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Arte e cultura

 

 

 

 
 

Moctezuma. Il tramonto del Quinto Sole       (parte II)

 

Antonio Aimi

 

 

Riportiamo parte di un capitolo  dell'ultimo libro di Antonio Aimi, noto studioso della storia e delle civiltà precolombiane, edito da Mondadori Milano nel 2004.  

 

(v. la premessa e l'inizio del libro)

 

L’incontro

La mattina del giorno 7 Coccodrillo dell’anno 1 Canna [l’ 8 novembre 1519], si svegliò presto. Curiosamente non era né teso, né nervoso. E anche la notte era stata molto tranquilla, nonostante avesse avuto bisogno di alcune schiave per addormentarsi. Provava quella strana sensazione di tranquillità che avvertiva sempre alla vigilia di una battaglia. Vestito col mantello dell’umiltà, si recò a fare offerte di copal sui templi di Tezcatlipoca e poi salì sul Templo Mayor, vincendo il disgusto che sempre gli faceva l’odore dolciastro del sangue in putrefazione, entrò all’interno del tempio sommitale e guardò l’immagine di Huitzilopochtli, grottescamente deformata dallo spesso strato di sangue che la ricopriva. Non pregò e non chiese nulla al Dio Invisibile e Impalpabile di cui Huitzilopochtli era una manifestazione. Rimase lì, immobile, come a dire: “Se hai qualcosa da dire, dimmelo adesso, sono pronto”. Ma il dio non gli disse nulla. Da molto tempo gli dei non gli parlavano e anche i viaggi col peyote e i funghi s’erano ormai ridotti a un vortice di colori e di luci senza senso. Forse aveva disimparato a viaggiare. Uscì dal tempio e, come amava fare, rimase a contemplare la città dall’alto della piramide. La strada in mezzo al lago che andava verso Sud era stranamente deserta: in fondo, a meno di un’ora di cammino il rosa dei sassolini di tezontle lasciava il posto a una striscia scura nerastra che avanzava in modo quasi impercettibile.

Scese in fretta gli alti gradini del tempio, sulla soglia del Palazzo Reale l’aspettavano Cacama e Tetlepan, il Grande Oratore di Tacuba. Li salutò con calma e col massimo della retorica, indossò il mantello di Tezcatlipoca e la corona di turchesi e salì sulla portantina. Il corteo dei sovrani della Triplice Alleanza, sfavillante di penne multicolori e delle uniformi dei guerrieri giaguaro, dei guerrieri aquila e dei veterani mosse lentamente verso uno slargo nei pressi del ponte di Xoluco, dove arrivava la strada del Sud.

E infine furono di fronte. Lui e il Capitano dei Castigliani. Lui sulla portantina, il Capitano sul cavallo. Arrivavano alla stessa altezza, si guardarono negli occhi. Il Capitano scese da cavallo e gli venne incontro, lui fece abbassare la portantina e scese a terra. Più o meno avevano la stessa altezza, il capo degli stranieri aveva una folta barba nera, non portava la corazza di metallo ma un vestito di un tessuto rosso scuro. Capì subito che la sua forza era negli occhi, occhi neri, imperiosi, che rivelavano un’energia e una determinazione non comuni. Il Capitano s’avvicinò per abbracciarlo, ma Cacama e Cuitlahuac lo fermarono, allora prese una collana di perle e gliela mise al collo. Sentì una zaffata sgradevole. Il Capitano puzzava, non come i preti coi capelli imbrattati di sangue, non come il tempio di Huitzilopochtli, ma puzzava di un odore diverso, acre e pungente. Un paggio gli portò una grande collana rossa con otto grandi gamberi d’oro, la prese e la mise al collo dello straniero. Erano di fronte e i loro sguardi s’incrociarono e si fissarono negli occhi per alcuni attimi interminabili. Nello sguardo dello straniero c’era un senso di soddisfazione, che non gli piaceva. Il Capitano cominciò a parlare a un altro barbuto, questo, a sua volta si rivolgeva a una giovane insignificante dai modi affettati. In una lingua molto barbara ma abbastanza comprensibile ricevette i saluti di un altro grande imperatore che stava  al di là del Mare Orientale.

Rispose con le tradizionali formule di benvenuto.

 

 

 

maggio 2005

 

 

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