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El Día del los Muertos
Stella de Fanzago
Il rapporto tra i vivi (coloro che sono ancora vivi) ed i defunti (coloro che lo furono ma che non lo sono più) è così profondamente radicato nell’animo umano, così connesso con le credenze primordiali dell’alba della cultura umana, che è ritenuto la base stessa della sua formazione.
Il culto ai defunti sembra segnare il passaggio dallo stato animale (lo stato di natura) allo stato propriamente umano (lo stato di cultura, che contraddistingue l’uomo).
Il defunto, che pur mantenendo anche se in forma passiva un legame affettivo con i vivi ne ha perso le caratteristiche fisiche, legate alla vita terrena, è il tramite naturale tra due mondi altrimenti incomunicabili: quello della realtà terrena e quello ultraterreno.
Si trova quindi in una situazione intermedia tra l’umano (ciò che fu e che non è più) e lo spirito vitale dell’universo (al quale è ritornato), precorrendo in questo destino ed indicandone la via a coloro che ha lasciato e che lo seguiranno.
Tra vivi e morti il rapporto è quindi assolutamente inscindibile e travalica i sentimenti individuali e le singole relazioni affettive per acquisire il carattere della necessità universale, rappresentando il flusso costante della vita che attraversa le generazioni in un susseguirsi di nascite e di morti.
Un filo ininterrotto, sacralizzato dalla ritualizzazione che ciclicamente (come ciclica è la vita ed il suo rapporto con la morte) propone ai vivi un incontro/re-incontro socialmente codificato con i trapassati, con coloro che hanno già percorso il cammino sul quale tutti sono avviati ed hanno valicato il confine con la realtà ultraterrena.
Tra le molte tradizioni che esprimono questo rapporto con la morte, questo video documenta la tradizione della “velación de ánimas”, che si svolge nella notte tra l’1 e il 2 novembre e che per il suo carattere fortemente mistico e per la bellezza anche estetica dei suoi rituali è tra le celebrazioni e le manifestazioni di autentica cultura popolare di più forte impatto emotivo di tutto il Messico.
Nelle zone rivierasche del lago Pátzcuaro, nello Stato di Michoacán, questo rito è chiamato “Animecha Keitsïtacua
[ketstacuá] ”, cioè “offerta per le anime”, un cerimoniale ricco di simboli della religiosità popolare cattolica e di reminiscenze dell’antica cosmovisione purépecha, un gruppo etnico e linguistico (identificato con questo nome dai conquistatori spagnoli), distinto da altri gruppi della Mesoamerica e chiamato dagli antichi abitanti del Messico “Michoaques”, cioè abitanti di Michoacán, la “terra dei laghi”.
Janitzio, una delle isole del lago Pátzcuaro, è famosa per le sue celebrazioni della notte dei morti e per la leggenda che vuole che le anime di due giovani principi, la cui storia d’amore fu tragicamente troncata dall’arrivo dei conquistatori spagnoli, escano dalle acque del lago dove trovarono la morte al rintocco della campana che suona all’entrata del cimitero chiamando le anime, e possano per una notte rincontrarsi, al riparo da sguardi indiscreti, rinnovando il loro amore fino alle prime luci dell’alba.
Nel trascorrere della notte, mentre i due amanti si ritrovano, gli abitanti di Janitzio popolano il piccolo cimitero del paese, le cui tombe vengono adornate con fiori gialli raccolti in precedenza (fiori che vengono da lontano, come da lontano vengono le anime) e sulle quali si allestiscono, illuminati dalla luce tremula delle candele (quasi la materializzazione evanescente delle anime che ritornano), piccoli altari per i defunti, ai quali vengono offerti i cibi e le bevande preferiti in vita, per esprimere l’affetto duraturo che lega le persone che si sono amate e la quieta gioia, seppur segnata dalla nostalgia e dal dolore del distacco, per questa occasione di rincontro.
Tanta importanza riveste la celebrazione del Día del los Muertos nella cultura messicana, che nel 2003 la Unesco ha inserito la tradizione del Día de los Muertos nella lista del Patrimonio Orale e Immateriale dell’Umanità.
La motivazione per tale riconoscimento è che la festa “riveste una importanza considerevole nella vita quotidiana delle comunità indigene per la dimensione della morte che propone” rivestendo una “funzione sociale” che “ricorda il posto dell’individuo in seno al gruppo e contribuisce all’affermazione dell’identità e del ruolo politico e sociale di comunità che vedono in pericolo la preservazione delle loro tradizioni”.
Nel suo “Labirinto della Solitudine”, lo scrittore messicano Ottavio Paz ricorda che per gli antichi messicani, la cui cosmovisione si mantiene viva nelle attuali popolazioni indigene, “La vita si prolungava nella morte. E l’inverso. La morte non era la fine naturale della vita, ma la fase di un ciclo infinito. Vita, morte e risurrezione erano stadi di un processo cosmico, che si ripeteva insaziabile. La vita non aveva scopo più alto che sfociare nella morte che, a sua volta, non era fine a se stessa; l’uomo alimentava con la propria morte la voracità della vita, sempre insoddisfatta. Il sacrificio possedeva un duplice obiettivo: da un lato l’uomo accedeva al processo creativo (pagando alle divinità il debito contratto dalla specie); dall’altro alimentava la vita cosmica e sociale, che si nutriva della prima”.
Ricorda un detto messicano che “Al fin que para morir nacimos”.
Novembre 2004
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