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Secondo la tradizione, fu Vasco Nuñez Balboa, sbarcato nel golfo del Darién, il primo che sentì parlare di un misterioso paese, situato oltre le montagne e le foreste, «in cui la gente possedeva grandi quantità d’oro e beveva e mangiava in vasellame d’oro». Quasi contemporaneamente, nel lontano Brasile, i Portoghesi ricevevano dagli indigeni la notizia che all’interno del paese esisteva «un popolo delle montagne, dalle ricche armature fatte di piastre d’oro che coprivano il petto e la testa». Tali racconti trovarono una indiretta conferma nel ritrovamento di braccialetti e piastre pettorali, d’oro e d’argento, presso alcune tribù primitive che non sapevano lavorare i metalli. Alla richiesta di spiegazioni anch’essi parlarono vagamente di una “montagna d’argento” all’interno del territorio, di un “re bianco” e di “case di pietra”. La notizia non tardò ad arrivare in Europa, e il misterioso paese con le sue favolose ricchezze attirò gli europei in numero sempre maggiore verso le coste del Pacifico e dell’Atlantico. Furono gli spagnoli di Pizarro i primi ad ammirare sbalorditi la bellezza delle strade e degli edifici delle città incaiche, la ricchezza dei loro manufatti, dai tessuti alle sculture, agli oggetti di oreficeria, la grandezza di una civiltà tanto diversa da quelle fino ad allora conosciute. E furono altrettanto impressionati dalla magnificenza del corteo imperiale dell’Inca quando questi, ignaro dell’agguato in cui stava per cadere e forse sottovalutandone la pericolosità, si recò a Cajamarca per incontrare il capo degli stranieri: il corteo con cui era solito spostarsi era preceduto da uno squadrone di indiani vestiti con livree di diversi colori, disposti a scacchiera, i quali pulivano accuratamente e spazzavano la strada. Poi, cantando e danzando, altri tre squadroni, vestiti diversamente, precedevano l’arrivo di Atahualpa, il quale viaggiava su una lettiga ornata d’oro, d’argento, di rare piume di pappagalli e pietre preziose, trasportata a spalle da numerosi indiani. L’Inca era protetto da uno schieramento di guardie del corpo munite di armature costituite da ampie placche di metallo, con delle corone d’oro e argento, delle asce e delle alabarde d’argento e grosse mazze appese alla cintura. Altre due lettighe trasportavano due grandi cacicchi e il corteo era chiuso da diverse compagnie di indiani che portavano corone d’oro e d’argento[1]. La conquista di uno dei più grandi imperi del continente americano avvenne, come è noto, in modo tanto rapido quanto brutale. Anche dopo l’avvenuta conquista dell’impero Inca, numerosi conquistadores cercarono ancora a lungo il mitico El Dorado, questo paese favoloso “dove l’oro e l’argento erano comuni come pietre”, situato in qualche parte dell’America del Sud, mito che ispirò anche un’opera di Voltaire. L’impero Inca era l’ultima espressione e l’erede di un fiorire di civiltà sviluppatosi nell’arco di oltre tremila anni. Tali civiltà, forse più di quella Inca, ci hanno lasciato numerose opere d’arte, che in taluni casi, come in quello della civiltà Moche, hanno raggiunto un realismo e un’espressività paragonabile all’arte greca, e non pochi misteri, come ad esempio i giganteschi disegni di Nasca, ancora in attesa di una valida interpretazione. Il prof. Antonio Aimi, antropologo e americanista, curatore della mostra Perù - tremila anni di capolavori, attraverso una scelta di oltre trecento opere propone un percorso attraverso le varie civiltà che si sono succedute nel tempo nel territorio successivamente appartenuto all’impero Inca. Ma lo fa in modo assolutamente nuovo ed originale: non considera gli oggetti solo nel loro valore di testimonianza storica degli usi e costumi delle varie culture, ma riconosce ad essi un valore intrisecamente artistico ed estetico universale, attaccando in questo modo i sostenitori dell’assurdo pregiudizio secondo il quale le culture primitive sarebbero incapaci di distinguere tra il “bello” e il “brutto”, non avrebbero, insomma, gusto estetico. E, a suffragio della propria tesi, il prof. Aimi fornisce ampie prove nell’ottimo ed esaustivo catalogo della mostra. Inoltre viene giustamente segnalato che artisti contemporanei come Gauguin, Klee, Kandinskij e diverse correnti dell’arte contemporanea abbiano tratto spesso ispirazione dalle creazioni degli antichi artisti peruviani. Numerosi articoli forniscono infine un’ampia panoramica sul quadro cronologico, storico e geografico dell’antico Perù, sullo stato delle ricerche archeologiche, dagli albori fino alle più recenti scoperte. Una delle più significative è quella avvenuta in occasione della preparazione della suddetta mostra, ad opera di un matematico italiano, Nicolino De Pasquale, il quale è riuscito a scoprire il meccanismo di funzionamento della yupana. Lo strumento di calcolo inca, una specie di abaco di pietra, consente di raggiungere una precisione ed una capacità di calcolo straordinaria persino rispetto ai moderni calcolatori. Correlato alla yupana è il quipu, una sorta di registro contabile costituito da cordicelle legate ad una corda principale, sulle quali con dei gruppi di nodi indicanti le unità, le decine, le centinaia, le migliaia, venivano registrati i resoconti tributari annuali. Le sale della mostra, ed il catalogo, sono organizzate raggruppando grosso modo per temi le diverse tipologie di terrecotte, tessuti ed ornamenti. L’ambientazione è accurata e gradevole: le teche in vetro sono inserite in alte strutture, simili a pareti intonacate e dipinte di grigio; nella generale penombra, all’interno di ogni teca, luci soffuse illuminano ogni dettaglio, focalizzando l’attenzione. Nei passaggi tra le diverse sale, delle proiezioni di diapositive mostrano luoghi e genti dell’attuale Perù, alternati a disegni storici, mentre le note di ritmi andini accompagnano i visitatori lungo tutto il percorso. Le opere abbracciano i diversi aspetti della vita, della religiosità e dell’ambiente relativi alle varie società succedutesi nel tempo. Sbalordisce l’intensità espressiva raggiunta con pochi tratti in alcune sculture vascolari, soprattutto della cultura Moche, come l’intenso dolore nel volto della donna in una scena di parto, l’espressione austera di un personaggio di rango, quella assorta dello sciamano che visita una donna. Ed è stupefacente il realismo con cui è reso in alcuni casi lo stato d’animo psicologico, come per esempio nella figura di cieco dal volto tatuato, il quale mostra la tipica introspezione dei non vedenti. Le persone con menomazioni fisiche erano considerate “segnate” dagli dei e quindi prescelte come intermediari. Ed infine non mancano gioielli e ornamenti in oro, raffinati tessuti, sia ornamentali che d’abbigliamento, spesso decorati con coloratissime piume di uccelli tropicali. [1] Alfred Métraux, Gli Inca, Einaudi, Torino 1968, p.60. marzo 2004 |
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