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Animali domestici

 

Gabriele Croppi   

gabrielecroppi@hotmail.com  

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Guillermo Saccomanno, Animali domestici, Edizioni e/o



“Pensi che morire sia duro?
Morire non è una stronzata…
Ma la parte difficile è vivere
mentre si svolge la morte”.

Dan Fante





Che deficiente, che sono. Ancora mi illudo di poter guardare il mondo in cui vivo. Mi sembra che esistano luoghi, oggetti e colori esterni alla geografia della mia interiorità. Povero illuso. La vita è cambiata. Siamo in epoca post-moderna. La medicina ha già dato i suoi effetti: ora viviamo il tempo dell’assuefazione e delle controindicazioni. Ogni cosa ha cessato di esistere là fuori, lungo la strada o nei chiassosi e affollati locali del centro. Narcisismo? Egoismo? Cinismo? Ebbene, sì. Sono maschere che ogni giorno indosso per difendermi da un mondo che non riesco più a vivere e a vedere. Che deficiente, che sono.

Finirò per diventare un personaggio letterario, uno di quegli animali domestici che popolano i racconti Guillermo Saccomanno, raccolti e pubblicati dalla Casa editrice E/O di Roma. Un animale domestico che – come recita l’epigrafe al libro di Ernest Jünger – porta con sé la doppia condizione di bestia da macello.

Non è bella la vita di animale domestico. Ti soffoca. Ti logora lentamente, in una dimensione temporale che si fa statica e ridondante. Noi animali viviamo domeniche interminabili, nottate in cui guardi l’orologio e sono sempre le quattro del mattino. Il tempo ci è nemico, assai lontano dai gloriosi trascorsi in cui si travestiva di nausea, di ozio, di spleen, quando l’auto-alienazione era un oggetto di conquista e non il misero rifugio di nevrosi e paure.

Altre epoche. Oggi è tutto cambiato. Ci svegliamo al mattino e siamo già inquieti, così come accade a Cecilia, l’animale che vive la sua condizione di internata di lusso in un appartamento di Buenos Aires. Forse ha l’Aids. Forse. Non lo sa, non lo vuole sapere. Perché a lei interessa la primavera della vita, non l’autunno che appare metaforicamente iscritto nelle sagome del cimitero che osserva dalla finestra di casa. E allora si distrae, qualche volta arriva un verbo che funziona bene: si distrae. Si può dire anzi, che sia lei stessa una “distrazione della vita”, comandata dai fili di un meccanismo sociale che la isola nel proprio universo full optional. Perché Cecilia è tutti noi, Cecilia. Rinchiusa nel proprio monastero narcisista, si illude forse di sfuggire ai dettami sociali da cui è governata. E si crede libera. Nella cornice narratologica in cui vive, è una piccola dea che governa annoiata il suo regno, fatto di segreterie telefoniche, videoregistratori, hi-fi. Così la sua storia, la storia di una domenica pomeriggio qualunque, si intreccia con le storie di altri animali domestici, di altre meschine unità che consumano il proprio tempo nelle proprie tragedie personali, o nella distrazione di un’orgia inscritta in una videocassetta porno. Ma – ricordiamo l’epigrafe -, essere animali domestici significa portare in sé stessi la doppia condizione di bestie da macello: succede allora che l’atto più irrazionale e istintivo dell’”animale uomo”, il sesso, venga influenzato dal senso comune, da un immaginario fatto di stereotipi e cliché di cui persino l’autore sembra cadere prigioniero. Il sesso, quell’isola di libertà che un’intera generazione (negli anni settanta) vedeva all’orizzonte, appare oggi deserta e comandata dalle leggi di una razionale casistica fatta di numeri e percentuali, archiviata in un’intera bibliografia sulla sessualità femminile: così almeno accade alla protagonista del racconto.

I racconti di Saccomanno rimandano ingannevolmente ad altri celebri scritti, di bukowskiana memoria. Ingannevolmente, perché ad essi li accomuna il binomio sesso/cibo (a cui forse andrebbe dedicata una adeguata riflessione psicoanalitica), e nulla di più. Sesso e cibo diventano strumenti di prigionia, atti non più governati dai singoli individui, ma dalla natura o dalla società che li comanda. E’ così per Estefania, la piccola protagonista del racconto La Tonina blanca, che consuma nel cibo le sue premature nevrosi, certamente causate dall’isterica figura materna. E’ così per il protagonista di Storia clinica, una semipenombra lugubre che vive fra gli ospedali il dramma della propria vecchiaia e malattia. E’ così per Zippo, il giornalista romantico dell’omonimo racconto miracolosamente sfuggito ai militari golpisti, che sopravvive alle minacce anonime grazie ad alcol e pasticche.

Più verosimilmente, Saccomanno è attratto dall’aspetto universalizzante delle sue trame: il lettore attento osserverà una radice sociologica comune fra la Buenos Aires dei suoi racconti, e moltissime altre realtà urbane sparse in ogni angolo del pianeta. Nell’ambito più ristretto della realtà geografica descritta, l’universo di animali domestici, nella quotidianità delle persone che lo popolano, si carica di una lungimirante minaccia, che nove anni più tardi (l’edizione argentina del libro risale al 1993) sfocerà nella crisi del sistema neoliberista argentino, con i noti fatti del dicembre 2001.

Ma la minaccia e la tensione di questi racconti hanno il pregio di non essere mai totalmente esplicite o, più banalmente, retoriche. Perché, come ricorda Raymond Carver, “creano tensione anche le cose che vengono lasciate fuori, che sono implicite, il paesaggio che è appena sotto la tranquilla (ma a volte rotta e agitata) superficie del racconto” (Il mestiere di scrivere, Einaudi 1997).

Sarà il lettore che, immergendosi sotto la superficie del tessuto narrativo, darà un senso ai racconti, confrontando se stesso e la propria realtà con i protagonisti delle storie ed il palcoscenico sociale in cui vivono. E finirà per sentirsi anch’esso animale domestico, così come succede in questo momento a chi scrive.

E si sentirà un deficiente, rinchiuso nel proprio individualismo e nel proprio benessere: incapace di osservare il mondo per quello che è, o di trattare i suoi simili con le stesse privilegiate fattezze che riserva ai propri cani o ai propri gatti, così come accade alla protagonista dell’ultimo racconto del libro, quello da cui prende il titolo. 
Che deficiente, che sono.




Guillermo Saccomanno  è nato a Buenos Aires nel 1948. Ha pubblicato vari libri di poesie, racconti e romanzi, più volte premiati nel suo paese. Il giornale La Nación ha scritto che i suoi racconti sono tra i migliori della nuova letteratura argentina. Le Edizioni e/o pubblicheranno il suo romanzo Il buon dolore.

 

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