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Gabriele Croppi
Guillermo Saccomanno, Animali
domestici, Edizioni e/o Non è bella la vita di animale domestico. Ti soffoca. Ti logora lentamente, in una dimensione temporale che si fa statica e ridondante. Noi animali viviamo domeniche interminabili, nottate in cui guardi l’orologio e sono sempre le quattro del mattino. Il tempo ci è nemico, assai lontano dai gloriosi trascorsi in cui si travestiva di nausea, di ozio, di spleen, quando l’auto-alienazione era un oggetto di conquista e non il misero rifugio di nevrosi e paure.
Altre epoche. Oggi è tutto cambiato. Ci svegliamo al mattino e siamo già inquieti, così come accade a Cecilia, l’animale che vive la sua condizione di internata di lusso in un appartamento di Buenos Aires. Forse ha l’Aids. Forse. Non lo sa, non lo vuole sapere. Perché a lei interessa la primavera della vita, non l’autunno che appare metaforicamente iscritto nelle sagome del cimitero che osserva dalla finestra di casa. E allora si distrae, qualche volta arriva un verbo che funziona bene: si distrae. Si può dire anzi, che sia lei stessa una “distrazione della vita”, comandata dai fili di un meccanismo sociale che la isola nel proprio universo full optional. Perché Cecilia è tutti noi, Cecilia. Rinchiusa nel proprio monastero narcisista, si illude forse di sfuggire ai dettami sociali da cui è governata. E si crede libera. Nella cornice narratologica in cui vive, è una piccola dea che governa annoiata il suo regno, fatto di segreterie telefoniche, videoregistratori, hi-fi. Così la sua storia, la storia di una domenica pomeriggio qualunque, si intreccia con le storie di altri animali domestici, di altre meschine unità che consumano il proprio tempo nelle proprie tragedie personali, o nella distrazione di un’orgia inscritta in una videocassetta porno. Ma – ricordiamo l’epigrafe -, essere animali domestici significa portare in sé stessi la doppia condizione di bestie da macello: succede allora che l’atto più irrazionale e istintivo dell’”animale uomo”, il sesso, venga influenzato dal senso comune, da un immaginario fatto di stereotipi e cliché di cui persino l’autore sembra cadere prigioniero. Il sesso, quell’isola di libertà che un’intera generazione (negli anni settanta) vedeva all’orizzonte, appare oggi deserta e comandata dalle leggi di una razionale casistica fatta di numeri e percentuali, archiviata in un’intera bibliografia sulla sessualità femminile: così almeno accade alla protagonista del racconto. Ma la minaccia e la tensione di questi racconti hanno il pregio di non essere mai totalmente esplicite o, più banalmente, retoriche. Perché, come ricorda Raymond Carver, “creano tensione anche le cose che vengono lasciate fuori, che sono implicite, il paesaggio che è appena sotto la tranquilla (ma a volte rotta e agitata) superficie del racconto” (Il mestiere di scrivere, Einaudi 1997). Sarà il lettore che, immergendosi sotto la superficie del tessuto narrativo, darà un senso ai racconti, confrontando se stesso e la propria realtà con i protagonisti delle storie ed il palcoscenico sociale in cui vivono. E finirà per sentirsi anch’esso animale domestico, così come succede in questo momento a chi scrive. |
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