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Silvana Silvestri
Quella che potrebbe essere l'estatica visione del paese, gioiosa descrizione della vita dei campesinos (fotografata in maniera unica da Micaela Cajahuaringa, a cominciare dal prologo in carcere, dove i detenuti politici escono da detenzioni di venti anni, ci anticipa il senso di film per niente elegiaco, in costante rapporto dialettico con la violenza, primo film che porta in primo piano «Sendero luminoso», nome tanto enfatico quanto funesto. Organizzazione terrorista che sembrava debellata, ha dato ancora una volta di recente segni di riorganizzazione, causata dalla disastrosa situazione di un paese passata dal presidente Fujimori (accusato di tentato golpe, massacro di oppositori e malversazioni, oggi rifugiato politico in Giappone, con sei mandati di cattura internazionali) a quelli del neoliberismo attuale, dove scandali e corruzione sono il prodotto più tipico.
Così è anche la vicenda raccontata dal film, ambientata negli anni Ottanta, un paese dove la gente è vittima designata del potere e i diritti umani sono un concetto sconosciuto (finora, si potrebbe dire: il film è uscito in concomitanza con la pubblicazione della relazione sui diritti umani nel paese). La lotta di Sendero luminoso contro le autorità ha seminato il terrore fra i campesinos. Mentre i bambini giocano a soldatini e «terrucos» (i terroristi), molto presto restano coinvolti in un gioco più grande di loro. Infatti con l'antico metodo dell'arruolamento coatto, i «comunisti» rapiscono l'undicenne Juan, diventato il compagno Cirilo (questo è il suo nome di battaglia) e lo addestrano a diventare un vero combattente senza famiglia, per abbattere il nemico di classe.
La collaudata contrapposizione tra buoni e cattivi appare fin troppo lampante, con militanti dalla demente ottusità che non si sono visti neanche nei film ambientati ai tempi della rivoluzione culturale, poi per fortuna il film esplode in una battaglia finale dai toni altrettanto visionari della prima parte. Paese martoriato e fin troppo paziente, non è una sorpresa che il film sia diventato campione di incassi, poichè racconta il destino di parte della popolazione sopraffatta o dal potere o dal terrorismo, senza avere nessuna voce in capitolo: si calcola che circa trentamila peruviani sono morti in questo scontro (tra popolazione civile, militari e terroristi).
Fabrizio Aguilar ha trenta anni, ha studiato scienze della Comunicazione, è stato attore, assistente del più conosciuto regista peruviano Francisco Lombardi, in No se lo digas a nadie, e dello spagnolo Benito Zambrano in Solas. Girato ad Ahuac, nel distretto di Pariahuanca, un luogo senza elettricità, acqua, telefono o strade asfaltate, la gente del film ha lavorato con la gente del posto per procurare alcune strutture mancanti più un certo numero di piantagioni (patate, grano), medicine e vestiti e si sono costruitetre case usate come location e lasciate poi a disposizione degli abitanti.
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