in quelle culture precolombiane
che costituiscono l’antica storia del suo paese. Figlio di un colto naturalista polacco, costretto dallo scoppiare della prima guerra mondiale a fermarsi in Perù, e di una peruviana, Fernando Szyszlo nasce il 5 luglio del 1925 a Barranco, nelle vicinanze di Lima. Il suo percorso formativo è molto simile a quello di numerosi artisti latino-americani dell’epoca: iscrittosi inizialmente all’Escuela de Ingenieros per studiare architettura, abbandona presto tali studi e si iscrive all’Escuela de Artes Plásticas dell’Università Cattolica del Perù. Partecipando alle riunioni dei vari circoli di intellettuali ed artisti, come il Circolo Pancho Fierro, ambiente in cui si potevano incontrare tutti coloro che passavano per Lima, da Louis Jouvet fino a Pablo Neruda, conosce diversi artisti e poeti che influiscono in vario modo sulla sua formazione, tra i quali José María Arguedas, la cui traduzione della poesia incaica diventerà per Szyszlo un’importante fonte d’ispirazione. Szyszlo è attratto in quel periodo dal cubismo, la cui influenza gli arriva tramite i pittori Ricardo Grau, a Parigi nei primi anni Trenta e rientrato in Perù nel 1937, e Sérvulo Gutiérrez, rientrato a Lima nel 1945, dopo essersi formato in Argentina sotto la guida di Emilio Pettoruti, pittore che aveva militato tra le file dei futuristi fiorentini. Il cubismo che arriva a Szyszlo contiene quindi forti influenze boccioniane. Nel frattempo si precisavano nel suo animo i punti nodali della sua ricerca, cioè la volontà di esprimere la realtà locale utilizzando i mezzi espressivi scoperti dalle più recenti correnti artistiche contemporanee, incoraggiato in questo dalla conoscenza, attraverso le pagine di una rivista, dell’opera del pittore messicano di ascendenza azteca Rufino Tamayo. Come Tamayo, Szyszlo sentiva il bisogno di ridare nuova vita e nuova voce alle culture precolombiane dell’antico Perù, soprattutto ispirandosi alla loro poetica, ai loro miti e alla loro storia, tramandata da pochi cronisti come Garcilaso de la Vega, figlio di una principessa inca e di un conquistadores spagnolo. Il suo interesse per le culture precolombiane era ampiamente condiviso dal gruppo di giovani artisti e poeti del Circolo Pacho Fierro, che vi vedevano un mezzo per ribellarsi alle avanguardie europee, dando vita così ad una ricerca artistica che sviluppasse una poetica più propriamente peruviana. Poco prima di partire per l’Europa, Szyszlo inizia a studiare la civiltà Chancay, fiorita sulla costa centrale prima di quella Inca, studi che ha continuato poi per tutta la vita, collezionando anche numerosi reperti archeologici, soprattutto tessuti, di preferenza dipinti, che saranno poi una delle fonti d’ispirazione della sua opera. Contemporaneamente studia Cézanne, Klee, Mirò; di quest’ultimo si vedono chiaramente le influenze nell’opera Sin titulo del 1952. Nel
1949 s’imbarca per l’Europa, stabilendosi inizialmente a Parigi,
dove conosce e frequenta altri artisti latino-americani, tra cui il
messicano Rufino Tamayo. In quel periodo stringe amicizia con il poeta Octavio Paz e tramite questi conosce
André Breton, il padre del surrealismo francese, incontro che non
manca di lasciare la sua impronta sull’arte di Szyszlo.
Altrettanto significative sono le influenze informali e astratte di
artisti come Hans Hartung, Wols e Jean Dewasne. Nel Louvre ha
l’opportunità di studiare la pittura veneta, in particolare
Tiziano e Tintoretto, e il forte chiaroscuro di Rembrandt. Nel 1954
si trasferisce a Firenze, dove continua a studiare l’arte
italiana. Infine, nel 1955, Szyszlo rientra definitivamente a Lima,
e poco dopo il suo rientro in patria viene nominato professore di
pittura nell’Università Cattolica. Perfezionando
quanto appreso durante la lunga permanenza in Europa, riscopre il
suo amore per l’antica arte precolombiana. Allora, da quel momento
in poi miti e leggende peruviane si riversano incessantemente nelle
sue tele: attraverso colori crepuscolari e lividi, ci trasmettono
l’eco di una indefinita nostalgia per un lontano tempo perduto,
l’infinito dolore per la scomparsa, spesso cruenta, di intere
civiltà. Szyszlo non ci racconta il dettaglio degli eventi storici,
bensì fissa sulle sue tele lo stato d’animo provocato da un
particolare istante di un dato evento storico, soprattutto nello suo
spirito sensibile di pittore. Le
prime opere che esprimono emozioni così intense sono quelle
comparse per la prima volta alla fine del 1959, e la cui serie è
proseguita per vari anni, intitolate Cajamarca,
ispirate alla tragedia della cattura e dell’uccisione a tradimento
da parte di Pizarro dell’Inca Atahualpa, nonostante che questi
avesse pagato un immenso riscatto. Questo
profondo senso di tragedia permane anche in altre opere, soprattutto
degli anni Sessanta, ispirate agli eventi più tragici della
conquista spagnola. La ejecución
de Tupac Amaru, per esempio, ricorda in realtà due episodi: il
primo riguarda l’ultimo Inca, Tupac Amaru, il quale venne
catturato, condotto in catene nella capitale e decapitato davanti al
suo popolo urlante di orrore; il secondo riguarda Tupac Amaru II, un
personaggio del XVIII secolo, che aveva lottato in difesa del suo
popolo, chiedendo diritti umani e incitando la sua gente alla
ribellione attraverso l’assassinio di un “odioso corregidores”.
Dopo essere stato catturato, fu dapprima costretto ad assistere
all’uccisione di tutta la sua famiglia, poi venne impiccato e
squartato nella piazza centrale di Cuzco. Ancora
negli anni Sessanta le autorità peruviane tendevano a ignorare la
partecipazione degli indio alla storia del paese, e
l’atteggiamento di rivalutazione della loro dignità storica e
culturale da parte di Szyszlo e del gruppo di letterati e artisti a
cui era collegato, era in qualche modo una forma di ribellione
politica ad uno stato autoritario e chiuso. Poi,
nell’arco della sua lunga vita, attraverso la rielaborazione in
chiave moderna di antichi motivi grafici e pittorici, Szyszlo
esplora le antiche culture peruviane, dando vita ad opere di intenso
lirismo, come Mesa ritual,
Camara ritual, El canto de la noche, Los
visitantes de la noche, con cui rievoca simboli e rituali,
riecheggiando antichi miti. Oppure rievoca il senso di sacro che
rivestiva per gli antichi il mare, nelle opere intitolate Mar
de Lurín attraverso atmosfere suggestive di vago sapore
simbolista, che ricordano la notte e il sogno, il mistico e
l’indefinito. Spesso i titoli delle opere sono in quechua come Illa
(Chiaro di luna), Waman Wasi
(La casa del falco) titoli che sottolineano ancora di più il senso
d’indefinito e insondabile ignoto. Il
grande novellista peruviano Mario Vargas Llosa, che recentemente ha
presentato il lavoro di Szyszlo nella retrospettiva parigina
organizzata dalla Maison de l’Amerique Latine, ha inserito in una
sua novella, Elogio de la
madrastra, un’opera dell’artista, Camino
a Mendieta 10, del 1977, ma della quale, i protagonisti,
Fonchito e la matrigna donna Lucrecia, danno un’interpretazione in
chiave erotica. La
mostra dell’Istituto Italo-Latino Americano rappresenta
l’opportunità per il pubblico italiano di conoscere un grande
interprete contemporaneo del mito e della storia peruviana, riletta
alla luce delle moderne ricerche artistiche, con esiti davvero
suggestivi.
marzo 2004 |
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