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Le mostre in Italia: I tesori degli Aztechi Il ritorno di Quetzalcoatl
Heyda Sánchez Docente di Storia dell'Arte dell'Università di Porto Rico e collaboratrice di www.latinoamerica-online.info
foto inviata dall'autrice
Il popolo azteco, proveniente dai territori situati nel nord dell’attuale Messico, si insediò intorno al 1195 d.C. su alcuni isolotti del lago Texoco, nel luogo dove, secondo quanto tramandato dalle fonti, avevano visto un’aquila mangiare un serpente, posata su un cactus. La scena corrispondeva al segnale che il loro dio, Huitzilopochtli, aveva dato come indicazione del luogo prescelto per fondare la civiltà azteca, la civiltà del “Quinto Sole”. Poi con una rapida espansione, in soli due secoli gli Aztechi arrivano a sottomettere e a controllare tutti i popoli del Messico centrale, espandendosi fino al Guatemala e dominando il territorio dalla costa atlantica a quella del Pacifico. Gli Aztechi assimilarono le credenze, la cultura e l’arte delle popolazioni che li avevano preceduti, anche di quelle lontanissime nel tempo come gli Olmechi. La stessa capitale azteca, Tenochtitlàn, fondata sugli isolotti del lago Texoco, con gli edifici sacri al centro e le quattro strade principali orientate verso i quattro punti cardinali, s’ispira nella sua struttura urbanistica all’antica città di Teotihuacàn, considerata dagli Aztechi come la “città degli dei”. Un’altra città che ebbe per essi una grande importanza è quella tolteca di Tula, fondata, secondo il mito, da Topiltzin Quetzalcòatl. Secondo alcuni autori, sembra che gli Aztechi sconfissero gli ultimi Toltechi che la governavano e occuparono la città. Una cosa è certa, l’esistenza del mito di Quetzalcòatl
è una delle maggiori cause del repentino crollo dell’impero azteco.
Ma chi era Quetzalcòatl? Sembra che dietro al mito si nasconda un personaggio
storico, realmente esistito intorno al IX-X secolo, successivamente
mitizzato o assimilato ad una divinità già esistente nel pantheon
della cultura mesoamericana. Infatti le caratteristiche fisiche di
Quetzalcòatl – statura alta, pelle bianca, lunghi capelli neri e
folta barba – corrispondono perfettamente a quelle del dio Maya Kukulcàn.
Inoltre, anche tra gli indiani del Perù esistevano leggende su
misteriosi uomini bianchi che, dopo aver diffuso la civiltà se ne erano
andati. Il misterioso personaggio istruì gli indigeni nell’uso dei
metalli, insegnò l’agricoltura e cercò di modificare le istituzioni
sociali, riformando il culto religioso, soprattutto abolendo i sacrifici
umani. Ma queste riforme gli attirarono l’ostilità dei sacerdoti, i
veri detentori del potere nella società mesoamericana del tempo, i
quali riuscirono, con un inganno, a farlo cadere in disgrazia agli occhi
del popolo e a cacciarlo dalla città insieme alla sua gente. Quetzalcòatl
se ne andò, ma promise che lui e i suoi discendenti sarebbero tornati,
quindi «salì a bordo di una nave magica fatta di pelli di serpenti e
partì per la terra favolosa di Tlapallan, la terra del rosso e del nero»
[1]. Un’ipotesi suggestiva, ma ritenuta dagli studiosi indimostrabile, è quella secondo la quale “Quetzalcòatl e la sua gente” potevano essere dei Vichinghi norvegesi, i quali si sarebbero spinti nelle loro esplorazioni sino al Golfo del Messico, entrando così in contatto con le civiltà mesoamericane. Dopo l’unificazione della Norvegia ad opera di
Aroldo I (860-933 ca.) molti Norvegesi, spinti dalla sete di gloria e di
avventura, ma soprattutto dallo scontento per la situazione politica
esistente in patria, emigrarono in cerca di nuovi territori.
Storicamente risulta che, oltre a diverse località europee, essi
occuparono nell’874 l’Islanda; da qui essi si spinsero fino in
Groenlandia (982) e, successivamente, sulle coste dell’attuale Canada,
dove fondarono la colonia di Vinland (intorno al 1000). Fin qui i dati
storici. Nulla vieta però che tali rotte fossero state aperte da altri
navigatori già nella seconda metà del IX secolo, periodo
caratterizzato dalle intense migrazioni dei Norvegesi, navigatori di cui
la storia non ci ha tramandato il ricordo. Un indizio in tal senso,
oltre alle caratteristiche fisiche di Quetzalcòatl, è dato dalla
stessa iconografia del dio: il serpente piumato. I drakkar vichinghi,
erano navi agili e robuste, basse, ampie e lunghe, la cui prua era
solitamente ornata con una testa di drago intagliata nel legno – le
cui scaglie potevano essere interpretate come piume – e il cui profilo
avrebbe potuto ricordare ampiamente un serpente che scivolava
sull’acqua con la testa alzata. L’arrivo degli spagnoli coincideva, secondo il
calendario ciclico azteco, con la data nella quale era previsto il
ritorno di Quetzalcòatl. Il ritorno del dio era atteso con un misto di
speranza e di apprensione da parte degli Aztechi, perché egli sarebbe
tornato per riprendersi il potere. Nello stesso tempo, però, l’epoca
di Quetzalcòatl era ricordata come un’epoca d’oro, e il suo ritorno
era atteso con grandi speranze. La somiglianza fisica degli Spagnoli con il dio, il
loro comportamento ambiguo (gesti di amicizia e contemporaneamente
azioni ostili), la loro superiorità tecnica (ferro e armi da fuoco),
unite alle notizie di stragi inaudite che li precedevano, gettarono gli
Aztechi nello sconcerto più totale. Fatto ancora più grave “gli dei restavano in
silenzio”, cioè le pratiche divinatorie da cui dipendevano troppo
spesso le scelte degli Aztechi, non davano risposte chiare su chi
fossero né su come affrontare gli stranieri. Grazie a questo insieme di fattori e al contemporaneo diffondersi del vaiolo, sbarcato sulle coste americane con i primi europei, Cortès, praticando anche un’attenta strategia di alleanze con i nemici storici degli Aztechi, riuscì a penetrare nel cuore dell’impero, la capitale Tenochtitlàn, a prendere in ostaggio l’imperatore Moctezuma e a impadronirsi rapidamente, in un arco di tempo che va dal 1519 al 1521, dell’ultima grande civiltà mesoamericana. Gli spagnoli fusero tutto ciò che era oro e argento, facendone lingotti da inviare in Europa, e distrussero tutte le altre opere considerate simbolo di idolatria. Dalla loro furia distruttrice si è salvato essenzialmente solo ciò che era sepolto. La mostra, organizzata dalla fondazione Memmo e
dall’Ambasciata del Messico, curata da Felipe Solís Olguín, con il
patrocinio delle massime autorità italiane e messicane, è la prima di
tale grandezza che venga organizzata fuori dal Messico. Oltre 350 opere,
di cui 40 provenienti dai recenti scavi nel Templo Mayor, a Città del
Messico, sono esposte a Palazzo Ruspoli, edificio del XVI secolo che,
curiosamente, come è stato segnalato dal curatore della mostra nella
sua introduzione del catalogo, è stato costruito nell’epoca in cui la
civiltà azteca veniva distrutta. Le ampie sale, divise per temi, sono
organizzate in modo funzionale e scenografico (per esempio una sala è
decorata con grandi riproduzioni dei murales sul tema delle civiltà
messicane precolombiane che Rivera realizzò nel Palacio Nacional,
un’altra con una maestosa riproduzione di un tempio azteco); le sale e
le opere sono corredate da note esplicative che aiutano ad orientarsi
nella selva di riproduzioni di divinità, di oggetti
rituali e d’uso comune, e a capire meglio gli usi e i costumi
degli Aztechi e dei loro predecessori. Al di là dell’ovvio interesse che suscita una
cultura così diversa, con i suoi miti, i suoi dei, la sua intensa
religiosità, sia pure così diversa e cruenta, colpisce l’elevata
qualità e la perfezione stilistica delle opere, realizzate con i
materiali più diversi, soprattutto considerando il fatto che gli
artisti mesoamericani non avevano utensili in ferro. Oltre ai pochi
oggetti d’oro sopravvissuti, sono notevoli le opere realizzate in
materiali durissimi come il basalto e l’ossidiana, opere di una
levigatezza stupefacente.
[1] Morelli A., Dei e miti, Fratelli Melita Editori, Verona 1989, pp.424-425.
Maggio 2004 |
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