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La nostalgia dei corpi. Uomini
e dei dall’Africa a Bahia
Alfo
Mostra e conferenza di Patrizia Giancotti nell’ambito del Reggio Parma Festival
2005 dedicato per la sezione danza ad Africa e Brasile.
Chiostri di San Domenico - Reggio Emilia 13 - 22 maggio 2005
Oltre un centinaio di affascinanti immagini immergono lo spettatore nella
cultura da cui provennero gli schiavi che, strappati dalla loro terra d’origine
, “africanizzarono” la città che li aveva accolti in catene.
Salvador da Bahia de Todos os Santos, “la Bahia”, come viene affettuosamente
chiamata dai suoi quasi tre milioni di abitanti, la città già portoghese dalle
innumerevoli chiese (si dice che siano una per ogni giorno dell’anno), ospita
oggi ben 4000 luoghi di culto del candomblé, la religione africana
sincretizzatasi con elementi arcaici indigeni e del cattolicesimo popolare.
Una “esplosione” di religiosità sulle cui origini e motivazioni profonde si è
soffermata nella sua conferenza, accompagnata dalla proiezione di altre
splendide immagini da lei stessa realizzate in una decina d’anni di lavoro sul
campo, l’antropologa e fotografa Patrizia Giancotti, che nella sua esposizione
ha ripercorso a ritroso il viaggio delle navi negriere.
Il fortuito incontro avvenuto a Ouidah in Benin, nell’antico Dahomey e porto di
partenza delle navi negriere, con una donna iniziata allo stesso orixá (entità
spirituale che rappresenta gli elementi e le forze della natura) di cui la
Giancotti indossava la collana dagli scuri grani color porpora, le apre le porte
dei templi, permettendole di verificare quanto fedeli alla tradizione africana
siano rimasti i culti a Bahia.
Un legame ininterrotto che il suo lavoro ha evidenziato anche attraverso la
disposizione delle immagini della mostra , che realizza un continuo rimando tra
Africa e Brasile.
Una esposizione avvincente per la bellezza delle fotografie, scattate durante i
riti di iniziazione, le feste in onore degli orixá, le divinazioni con il lancio
delle conchiglie, oltre che per l’interesse antropologico della ricerca.
Citazioni di studiosi quali Marc Augé, Bernard Maupoil, J. Jahn e John Michael
Coetzee, ma anche del grande poeta e primo presidente del Senegal Léopold
Senghor (Danziamo/ Il canto frusta il sangue/ il ritmo scaccia l’angoscia che ci
serra alla gola,/la vita tiene la morte a distanza) arricchiscono la mostra,
accompagnata dai suoni e dalle musiche registrate durante la festa di Yemanjá,
la grande madre, signora del mare, che ogni anno Bahia festeggia al 2 di
febbraio, offrendo alle acque fiori e regali portati dalle donne fino alle
barche che i pescatori spingeranno al largo, traendo auspici da come
scompariranno tra le onde.
La “nostalgia dei corpi”, che dà il titolo alla mostra, è quella che, secondo
una leggenda yoruba narrata in presentazione della mostra, è provata dagli orixá
per gli esseri umani, con i quali un tempo convivevano in armonia, quando i due
mondi erano uniti. “All’inizio del tempo Dei e uomini vivevano insieme in grande
armonia, ma un errore umano ruppe l’incanto e Olorúm, dio supremo, separò il
mondo umano da quello divino. Da allora una grande tristezza si abbatté
sull’umanità, anche gli dei, però, si sentirono pervasi dalla malinconia,
provando una tremenda nostalgia dell’umanità, del cibo, della festa, della
danza: avevano nostalgia del corpo. Poi la musica aprì la porta, gli uomini la
seguirono e gli dei scesero a danzare in loro.”
Questa leggenda, mito fondatore della religione yoruba che prevede che durante
le cerimonie i fedeli cadano in trance danzando al suono dei tamburi e vengano
“posseduti” dagli orixá in onore dei quali viene offerta la festa, è stata lo
spunto della ricerca condotta in Benin e in Brasile, dove “nostalgia del corpo è
nostalgia dell’Africa”, nostalgia dell’interezza dell’uomo, nato per potersi
unire al mondo spirituale e che troppo spesso vive in un mondo dimezzato.
Giugno 2005
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