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Antonio Aimi
Riportiamo la premessa e l'inizio dell'ultimo libro di Antonio Aimi, noto studioso della storia e delle civiltà precolombiane, edito da Mondadori Milano nel 2004.
Premessa
Si salvano solo pochi interventi che finora non hanno avuto la forza di rovesciare la versione dominante, anche perché in genere hanno toccato marginalmente lo specifico propriamente storico. Come credo di aver mostrato nel libro: La “vera” visione dei vinti: la conquista del Messico nelle fonti azteche, questo modello non solo è insostenibile perché è smentito dal buon senso e da una vasta gamma di dati archeologici ed etnostorici, ma in alcuni passi è semplicemente grottesco. Inutile dire che dopo aver smantellato il centauro che domina la scena, mi sono trovato in mano alcuni intriganti frammenti isolati che, senza volerlo, mi hanno spinto a immaginare uno scenario plausibile di quegli avvenimenti, il cui protagonista incontrastato è Moctezuma o, più correttamente,: Motecuhzoma Xocoyotl, il Signore Adirato il Giovane, l’imperatore azteco che ricevette Cortés e morì in circostanze controverse. Per quanto presentato dalle fonti ora come un Amleto esotico ora come un vigliacco, credo, come sostengono anche alcuni degli specialisti più qualificati, che sia stato un grande imperatore e che stesse facendo, nel contesto degli inizi del XVI secolo, l’unica cosa sensata che lo sviluppo politico sociale della Mesoamerica richiedeva: la costruzione di uno Stato assoluto di tipo nuovo, fondato su un apparato professionale di funzionari a tempo pieno. E’ evidente, però, che uno scenario a tutto tondo del punto di vista di Moctezuma può essere ricostruito solo sul terreno del racconto storico e non su quello della ricerca storica o etnostorica o antropologica. Questo libro, è bene chiarirlo esplicitamente fin da ora, è dunque un racconto e come tale va giudicato. Ma è bene dire con altrettanta chiarezza che in molti passi esso si basa su parecchi dati incontestabili della ricerca etnostorica e archeologica e di una lettura critica delle fonti indigene e spagnole. er non appesantire il racconto, questi dati non sono indicati, per evitare di produrre un apparato di note e di riferimenti lungo come il libro stesso. Chi è interessato, li può trovare, in gran parte, ne: La “vera” visione dei vinti: la conquista del Messico nelle fonti azteche.Per rendere più semplice la vita al lettore non abituato a una serie di parole nahuatl di difficile lettura, sono state usate le traduzioni italiane o le varianti moderne dei nomi indigeni (caucciù per ule o ulli, Cuernavaca per Cuauhnahuac, ecc.). E per la stessa ragione, anche a costo di creare un certo straniamento nel lettore specialista e di una qualche imprecisione concettuale, sono stati denominati col nome dato dagli archeologi o con un nome moderno oggetti e monumenti che sicuramente i protagonisti del libro indicavano in altro modo (ad esempio il teocalli di Huizilopochtli e di Tlaloc è stato chiamato il Templo Mayor, ecc.). Anche i nomi dei personaggi sono stati semplificati. In primo luogo quello del protagonista. E così Motecuhzoma Xocoyotl è diventato semplicemente Moctezuma. Ma sono sicuro che l’imperatore azteco, nel suo pragmatismo irrituale, l’avrebbe perdonato.La conversione delle date del calendario di Tenochtitlan nel calendario giuliano è stata fatta seguendo la correlazione Caso. Per ricostruire la posizione delle stelle e dei pianeti nel cielo di Tenochtitlan negli anni presi in esame sono stati utilizzati i moderni programmi di astronomia.
Tezcatlipoca dà e toglie, innalza e abbatte La vita gli era scivolata via tra le mani. Lo sapeva chiaramente. Da un certo punto in poi la vita aveva cominciato a scivolargli via dalle mani. Da almeno tre anni, da quando non era più comandante supremo dell’esercito mexica, la sua vita gli era apparsa davanti agli occhi nitida e chiara e gli era sembrata una cosa buttata via, una cosa che non lo riguardava e che poteva guardare dall’esterno. “Sei troppo bravo per occuparti di questa piccola ribellione” gli aveva detto quel miserabile idiota. Come se comandare gli eserciti e governare l’impero fosse un compito che doveva essere riservato agli imbecilli e agli incapaci. E così l’imperatore era partito per Xaltepec col figlio Matlal. Poi gli aveva fatto sapere che, non avendo partecipato alla spedizione di Xaltepec, non era più comandante dell’esercito e non faceva più parte del Consiglio dei Quattro. Per dargli un contentino l’aveva nominato responsabile dell’arsenale dell’esercito. Così s’era ritrovato trasformato da guerriero in scribacchino. Quel miserabile cialtrone non aveva avuto nemmeno il coraggio di convocarlo nel Tecpan, nel Palazzo Reale, e di guardarlo negli occhi. Glielo aveva fatto sapere con un breve messaggio, che gli era stato riportato da uno di quei ragazzotti molto boriosi e molto checche che i preti avevano sistemato ovunque nella corte dell’imperatore. Ma Moctezuma sapeva che quella decisione di Ahuitzotl e tutto quello che era venuto dopo era solo l’ultimo petalo del fiore. Per una di quelle tragiche beffe che il Signore Invisibile e Impalpabile si diverte a fare agli uomini per mostrare la loro nullità e la sua onnipotenza, la vita aveva cominciato a sfuggirgli via molto prima, quando ancora la stava costruendo, quando aveva ancora l’illusione di tenerla saldamente nelle mani. Si era fatto troppi nemici. Troppe volte aveva parlato senza menzogna e senza inganno. Troppo a lungo aveva fatto parte per se stesso senza legarsi a nessuna delle fazioni che si contendevano il potere a Tenochtitlan, la perla dell’Anahuac, la più splendida opera che mai gli uomini avessero realizzato nel Cem Anahuac, l’Unico Mondo, il Mondo dei due Mari. Anche il nome che gli avevano dato quando era diventato un guerriero, beffardamente, rivelava il suo isolamento: Moctezuma, il Signore Adirato. Certo, era anche il nome del più grande imperatore dei Mexica, ma il fatto che si chiamasse come lo Huey Tlatoani, il Grande Oratore che aveva definitivamente imposto la potenza azteca nell’Unico Mondo, rendeva la beffa ancora più atroce. Aveva accettato quel nome come una scommessa, lo aveva sempre portato per mostrare di esserne degno, ma ora sapeva che la scommessa era persa. Irreversibilmente. Con la morte di Ahuitzotl e l’imminente elezione a imperatore del figlio Matlal o di un altro fantoccio dei sacerdoti, la città e l’impero sarebbero finiti nelle mani di un pugno di fanatici e incapaci. Il pretesto era stato l’alluvione dell’anno 7 Canna [il 1499 del calendario giuliano]. Può essere destituito il capo dell’esercito perché piove troppo ? Eppure gli era capitato proprio questo. Tutto era cominciato con la questione della costruzione dell’acquedotto di Acuecuexatl. La popolazione era molto aumentata e l’acqua, soprattutto durante la stagione secca, cominciava a scarseggiare e non si poteva bere l’acqua salmastra del lago. Si era deciso di costruire un nuovo acquedotto che captasse un’abbondante sorgente che sgorgava da un piccola grotta ad Acuecuexatl, nei pressi di Coyoacan. Ma Tzutzuma, il signore di Coyoacan, si era opposto con pretesti che solleticavano il fanatismo della casta sacerdotale: “La grotta è sacra a Tlaloc e Chalchiuhtlicue, le divinità dell’acqua, la costruzione dell’acquedotto ci obbliga a smantellare il tempio costruito sotto la sorgente, ecc.”. Era così cominciato un ridicolo tira e molla. Per tre volte gli emissari di Ahuitzotl erano andati a trattare la questione dell’acquedotto e per tre volte erano tornati con la coda tra le gambe. Tzutzuma più che per questioni di devozione lo faceva per difendere la sua autonomia e ostacolare la crescita di Tenochtitlan. I sacerdoti lo difendevano perché era uno di loro e perché qualunque iniziativa sacralizzasse qualche aspetto del territorio, pur insignificante, rappresentava maggiore potere e maggiore prestigio, anche se questo comportava un indebolimento del potere dello Stato. Era stato convocato anche Nezahualpilli che, dopo aver approvato il progetto dell’acquedotto, aveva proposto come risarcimento alle divinità delle acque un rituale in pompa magna. Alla fine Ahuitzotl, incapace di sbloccare la situazione, aveva passato la faccenda a Moctezuma, che era andato a Coyoacan, aveva catturato Tzutzuma e lo aveva giustiziato davanti a tutti i signori della zona, come monito a non intralciare in nessun modo i progetti della capitale. L’esecuzione pubblica di Tzutzuma aveva suscitato uno scandalo notevole nella casta sacerdotale, ma poi le proteste s’erano calmate quando l’acquedotto aveva cominciato a portare l’acqua in città. Qualche tempo dopo, verso la fine della stagione delle piogge, quando il lago era già alto, un’ondata di piogge intense e continue l’aveva fatto esondare, sommergendo gran parte di Tenochtitlan. I preti avevano cominciato a spargere la voce che era tutta colpa dell’acquedotto. Moctezuma, spalleggiato da Nezahualpilli e da tutti gli architetti, aveva avuto un bel dire che l’acqua di Acuecuexatl si riversava comunque nel lago e che averle cambiato percorso non poteva aver causato l’inondazione. Tutti avevano visto le piogge che s’erano abbattute sulla Valle del Messico. Inutilmente. Ahuitzotl non aveva reagito alle dicerie dei preti: “Gli dei dell’acqua sono stati comunque offesi”, aveva detto e, da vigliacco qual era, non era stato capace di rovesciare la frittata e accusare i preti di non essere stati capaci di ottenere il favore di Tlaloc e Chalchiuhtlicue. Non aveva fatto nulla e poi, quando era scoppiata la ribellione di Xaltepec, lo aveva chiamato e gli aveva detto: “Sei troppo bravo per occuparti di questa piccola ribellione”.
aprile 2005
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