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Latinoamerica-online Cultura, Società e Il Mondo dei Caraibi |
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Chiese e religioni
di Mariella Moresco Fornasier
La Chiesa della Liberazione in Ecuador
(2 aprile 2003)
Precedenti reportages:
Teologia della Liberazione in Bolivia (26 marzo 2003)
Altre pagine di Chiese e religioni La mappa di tutte le nostre pagine
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Secondo di 5 reportages di AditalLa Chiesa della Liberazione in 5 paesi andini
Bolivia, Ecuador, Colombia, Venezuela e Perú che
usciranno in contemporanea in italiano su www.latinoamerica-online.it/culture.html ed
in spagnolo su www.adital.org.br
L’iniziativa
è frutto della proficua collaborazione recentemente
instauratasi tra la nostra testata ed Adital, Agência
de Informação Frei Tito para a América Latina, sorta per iniziativa di
singoli e di gruppi che fanno riferimento alla Chiesa Cattolica brasiliana
e la cui azione si ispira a “la
práctica liberadora de los movimientos populares y de centros de derechos
humanos; de todos los que, a partir de su reflexión y práctica, buscan
construir una sociedad basada en el bien común”.
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di
Mariana Neira *
Cristo de la Comunidad- Paroquia Santa Rita- Sur de Quito (Ecuador)
Introduzione Quarant’anni
fa Papa Giovanni XXIII indisse il Concilio Vaticano II per riflettere
su “una teologia che partisse dalla parola viva della realtà dei nostri
popoli” e l’America Latina cominciò a parlare di Teologia della
Liberazione, con una Chiesa che facesse una “scelta preferenziale per i
poveri”. Così nacque la Iglesia de los Pobres (Chiesa dei Poveri) e
in Ecuador successe qualcosa di particolare: questo lavoro cominciò
con sei anni di anticipo, identificando l’indigeno come il più povero
tra i poveri. Il precursore che sostenne ed incoraggiò il suo processo di
liberazione fu monsignor Leonidas Proaño Villalba. Nato
il 29 gennaio del 1910 in una povera casa di San Antonio de Ibarra, fu
nominato vescovo della Diocesi di Riobamba, al sud di Quito, il 18 marzo
del 1954. Lì trovò una popolazione in maggioranza indigena, colpita da
un tasso di analfabetismo dell’80%, dalla miseria e dalle sopraffazioni.
Convinto
che “Una contemplazione, una spiritualità che non siano radicate nella
missione liberatrice di Cristo non sono autentiche”, iniziò il suo
lavoro nel 1956, un anno dopo la realizzazione della Prima Conferenza
Generale dell’Episcopato Latinoamericano a Rio de Janeiro; sei anni
prima del Concilio Vaticano II, 12 anni prima della Conferenza Generale
dell’Episcopato Latinoamericano di Medellin che sancì i principi della
Teologia della Liberazione e 23 anni prima che la Conferenza Generale
dell’Episcopato Latinoamericano definisse a Puebla la missione della
Chiesa dei Poveri. Evangelizzazione,
alfabetizzazione e condivisione Il
Concilio Vaticano II, tenutosi dal 1962 al 1965, strutturò e rafforzò la
prospettiva religiosa delle Assemblee
Cristiane di Riobamba, che attuavano una evangelizzazione a domicilio con
letture bibliche che venivano commentate, rispondendo alle domande della
gente, dapprima in semplici riunioni, poi utilizzando le Escuelas Radiofónicas
Populares del Ecuador (ERPE) (Scuole Radiofoniche Popolari dell’Ecuador)
create nel 1962 per permettere agli indigeni l’accesso all’istruzione. Nel
1964 la dittatura emanò la prima legge di riforma agraria, che nella
pratica non fu applicata integralmente e monsignor Proaño si persuase che
era arrivata l’ora di cominciare a fare giustizia e nel 1965 consegnò
agli indigeni due grandi tenute della sua Diocesi: Monjas-Corral e Zula, La
“Carta Rossa” preoccupa Conclusosi
il Concilio Vaticano II, monsignor Proaño tenne delle riunioni dapprima
con la Conferenza Episcopale, successivamente con i sacerdoti ed i gruppi
missionari che si stavano già formando a Riobamba e “propose la chiesa
che vogliamo”. Il nuovo orientamento fu espresso nella “carta
rossa”, che circolò durante tutto il 1966. Il documento fu chiamato così
perché “per ragioni tipografiche fu stampato con inchiostro rosso”,
spiega il parroco di Guasuntos, Pedro Torres, che su richiesta del
monsignore esercitò il suo ministero
prima a Alausi e poi a Tixán. Questo “prete sovversivo”,
colombiano, nazionalizzato ecuadoriano nel luglio del 2002, fu accusato di
favorire occupazioni di tenute agricole quando invece i conflitti non
erano altro che il risultato di una ingiusta ripartizione delle terre. Chimborazo,
al sud di Quito, è una provincia con un’alta percentuale di popolazione
indigena e la terra è concentrata nella
mani di pochi latifondisti, padroni delle tenute agricole che
sfruttavano gli indigeni che vi lavoravano. La
“carta rossa”, continua padre Torres, “pose fine ai privilegi,
ai titoli di proprietà, al dominio sulle terre per costruire una Chiesa
del Popolo di Dio, della comunità. Questa avrebbe offerto i ministeri
(servizi) ecclesiali tramite i gruppi ecclesiali e non solo per mezzo del
parroco. L’idea
si rafforzò durante la Conferenza Generale dell’Episcopato
Latinoamericano di Medellin, nel 1968, quando fu proclamato che: ” ...la
povertà di tanti fratelli reclama giustizia, solidarietà, testimonianza,
impegno, sforzo e superamento di sé stessi per il compimento pieno della
missione salvifica affidataci da Cristo”. Cominciarono
a preoccuparsi gli Stati Uniti ed il potere locale, come si deduce da un
documento scritto a Tixán: “Nel 1969 Nelson Rockefeller fece un viaggio
in America Latina e nella sua relazione espresse, tra altri motivi di
preoccupazione, la sua crescente inquietudine di fronte al processo di
radicalizzazione della Chiesa, a partire dalla Conferenza di Medellin.
Come consiglio per il suo governo propose di promuovere e rafforzare le
sette religiose conservatrici.” La
Teologia della Liberazione viene rifiutata da chi detiene il potere perché
predica la partecipazione del popolo in un processo di cambiamento
sociale. E’ in questo modo che la vedono le tre dittature: quella civile
di José María Velasco Ibarra e quelle militari di Guillermo Rodríguez
Lara e la Junta de Gobierno (Giunta di governo, i “triumviri”) che
hanno represso coloro che la praticavano. Gli
anni ‘70: le persecuzioni Durante
gli anni ’70, in una tenuta agricola della Curia, monsignor Proaño
organizzò l’ Instituto Tepeyac per la formazione di dirigenti in aree
di attività concreta: agricoltura, allevamento del bestiame ed appoggio organizzativo e direzione (risorse umane). Dalla
testimonianza di padre Torres, “al termine di una di queste riunioni,
nel 1974, si creò Ecuarunari (Ecuador Runacunapac Riccharimui) [1] Chi
partecipava a queste riunioni veniva perseguitato, con l'accusa di
istigazione all’occupazione di terre. Nel 1970 la dittatura di Velasco
Ibarra espulse due sacerdoti della Diocesi di Barcellona, in Spagna. Poco
tempo dopo fece lo stesso a Chunchi, 50 km al nord di Cuenca, con quattro
sacerdoti stranieri. Durante
la dittatura di Rodríguez Lara, il 26 settembre 1974, la forza pubblica
attaccò un gruppo di indigeni della comunità Toctezinin, provocando la
morte di Lázaro Condo e ferendone altri 30. “Il vescovo fu convocato
dal ministro degli interni, ma tre giorni dopo, durante la messa della
domenica, all’inizio dell’omelia disse: “Lázaro, alzati e
cammina” (Rivista Vistazo, 4 ottobre, 1990). Il
giorno seguente il governo li “invitò” a lasciare il paese “per
essersi intromessi in affari di politica interna allo scopo di sovvertire
l’ordine” (citato dal giornale El Comercio). Si
diffonde tra baraccopoli e foreste La
III Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano, riunitasi a
Puebla nel 1979, a detta di Jon Sobrino “Consacra l’espressione
‘opzione preferenziale per i poveri ’ nel contesto della missione
evangelizzatrice della chiesa”. Immediatamente
la Chiesa ecuadoriana iniziò un processo di riflessione e produsse un
documento “Linee Pastorali della Conferenza Episcopale”, che in
termini generali “riconosce non solo una pastorale complessiva, ma una
pastorale diversificata per ogni soggetto: bambini, donne, negri,
indigeni. Sorge così la Pastorale Indigena” (Padre Torres). Fu
solo una formulazione, niente di più, perché già da molto tempo la
Chiesa dei Poveri aveva adottato una pastorale diversificata in diverse
zone del paese. José
Gómez Izquierdo, originario di Guayaquil, che era stato tra gli arrestati
del ’76, dopo essersi laureato in Legge si ordinò sacerdote e chiese
all’arcivescovo che gli venisse assegnata la parrocchia di San Pedro,
nella sua città natale, un sobborgo povero vicino all’Estero Salado,
dove “c’è molta povertà, disoccupazione, madri che non hanno neppure
da mangiare, che quel poco che hanno lo danno ai loro figli, che ogni
giorno diventano più pallidi, sia per l’irresponsabilità dei genitori,
sia perché questi guadagnano molto poco”, come ebbe a dire
nell’aprile del 1999 alla rivista Cosas. Iniziò
nel 1968 con il cambiare le feste religiose come quella di San Pietro, che
giudicava poco cristiana. Ora è più autentica. Poi
cercò il modo di trovare un alloggio per gli immigrati che erano arrivati
a Guayaqui, nella parte orientale del paese, spinti dalla siccità. Ci
riuscì per 20 anni e ne beneficiarono circa 700 famiglie. Ora
la parrocchia ha un ambulatorio, un asilo modello; il "Jardín de los
mayorcitos Efrén Pontón”, caso di riposo per anziani; una scuola per
adolescenti a rischio, che riceve l’aiuto finanziario della fondazione
"Su cambio por el cambio", mentre una mensa popolare ha dovuto
chiudere per mancanza di fondi. In
Amazzonia, sempre negli anni ’70, succedeva qualcosa di simile. Teodoro
Arroyo Robelly, salesiano e vicario apostolico di Méndez; Gonzalo López
Marañón, carmelitano e vicario apostolico di Sucumbíos e Alejandro
Labaca, vicario apostolico di Aguarico, che fu poi ucciso dagli indigeni
tagaeri che vivevano nel vicariato, cominciarono un’opera di
evangelizzazione degli indigeni shuaras e huaoranis attraverso “comunità
cristiane di base”, che promossero la costituzione della Federación
Shuar, che nel 1980 sarebbe entrata nella Confeniae (Confederación de
Nacionalidades Indígenas de la Amazonía Ecuatoriana). Nel 1983 Proaño
promosse il suo avvicinamento alla Ecuarunari, mettendo così le basi per
la nascita, nel 1985, della CONAIE (Confederación de Nacionalidades Indígenas
del Ecuador) (Scheda 1). Monsignor
Gonzalo López Marañón, vescovo spagnolo di Sucumbíos dal 1971, anno in
cui arrivò in Ecuador, rese l’evangelizzazione un processo più
profondo, simile a quello di Riobamba. “C’è una somiglianza: la
scelta verso le comunità e l’attenzione verso i più umili, la
vicinanza con loro, la lotta a partire dalla fede e dall’impegno
sociale. La differenza potrebbe darsi sia nello stile delle persone che
nel contesto nel quale svolgono il loro lavoro pastorale. A Chimborazo vi
fu una concreta scelta verso gli indigeni, mentre qui la scelta è più
generalizzata: indigeni, contadini, coloni, proletari urbani, ecc.” “I
missionari non stanno vivendo nelle località più grandi, ma mescolati
tra gli indigeni, quelli che lavorano con i coloni, in mezzo ai coloni.
C’è una chiesa viva a partire dalle comunità di base. Si tratta di un
piccolo gruppo di persone, però vivo nel
proprio contesto sociale. Sono disseminati in tutta la regione.” Monsignor
López Marañón, preoccupato per gli abusi perpetrati dalle compagnie
petrolifere, nel 1993 prese le difese di "Los 11 del Putumayo"
(Gli 11 di Putumayo), contadini accusati di avere ucciso 11 soldati e
poliziotti in un fiume alla
frontiera con la Colombia.- Un ministro della difesa li chiamò
“guerriglieri di campagna” e monsignor López gli rispose
energicamente che erano solo
dei contadini. La giustizia gli diede ragione, i contadini furono liberati
ed il caso venne riconosciuto come un “crimine di Stato”. Diritti
umani Nel
periodo di transizione dalla dittatura ad un governo costituzionale, si
vide la necessità di costituire un gruppo di difesa dei diritti
umani. La causa “scatenante” più immediata fu il massacro di circa
120 lavoratori di un “ingenio azucarero” [piantagione di canna da
zucchero con annessi mulini N.d.T.] da parte della forza pubblica.
Migliaia di lavoratori e di contadini dei dintorni protestarono, ma non
venne fatta giustizia. Alcuni mesi più tardi, per mettere fine agli abusi
del potere, si riunirono un pastore luterano, uno presbiteriano, altri
cristiani, rappresentanti delle centrali sindacali, delle organizzazioni
sociali e delle associazioni di categoria, e così nel 1978 nacque la
Cedhu (Comisión Ecuménica de Derechos Humanos, Commissione Ecumenica dei
Diritti Umani), racconta Elsie Monge Yoder, che ne è stata la presidente
a partire dl 1985, dopo anni di lavoro con le comunità negre di El Chota
e cinque mesi con gli indigeni di Chimborazo
(Scheda n. 2). Con
suor Laura, sua consorella della congregazione missionaria statunitense di
Maryknoll, “capivamo che la dignità ed i diritti umani sono parte della
Buona Novella del Vangelo e cominciammo il nostro lavoro di educazione e
difesa dei diritti del popolo”. La violazione di questi diritti si
aggravò con il governo di León Febres Cordero (1984-1988), che cominciò
a far sparire la gente. “Venivano a chiederci consiglio su cosa potevano
fare per ritrovare i loro cari che erano stati arrestati dalla polizia.
Allora prendevamo una serie di contatti con le autorità per sapere
dov’erano queste persone. La prassi comune era che passavano cinque,
perfino 30 giorni senza avere informazioni, poi o ricompariva il detenuto,
picchiato e torturato, o non lo si trovava mai più”. Durante
questo governo ci furono 500 casi di detenzioni illegali, 240 casi di
tortura, 120 omicidi e 6 sparizioni. “Ho
avuto delle testimonianze riguardanti i membri di Alfaro Vive [2],
impiccati per obbligarli a dire che anch’io facevo parte di questa
organizzazione. Una volta hanno arrestato un giovane che stava andando a
trovare sua sorella, detenuta in Colombia. Lo accusarono di essere un
corriere del gruppo di Alfaro e mio segretario, il che non era vero.
Arrestarono anche un nostro messaggero per chiedergli se in questo ufficio
veniva gente di Alfaro e il nostro consulente giuridico perché non aveva
documenti. Gli inquirenti ci tenevano d’occhio, il telefono era sotto
controllo o ci facevano delle minacce telefoniche con parole oscene. Erano
intimidazioni”. Non
abbassarono la guardi e la difesa dei diritti umani si estese in tutto il
paese. Jesús Narváez, segretario esecutivo della Commissione Diocesana
dei Diritti Umani di Los Ríos dovette affrontare bande di civili armati. Le
comunità di base cristiane della sua diocesi lavorano dagli anni ’70 nella catechesi, visitano
i malati, sviluppano programmi per migliorare la situazione sociale,
riparano le strade e l’illuminazione pubblica, gestiscono ambulatori e
corsi di istruzione. Tutto viene gestito tramite un processo di
formazione, addestramento, coscientizzazione. “Come
risultato dei lavori di organizzazione e riflessione, il più povero
impara a parlare e comincia a protestare per le situazioni di ingiustizia.
A quel punto i settori che hanno provocato questa ingiustizia, reagiscono.
Los Ríos è una delle province più violente del paese, si verificano
morti violente, sgomberi dalle terre, molte violazioni dei diritti umani e
la chiesa, con un atteggiamento di sensibilità verso i più poveri, dal
1980 mise al servizio della
gente la Commissione Diocesana dei Diritti Umani”. A
causa di conflitti agrari a nord di Guayaquil, gruppi armati di Palenque,
Vinces, ma soprattutto uno di Babhoyo, la banda dei Cedeño, continuarono
a minacciare Narváez, il vescovo e alcuni sacerdoti dal 1984 fino al
1988. “Nel 1989 presentammo al Tribunale Permanente dei Popoli uno
studio sugli omicidi e le sparizioni commessi da questo gruppo (Cedeño),
sgomberi violenti dalle terre sui quali, sfortunatamente la
giustizia non indagava a
fondo o lasciava impuniti. Ci furono nuove minacce che continuarono fino
al 1998. Ci fu una straordinaria solidarietà a livello nazionale ed
internazionale e le autorità dovettero intervenire per fare cessare le
minacce di queste gruppi”. Gli
anni ’80: una nuova voce Con
il ritorno alla democrazia (1979), arrivò la speranza di giorni migliori
per gli ecuadoriani e uno
stato di pace, infranto dopo poco tempo a causa di “interventi
economici”. in questa occasione, la bandiera dei reclami fu innalzata
dalle potenti centrali sindacali. In
silenzio, la Chiesa dei Poveri continuava a lavorare e non attrasse
l’attenzione il cambio di vescovo a Cuenca. Giunto dalla chiesta più di
élite di Quito alla città più conservatrice del paese, Alberto Luna
Tobar, dell’ordine ei Carmelitani, era visto come un altro conservatore. Non
fu così. Nato il 15 dicembre del 1923 in un famiglia dell’aristocrazia
di Quito, fu sempre in contatto con la realtà perché con suo padre,
“crstiano, coraggioso, lottatore, imprigionato molte volte e inviato al
confino per il suo lavoro politico, faceva visita ai poveri” .(rivista
Spiritus). Nel
1981 fu nominato vescovo di Cuenca, provincia di Azuay che, a differenza
di Chimborazo, ha una maggioranza meticcia. “Dei 500.000 abitanti di
Azuay, 62.000 sono indigeni e 240.000 meticci che vivono in campagna.
Lavorano sia nei campi che nell’artigianato”. Il
primo impatto fu causato dalla sua franchezze e mancanza di paura. Durante
la campagna elettorale previde il rischio che venisse eletto un governante
di estrema destra e divenne il nemico più manifesto e più forte del
candidato Febres Cordero, che vinse le elezioni. La
prima rappresaglia contro Luna fu di separarlo dalla missione ufficiale
che si recò a Roma per la canonizzazione di un suo parente: Francisco
Luis Florencio Febres Cordero Muñoz, "Hermano Miguel". Poi
cercarono di coinvolgerlo con i ribelli di AVC (Alfaro Vive Carajo) e
cercarono persino di ucciderlo. Nel momento di maggior violenza, il
“vescovo comunista” fu perseguitato da un agente governativo che
all’inizio si presentò come israeliano, ma che invece era cileno.
Scoperto come spia, scomparve ed immediatamente ne spuntò un altro che,
mentre frugava nel suo ufficio fu sorpreso dal vescovo, che ricorda: ”Lo
afferrai di petto perché mi dicesse che cosa cercava e, siccome la
cravatta era posticcia, mi rimase in mano. Quindi me la tolse e si gettò
a terra, da dove cercò di spararmi. Allora mi lanciai su di lui perché
non mi colpisse. Siccome era più agile di me, riuscì a scappare.” L’impegno
continua Quando
il conflitto con il governo socialcristiano per il rispetto dei diritti
umani era al suo punto più acuto, arrivò Papa Giovanni Paolo II (gennaio
1985) e non visitò Riobamba, la culla del movimento di liberazione
indigena. Il suo unico incontro con 250.000 indigeni ecuadoriani si ebbe a
Latacunga, dove Proaño celebrò una messa “in quechua ... al suono di
pingullos, chitarre e tamburi”. Nel corso della liturgia disse una frase
che riassunse il risultato del suo lavoro e fece una previsione per il
futuro: “Gli indigeni hanno ricuperato la parola. Ora gli indigeni si
stanno organizzando con l’aiuto della Chiesa e di altri settori,
cercando una società nuova che permette loro di avere una propria
politica per mezzo di una liberazione economica” (quotidiano El Comercio).
Era il suo saluto, perché nello stesso mese di quell’anno avrebbe
compiuto 75 anni e si sarebbe ritirato. Proaño
scelse Victor Corral come suo successore che però, a causa delle
pressioni dei conservatori che non volevano per Riobamba un vescovo della
stessa tendenza di quello uscente, passò diverso tempo come
amministratore apostolico prima di poter assumere la carica. Quando vi fu
il sollevamento indigeno del 1990, il vescovo Corral disse: “Monsignor
Leonidas Proaño fece un lavoro di 30 anni per dimostrare agli indigeni
che hanno dignità e valori, e a me è toccato continuare e farò fronte
dalla mia posizione di fede e di evangelizzazione alle nuove situazioni
che la storia presenterà”. Dopo
il suo ritiro, monsignor Proaño fu designato dalla Conferenza Episcopale
Ecuadoriana alla presidenza del Dipartimento Pastorale Indigeno
dell’Ecuador e creò il Centro di Formazione delle Missioni Indigene di
Pucahuayco, a Imbabura. Nel 1986 fu candidato al Premio Nobel per la Pace
ma non gli fu conferito. Morì di cancro il 31 agosto 1988. Monsignor
Luna disse in quell’occasione: “Era un maestro, senza altra cattedra
che la sua propria vita, aperta ad ogni luce”. Segnalato come suo
successore, si professò “un fedele seguace di monsignor Proaño”, ma
“ mi diasiace molto che mi mettano al suo livello. Lui fu un uomo
eccezionale, un profeta. Non vi sono punti di raffronto”. La
vocazione al servizio di monsignor Luna fu messa alla prova da un caso
fortuito, naturale. Il 29 marzo del 1993
franò la collina Nuzhuqui, sbarrando il corso dei fiumi Cuenca e
Jadán e provocando un gigantesco ristagno di acqua a La Josefina, tra
Azogues e Cuenca. La catastrofe peggiorò un mese dopo, quando un missile
da guerra ridiede via libera all’acqua, che riprese a correre con
violenza, distruggendo tutto quello che incontrava lungo il corso del
fiume Paute. Migliaia di contadini persero la casa e rimasero senza terra
e monsignor Luna stette lì, visitando centri per i rifugiati, paesi,
campagne, come un giovane, sempre
in prima fila con le donazioni che lo avevano incaricato di distribuire
tra i senzatetto, che raggiunsero la cifra di 9.000; poi, nell’opera di
ricostruzione. La sua diocesi partecipò all’acquisto di terre, alla
costruzione di 502 case ed alla ricostruzione di altre centinaia. Completò
il processo di ricostruzione con un programma di microimprese agricole ed
artigianali. La
sua gestione fu diretta anche a “organizzare gruppi di donne affinché
abbiano presenza, voce e forza nell’organizzazione sociale. Ho lavorato
affinché la chiesa comunitaria raggiunga un più alto livello culturale
nei gruppi, nelle comunità e affinché questo livello culturale ed
organizzativo si converta in uno sviluppo economico più sostenibile”. Al
termine di queste esperienze dirà: “I poveri mi hanno evangelizzato,
hanno aumentato la mia originale predisposizione al coraggio ed al
rischio”. (rivista Spiritus). Compiuti
75 anni nel 1998, presentò la sua rinuncia al vescovato di Cuenca, ma
Roma non si pronunciava. L’11 gennaio del 2000 si inaugurò il
Parlamento dei Popoli Indigeni e monsignor Luna approfittò
dell’occasione per rendere pubblica la sua rinuncia all’incarico di
vescovo e costrinse la gerarchia cattolica a prendere una decisione.
Attualmente dirige la Pastorale Sociale di Cuenca. Molte
persone che condividevano le idee di monsignor Luna, contribuirono alla
sua missione di vescovo. E’ il caso dei sacerdoti Pedro Soto, Hernán
Rodas, Román Malgiaritta, Alberto Henríquez. Padre
Soto lavorò nella parrocchia Guarainag (75-85) “promuovendo lo sviluppo
della comunità con una presa di coscienza a partire da quelle che
chiamiamo le Assemblee Cristiane. Fu un lavoro lento, difficile,
conflittuale. Lì mi bruciarono la macchina, mi spararono”. Padre
Hernán Rodas lavorò per oltre 25 anni nella parrocchia Pucará-Shagli
“accompagnando il processo di risveglio della coscienza civile,
cristiana”. Ai tempi della dittatura,
mentre lottava per la riforma agraria “ci furono dei potenti che
ingaggiarono delle persone per ammazzarmi”. A Paute, a partire dal 1992,
partecipò alla ricostruzione e con 27 organizzazioni costituì una
grandissima cooperativa. Costituì anche una scuola di formazione di
agenti della pastorale e reti di donne, giovani, bambini. Padre
Román Malgiaritta favorì nella sua parrocchia San Roque, a Cuenca,
diversi progetti sociali mediante letture bibliche di coscientizzazione,
fatto per cui fu inserito con il suo gruppo nella “lista nera” da
parte del governo
socialcristiano. Padre
Alberto Henríquez lavorò nelle aree suburbane, accompagnando le
assemblee e le comunità che percorrevano un cammino di riflessione.
Manifestò la sua opposizione a che Febres Cordero
venisse decorato e venne cancellato dalla lista dei candidati a
vescovo. Il
lavoro silenzioso delle donne Il
lavoro urbano delle comunità ecclesiali di base si diffuse in varie
località. Suor Elina Guarderas, della comunità Esclavas del Sagrado
Corazón de Jesús (Serve del Saro Cuore di Gesù), assidua frequentatrice
dei corsi di formazione a Santa Cruz, Riobamba, cominciò nel 1980 a porre
in pratica quanto aveva appreso a sud di Quito, dove le donne della Chiesa
dei Poveri hanno fatto un lavoro intenso, poco conosciuto. “Lì
vivono 3/4 della popolazione di Quito, in povertà. Padre José
Carrollo, pietra miliare dell’inserimento della Chiesa dei Poveri in
Ecuador, quando era parroco della chiesa El Girón (frequentata da persone
di classe socialmente
elevata), insieme a persone della zona nord fondò il Banco de la
Providencia per fare opere sociali nella zona sud e creò la Fundación
Tierra Nueva. Uscì dall’ordine salesiano per diventare sacerdote
diocesano e vicario del sud. Chiamò ad aiutarlo nel suo lavoro le comunità
religiose femminili: domenicane, suore dell’Assunzione, suore di Fatima,
francescane delle Stimmatine e Serve del Sacro Cuore di Gesù. Adesso sono
40 le comunità religiose femminili e 2 quelle
maschili.” Nel
rione Marcopaba andarono a vivere
in una casetta, per conoscere l'ambiente e integrarsi. “Nel primo anno
ci ponemmo come obiettivo di non far niente, solo andare a fare compere,
condividere la vita con la gente e siamo state ben accolte. Ci invitavano
nelle loro case, venivano da noi e ci raccontavano i loro problemi. E
venne il momento del secondo obbiettivo: organizzarli. In quel momento
facemmo tesoro dell’organizzazione esistente, tipica dei quartieri
popolari, il Comité pro Mejoras (Comitato per i miglioramenti) e le
associazioni sportive. Poi iniziammo con la coscientizzazione. Nel
quartiere c’era un burrone
dove un bambino era morto, cadendovi per
inseguire la palla. Abbiamo fatto notare che i bambini non avevano
uno spazio per giocare, che quel burrone era un focolaio di infezioni e
che c’era un ospedale che, benché fosse terminato da sette anni, non
funzionava.” Il
quel momento il nostro compito era di suscitare la necessità di avere un
ospedale e 60 organizzaioni popolari della zona sud si unirono per
esigere dalle autorità che lo
facessero funzionare. Successivamente
vi furono progetti “per la liberazione della donna, eccessivamente
sottomessa”, aprire asili infantili, laboratori di taglio e cucito e di
lavori manuali. Fu allora che si progettò un programma di assistenza per
i familiari degli emigrati. Si
organizzano Il
processo di organizzazione in campagna cominciò verso la fine del governo
di Febres Cordero. La comunità di Totoras si impossessò delle cave di
marmo di Tixán e quasi giunge al sequestro del governatore per gettarlo
nell’acqua e strofinarlo con ortiche, castigo comune presso gli
indigeni. Si salvò scappando in auto con le ruote sgonfie.
L’occupazione, durata otto mesi, si concluse durante il mandato
di Rodrigo Borja, del partito di sinistra Izquierda Democrática (Sinistra
Democratica). “La
lotta per la cava di marmo fu il detonatore dell’organizzazione.
Riuscimmo a mobilitare 1120 comunità della provincia. La cava venne
assegnata a loro e si formò la la Atamzich, Asociación de Trabajadores
Autónomos Minas de Mármol Zula Indígenas de Chimborazo (Associazione
dei Lavoratori Autonomi delle Cave di Marmo Zula Indigeni di Chimborazo),
per l’estrazione. Questo episodio fece emergere la figura
dell’indigeno come soggetto e presenza attiva “ dice padre Torres. Contemporaneamente
gli indigeni di Chimborazo continuavano a pretendere la distribuzione
delle terre. Lo Stato non procedeva o poneva ostacoli all’assegnazione
dei suoli improduttivi, come ordinava la legge di riforma agraria e in
loro difesa diedero vita all’organizzazione Inca Atahualpa. Così
uniti riuscirono perfino a sgominare le bande di ladri di bestiame ed il
loro prestigio crebbe tanto che “cattolici ed evangelici superarono le
loro divisioni, che nel 1985 erano profonde. Adesso si alternano nella
direzione delle organizzazioni. Da allora tutto il settore fu considerato
dai militari "zona rossa" altamente pericolosa." Gli
anni ’90: camminano da soli Nell’agosto
del 1989 fu celebrato il primo anniversario della morte di
monsignor Proaño con l’occupazione pacifica dell’ Ierac
(Istituto Ecuadoriano della Riforma Agraria e della Colonizzazione) e
nacque la Coordinadora Nacional de Comunidades en Conflicto de la Tierra
(Coordinamento Nazionale delle Comunità in Lotta per la Terra), che guida
una serie di manifestazioni
che sfociano nel primo grande sollevamento indigeno del 1990. Nell’ottobre
del 1989 a Bogotà venne lanciato lo slogan: “500 anni di resistenza
indigena”. Nel febbraio del 1990 il Coordinamento Nazionale chiese di
incontrare il presidente Borja per esporgli i termini del conflitto per le
terre e non ottenne risposta. Il 28 aprile la Conaie (Confederación de
Nacionalidades Indígenas del Ecuador – Confederazione delle Nazionalità
indigene dell’Ecuador) decise il sollevamento indigeno per il 4 ed il 6
di giugno. Per sdrammatizzare la situazione, quello stesso aprile il
governo decise di dare agli huaoranis migliaia di ettari nell’Amazzonia. La
strategia fu ingegnosa. membri della Conaie avevano chiesto che fosse
celebrata una messa per le 6 di lunedì 28 maggio. Padre Torres racconta:
”Circa 120 persone, una novantina provenienti da Tixán, entrarono nella
chiesa con fornelli, sacchi di riso, patate, pentole. Alla fine della
messa andarono in sagrestia e
dissero ai sacerdoti: Noi non ce ne andiamo. Cominciarono le grida e iniziò
la contrattazione con i domenicani, che a mezzogiorno accettarono. In
piazza giunsero contadini da diverse parti del paese con altri racconti
di lotte per la terra. Arrivarono a 70. Alle 4 del pomeriggio
andammo a vedere se era possibile parlare con il presidente Borja, Manuel
Imbaquingo, presidente di Ecuarunari, io in rappresentanza
delle comunità e Napoleón Saltos, per il Coordinamento dei
Movimenti Sociali di Quito. La Conaie non aveva ancora deciso il da farsi.
Il presidente non ci ricevette. Quelli che erano dentro la chiesa
cominciavano ad essere molto nervosi. Il mercoledì cominciarono le
manifestazioni di appoggio. Intervenne la commissione mediatrice, formata
dal vescovo di Riobamba, Victor Corral, Elsie Monge della Cedhu
(Commissione Ecumenica dei Diritti Umani) e Nelsa Curbelo, del Serpaj.
L’occupazione terminò dopo 10 giorni (7 giugno 1990)”. La
rivolta Questa
occupazione fu il detonatore del primo grande sollevamento indigeno
nazionale, cominciato il 4 giugno e terminato il giorno che abbandonarono
la chiesa. Un milione e mezzo di indigeni occuparono strade, vie, piazze,
tenute agricole. “Il
5 giugno la Radio Latacunga, della Curia,
diresse l’azione, dando istruzioni in quechua e in spagnolo”,
denunciò la Asociación de Ganaderos de la Sierra (Associazione degli
Allevatori della Sierra). Il segretario della Curia, padre Edmundo Viteri
Moscoso controbatté: ”Noi agenti della pastorale della Diocesi ci
rallegriamo che gli indigeni abbiano alzato la loro voce reclamando cose
in gran parte giuste”. Si
lamentarono anche che “nelle Casas Campesinas, dove si impartiscono
corsi cristiani, si dà alloggio agli indigeni e si formano i dirigenti
contadini, durante la rivolta sono serviti come centri di riunione degli
indgeni. Perfino i gestori hanno portato generi di conforto agli
insorti” (Vistazo, 4 ottobre 1990). Effettivamente,
“nella Casa Campesina gli indigeni vengono ed hanno la loro cucina, la
mensa ed il dormitorio” dice Elian Guradera, che lavorò a Saquisilí,
in una delle nove Casas Campesinas create da monsignor Mario Ruiz quando
era vescovo di Latacunga, a 80 km a sud di Quito. “Lo
stato attuale dell’organizzazione indigena deriva, nella sua fase
iniziale, dall’orientamento missionario delle congregazioni della chiesa
progressista, che impressero nelle comunità indigene
spirito unitario ed organizzazione per risolvere i loro problemi di
sopravvivenza. Tutto nasce a partire dal Concilio Vaticano II”,
è scritto in un rapporto del servizio di spionaggio militare, ed
aveva ragione. Quando gli indigeni si sollevarono, già esistevano una
decina di grandi organizzazioni indigene e contadine: : Feine (Federación
Ecuatoriana de Indígenas Evangélicos), Fenocin (Federación Nacional de
Organizaciones Campesinas, Indígenas y Negras del Ecuador), Fedecap (Federación
de Desarrollo Campesino de Pastaza), Feptach, Unice, Fiis (Federación
Interprovincial de Indígenas Saraguros), Uocaci (Unión de Organizaciones
Campesinas de Cicalpa). Le più forti, per numero di associati, erano la
Conaie (Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador),
Confeniae (Confederación de Nacionalidades Indígenas de la Amazonía
Ecuatoriana) e Ecuarunari. Questa
organizzazione era per i grandi allevatori di bestiame “un piano
sovversivo nazionale, diretto dalla Chiesa!” (Nota inviata alla
Conferenza Episcopale Ecuadoriana). Il cardinale Pablo Muñoz Vega rispose
che: “Sono esagerazioni, la Chiesa ha proseguito un cammino giusto.
Quello che aveva fatto monsignor Proaño era fatto bene”. Tendenza
desarrollista [che tende allo sviluppo sociale - N.d.T.] Dopo
questa dimostrazione di organizzazione e forza degli indigeni, i vertici
della Chiesa e del governo scelsero una linea molto più
“desarrrollista” di fronte ad una precedente di cambiamento sociale. Il
18 settembre 1990, la Giunta Monetaria autorizzò la Conferenza Episcopale
Ecuadoriana a rilevare 28 milioni di dollari di debito estero a condizioni
vantaggiose. La Chiesa si impegnò a destinare 10 milioni per l’acquisto
di terre per gli indigeni mentre il rimanente sarebbe servito a finanziare
programmi di servizi integrati per le comunità indigene, promozione del
patrimonio artistico religioso, servizi nel settore dell’istruzione,
della sanità e dello sviluppo sociale. All’iniziativa
venne data una connotazione regionalista. Perché agli indigeni sì ed ai
poveri delle periferie della Costa no? Monsignor Ruiz, vescovo di
Portoviejo e presidente della Conferenza Episcopale dichiarò: “Per me i
più poveri fra i poveri sono gli indigeni” (Vistazo, 27 maggio 1999). Per
aiutarlo, negli ultimi tempi sono arrivate molte Ong, anche finanziate da
religiosi. Rapporti riservati dello Stato citano circa un centinaio di Ong
che lavorano con gli indigeni. E’ diventata di moda la parola
“autogestione” e li attivano intorno a progetti di
microimprenditorialità. Ce ne sono due a Riobamba, finanziati dalla
Diocesi e da un gruppo di evangelici con risultati interessanti. Gli
indigeni, ai quali i commercianti meticci prendevano il raccolto pagandolo
una miseria, ora hanno guadagni migliori. Altre
Ong hanno progetti di sviluppo sociale e di difesa dell’ambiente. “Si
è stemperato il discorso di liberazione, promovendo lavori congiub0nti
con fondazioni, Ong, promovendo e sostenendo la ricerca di soluzioni ai
problemi della gente: casa, sanità, migrazione”, spiega padre Henríquez. “Il
popolo deve essere capace di badare a se stesso” e stare attento perché
“molte organizzazioni o Ong con la scusa della beneficenza si
approfittano delle persone per trarne vantaggio”. (padre Soto) Di
nuovo insieme Quando
già si credeva che a seguito della tendenza “desarrollista” e della
politica, gli indigeni si fossero allontanati dalla Chiesa dei Poveri, un
fatto ha dimostrato che non è così. Quando nel dicembre 2000 il governo
di Gustavo Noboa ha aumentato il prezzo del combustibile, una rivolta
indigena lo ha costretto a fare marcia indietro. Il
29 gennaio 2001, circa 10.000 indigeni arrivarono a Quito, come il 21
gennaio del 2000 quando alla stesso modo contribuirono alla caduta del
presidente Jamil Mahuad. Nel
gennaio 2001 la polizia impedì che occupassero il Parco El Arbolito di
Quito e si insediarono nei cortili e nei corridoi dell’Università
Salesiana. Questo insediamento fu favorito dai salesiani con il prorettore
dell’istituto, padre Eduardo Delgado, una figura conseguente con le idee
della Teologia della Liberazione. “Abbiamo sempre aiutato e sostenuto
gli indigeni e questa volta non poteva essere l’eccezione, nonostante le
pressioni che riceviamo perfino da parte della Chiesa”, dichiarò alla
stampa questo religioso che si era già distinto per il suo progetto di
aiuto ai bambini di strada e per altri progetti di carattere sociale nel
popoloso quartiere La Tola, di Quito. In
che direzione va? Una
figura di spicco della Chiesa dei Poveri è attualmente monsignor Luna.
Dietro la sua figura ci sono i dirigenti delle diverse pastorali e della
comunità, che fanno un lavoro da formica per mantenere la struttura.
Questa è la prova che stiamo assistendo alla nascita di una “direzione
orizzontale”, nuova, sorta dal lavoro realizzato dalle comunità
ecclesiali di base durante gli ultimi quarant’anni, secondo l’opinione
di alcuni conoscitori del movimento. Però
in alcuni posti il lavoro è duro. “In questo momento abbiamo
l’impressione che il volontariato, l’impegno personale siano venuti
meno. E’ difficile attirare la gente, perché c’è una forte influenza
esterna secondo la quale organizzare non ha senso. Quello che sta
arrivando avrà un impatto molto forte. I movimenti, diciamo così,
spirituali, ognuno con una connotazione estremamente individualista e
spiritualista, devoti sia di una immagine della Vergine o di una
particolare pratica religiosa all’interno della Chiesa”(Malgiaritta). Pertanto
la Teologia della Liberazione “ha bisogno più che di uno slogan di una
ispirazione” (padre Soto) ed anche “un buon gruppo d’azione sulla
base di quelli degli anni ‘6’ e ’70, che sono i Coordinamenti degli
Agenti della Pastorale, la Chiesa dei Poveri, i Movimenti Ecclesiali di
Base urbani e rurali. ” (padre Rodas). All’inizio
del 2002 cominciarono i colloqui politici per scegliere i candidati alla
presidenza della repubblica e sorprese il fatto che uno di questi
colloqui, per trovare un candidato che raccogliesse il consenso del
centrosinistra, si tenesse all’Università Salesiana. L’incontro fu
presieduto da due noti dirigenti della Chiesa dei Poveri, monsignor
Alberto Luna e padre Eduardo Delgado. Questa
riunione fece nascere una controversia tra coloro che che non vedevano di
buon occhio la militanza politica dei religiosi e quelli che si
domandavano: per caso la gerarchia ecclesiastica non fa politica quando si
pronuncia? In
cambio padre Torres vede un tentativo di utilizzazione della Chiesa dei
Poveri:”In questo momento una ideologia di sinistra in disuso dagli anni
’80, con la caduto del muro di Berlino, sta cercando come riproporsi e
quindi cerca dirigenti riconosciuti”. ...
E vincono la presidenza Dopo
le vittoriose giornate degli anni ’90, gli indigeni
elaborarono un progetto politico per
giungere al potere e vi riuscirono. Dal gennaio 2003 sono nel
governo del colonnello Lucio Gutiérrez, che ha guadagnato la presidenza
della repubblica con l’appoggio di Pachakutik, il braccio politico della
potente Conaie. Fedele alla sua parola, Gutiérrez ha affidato agli
indigeni importanti incarichi amministrativi, come i ministeri degli
Esteri e dell’Agricoltura, tradizionalmente guidati da aristocratici e
latifondisti. L’alleanza
degli indigeni con Gutiérrez è condizionata dal mantenimento delle
promesse più importanti fatte in campagna elettorale: lotta alla
corruzione e massimo impegno
contro la povertà. Le prime decisioni del colonnello non sono state del
tutto accettate dalla dirigenza indigna, che minaccia di ritornare alle
mobilitazioni di strada se il capo del governo viola le proprie promesse. Su
quello che possono fare gli indigeni nell’esecutivo, c'è attesa, ma a
livello regionale hanno dimostrato di essere capaci. Organismi
internazionali hanno premiato l’eccellente gestione amministrativa dei
comuni governati dagli indigeni a partire dal 1996. Questo fatto ha
suscitato l’interesse dell’elettorato che con il suo voto ha dato loro
l’opportunità di aumentare la loro presenza nel Congresso, guadagnare
19 amministrazioni comunali, una prefettura e centinaia di
consiglieri comunali e
regionali. ·
*
Mariana Neira, redattrice
della rivista Vistazo ed autrice di "Los desaparecidos en el Ecuador" e "Crimen
de Estado: caso Restrepo". 1.
1. “Ecuarunari” è un
nome che unisce il prefisso Ecua, di
Ecuador, con parole in quechua. Il suo significato in spagnolo è “il
risveglio dell’indigeno ecaudoriano”. E’ un movimento costituito
esclusivamente da indigeni della Sierra e fa parte della Conaie. Si occupa
della difesa dei diritti etnici e per l’uguaglianza con gli altri
ecuadoriani. Lotta contro la discriminazione da parte dei meticci
ispano-indigeni, difende la proprietà indigena della terra e pretende che
vengano assicurati agli indigeni l’accesso ai servizi sanitari,
scolastici e tutti gli altri servizi statali. 2.
"Alfaro Vive" è
un gruppo guerrigliero degli anni ’80. I suoi dirigenti furono
assassinati durante il governo di León Febres Cordero (1984-88) e il
movimento di sciolse.
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