¿Será 2005 el año del cine colombiano?

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"Cabeza de Vaca" di Nicolas Echevarria

Stella de Fanzago


Il famoso libro “Naufragios” di Alvar Nuñez Cabeza de Vaca è la base della sceneggiatura di questo film (1991) di Nicolás Echevarria, la cui narrazione dei fatti li comprime in una serie di scene che non seguono strettamente l’ordine cronologico o la linea narrativa del testo utilizzando, con la tecnica del flashback, una struttura circolare che inizia e termina nel 1536, lo stesso anno della narrazione del viaggio di Cabeza de Vaca, iniziato il 17 giugno del 1527.
Nel film vengono evidenziati soprattutto gli aspetti etnografici, geografici ed i dettagli autobiografici presenti nel testo scritto, ponendo una particolare enfasi sugli aspetti della vita religiosa, del misticismo degli indigeni e sulla profonda fede dello stesso protagonista.

E’ stato evidenziato dai critici come questo film sia il primo a mostrare lo stupore, lo spavento, a volte un vero e proprio orrore, degli Spagnoli che per primi si trovarono di fronte ad un mondo totalmente altro da quello fino ad allora conosciuto. 
Un incontro estremamente forte, distruttivo, che non può che portare, nella maggioranza dei casi, che alla malattia ed alla morte, come narrato dalla cronaca della disastrosa spedizione del governatore Panfilo de Narváez. Quasi una metafora essa stessa dei pericoli insiti nell’incontro tra realtà così diverse. Una diversità mortifera, che induce la distruzione, ben esemplificata dalla vicenda del continuo, inesorabile, tragico assottigliamento del corpo di spedizione. In seicento partirono sulle cinque navi della flotta che salpò dal porto di San Lúcar de Barrameda per conquistare le terre comprese tra il Rio de Las Palmas e la Florida. Tragedia dopo tragedia, sottrazione dopo sottrazione, dapprima in cinque e poi solo in quattro sopravvivranno tanto a lungo da far ritorno, dopo avere incontrato ed attraversato difficoltà, pericoli, malattie, schiavitù. Ma anche dopo essere, come lo è stato per il protagonista/eroe del racconto, per così dire “rinati” ad una nuova vita, avere attraversato la cultura dell’Altro, non averla negata, anzi avendola utilizzata per passare di nuovo allo status pieno di Uomo (esemplificato dal passaggio del protagonista dallo stato di schiavitù al prestigio del ruolo di sciamano). 

Come nota Cesare Acutis, nella sua introduzione al testo edito da Einaudi nel 1989, è la storia di un viaggio in un mondo “alla rovescia”. 
Si perdono, strada facendo, tutti i segni della propria cultura, gli oggetti, i vestiti, ci si confronta con la nudità (al ritorno alla “civiltà” Alvar Nuñez dovrà nuovamente e con fatica rivestirsi, gesto simbolo del reinserimento nella propria cultura), si perde il riferimento tranquillizzante all’istituzione (la colpevole incapacità del governatore Panfilo de Narvaez di far fronte agli imprevisti) e con essa l’ordine gerarchico e si scopre un mondo senza gerarchia (non hanno più un capo che li governi). 
Il cannibalismo, un orrore imputato dagli spagnoli ai “selvaggi”, sarà praticato proprio dagli spagnoli affamati e li farà giudicare con lo stesso sentimento di orrore dagli indigeni. Tutto il peso della tradizione della civiltà europea e cristiana non potrà impedire agli spagnoli di scoprire la propria disperata fragilità.
“Una cultura pesante di storia si confronta con una cultura senza storia, e della prima si scopre la drammatica fragilità”. (C. Acutis). 
E’ questa fragilità che fa rovesciare le circostanze: gli spagnoli partiti come conquistatori, finiscono schiavi. Sarà la cultura dei barbari che li salverà, facendoli ridiventare uomini.

Secondo lo stesso regista, lo scopo del film è “la rappresentazione di un uomo nuovo, che non è europeo, non è indiano, che è proprio nel mezzo”, “è l’inizio della nascita dell’Americano o del Latinoamericano”, volendo presentare il “ritratto” di un eroe che incarna le qualità dell’uomo assimilato, di un uomo che ha unito la sua propria cultura con quella dei nativi.

La narrazione filmica si focalizza sulla trasformazione di Cabeza de Vaca, che supera la propria struttura culturale e religiosa (inscindibili per un uomo del suo tempo) e “diventa indiano”, apprendendo la conoscenza sciamanica, diventando egli stesso un mistico, trasformandosi in un altro uomo. 
Il viaggio di Cabeza de Vaca non è solo un viaggio di spostamento territoriale, bensì un viaggio nel profondo della propria anima, della propria realtà trascendentale. 
Nell’episodio, assente nel libro, in cui il protagonista è drammaticamente iniziato allo sciamanesimo tramite una esperienza spirituale marcata dalla simbologia cristiana e da quella della cultura indigena, questa esperienza lo porterà ad una profonda comprensione umana del mondo indigeno.
Un’ulteriore licenza è l’introduzione di personaggi assenti nel testo, tra cui le figure femminili, come avvenuto nell’episodio della guarigione dell’indiano ammalato, ritenuto morto e “miracolosamente” risuscitato dal protagonista. Nel film si opera un cambiamento di sesso: non più uomo bensì una donna che nell’immagine frontale del suo rialzarsi nuda in mezzo a persone vestite, introduce un elemento sessuale, così come il gruppo, del tutto immaginario, di donne (con una forte connotazione esotica) che guida la tribù di cannibali che cattura i superstiti dal naufragio.

Il senso di alienazione provato da quei primi europei che misero piede sulle coste della foce del Mississipi, è ricreato nel film con alcuni accorgimenti, quali la mancata traduzione dei dialoghi che si svolgono in lingue indigene, la mancanza di informazione storica, la rarefazione dei dialoghi.
Una alienazione che nel corso del film viene superata fino alla comprensione, da parte di Alvar Nuñez, che “essere umano” è qualcosa di diverso e molto più profondo che portare vestiti, avere le abitudini degli europei, avere la loro stessa religione. Molto più importante, per definire l’umanità di una persona, sono le sue relazioni con gli altri essere umani nel quotidiano, la sua capacità di stabilire legami autentici.
Tecnicamente lo spettatore viene aiutato a compiere lo stesso percorso di avvicinamento alla cultura altra con la riproposizione delle immagini dei riti indigeni, lo smussamento delle differenze e l’esaltazione degli elementi comuni, il che produce la consapevolezza della differenza ma non dell’estraneità totale né dell’inferiorità di una cultura rispetto ad un’altra. 
Non a caso nel film Cabeza de Vaca recita una poesia, scritta dal re Giovanni II dopo la conquista di Grenada, una poesia inneggiante all’unione tra le città di Spagna, anche se di differenti culture.
Così come la distruzione del regno arabo significò la distruzione di una civiltà che si alimentava di culture diverse ed aveva dato splendidi frutti, anche la conquista da parte degli spagnoli (e degli altri europei) del Nuovo Mondo significò mancanza di riconoscimento della cultura altra, distruzione e morte.
L’introduzione di questa scena esplicita il pensiero di Echevarria: l’auspicio della creazione di una cultura meticcia, frutto dell’incontro di culture diverse che non si combattono, non si distruggono, ma vicendevolmente si arricchiscono e fanno germinare nuove culture.

A questo proposito vorrei ritornare all’episodio del nano Malacosa, in cui si evidenzia la concezione culturale di Echevarria, diametralmente opposta a quella del Cabeza de Vaca storico. 
Mentre per questo ultimo era la sua fede nel cristianesimo ad avergli guadagnato il rispetto dei nativi, per Echevarria è l’assimilazione culturale, l’avere adottato pienamente la cultura religiosa delle popolazioni in cui era inserito, l’unico strumento di liberazione e di riconoscimento del suo essere pienamente uomo (il passaggio dallo stato di schiavitù a quello di libertà).
Un processo di “acculturazione all’inverso” rispetto alla pratica della conquista, un processo che secondo la visione del regista, è il fondamento della nascita del Nuovo Mondo.
Ciò è esemplificato nell’episodio della rimozione del crocefisso, che lo sciamano toglie a Cabeza de Vaca, non in quanto simbolo religioso, ma in quanto fonte di una forza che egli non può ancora governare. Solo dopo il suo avvenuto cambiamento di status, solo dopo che sarà diventato a sua volta sciamano, Cabeza de Vaca potrà nuovamente indossarlo.

Un messaggio diametralmente opposto a quello di Cabeza de Vaca, per il quale era solo la fede in Cristo a conquistare gli indigeni che incontrava nel suo lungo peregrinare. 
Ed il viaggio narrato in Naufragios può essere veramente letto come la metafora del pellegrinaggio di un uomo che attraversa regioni piene di avversità e di pericoli ma che, procedendo sostenuto dalla fede, riuscirà alla fine a riunirsi alla civiltà (la propria cultura), identificata per la cultura del tempo, con la civiltà cristiana, il luogo della fede.

Assolutamente opposto è il messaggio di Echavarria, che condanna la cristianizzazione del Nuovo Mondo ed esalta il misticismo indigeno.
Nella scena finale un gruppo di indigeni in cammino, condotti da un tamburino spagnolo marcia in modo militare, trasportando un enorme crocefisso. E’ la rappresentazione della trasformazione (negativa dal punto di vista del regista) prodotta dagli spagnoli e dagli altri europei nel Nuovo Mondo. 
Da una religione primitiva, non istituzionalizzata, di comunione diretta con gli spiriti e le forze della natura, alla forzata ed oppressiva gerarchia del cristianesimo istituzionalizzato.
Il passaggio culturale è ben rappresentato dal passaggio geografico da una arida landa desolata ma illuminata dal sole ad una fila di montagne lussureggianti, ma sinistre, simbolo di un cristianesimo sofisticato, onnipotente ed oppressivo. In questa scena gli indigeni sono indistinguibili gli uni dagli altri, non più individui ma gruppo ormai indifferenziato. Vengono cancellati i tratti distintivi, non vi sono volti, tutti sono ridotti a gruppo di selvaggi da indottrinare e civilizzare.
Non vi sono neppure dialoghi. L’unico suono è quello del battito militaresco del tamburo.
Con la rappresentazione del lato violento, costrittivo dell’evangelizzazione, Echevarria chiude il film con un profondo iato dal racconto e dagli intenti di Cabeza de Vaca.

 

Aprile 2004

 

 

Latinoamerica-online 

Ass. Cult. Imago Mundi - Direttore  responsabile Mariella Moresco Fornasier

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