Latinoamerica-online

Cultura, Società e Il Mondo dei Caraibi

Chiese e religioni

 

di Mariella Moresco Fornasier

 

 

 

La Chiesa della Liberazione in Ecuador  

 

(2 aprile 2003)

 

 

 

Precedenti reportages:

 

Teologia della Liberazione in Bolivia   (26 marzo 2003)

 

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Secondo di 5 reportages di Adital

   La Chiesa della Liberazione in 5 paesi andini

 

Bolivia, Ecuador, Colombia, Venezuela e Perú

 

che usciranno in contemporanea in italiano su   www.latinoamerica-online.it/culture.html 

ed in spagnolo su   www.adital.org.br

 

L’iniziativa è frutto della proficua collaborazione recentemente  instauratasi tra la nostra testata ed Adital, Agência de Informação Frei Tito para a América Latina, sorta per iniziativa di singoli e di gruppi che fanno riferimento alla Chiesa Cattolica brasiliana e la cui azione si ispira a  “la práctica liberadora de los movimientos populares y de centros de derechos humanos; de todos los que, a partir de su reflexión y práctica, buscan construir una sociedad basada en el bien común”.

 

La Chiesa della Liberazione in Ecuador

 

di Mariana Neira *  

 

 

 

Cristo de la Comunidad- Paroquia Santa Rita- Sur de Quito (Ecuador)

 

   

 

 

Introduzione

 

Quarant’anni fa Papa Giovanni XXIII indisse il Concilio Vaticano II per riflettere su “una teologia che partisse dalla parola viva della realtà dei nostri popoli” e l’America Latina cominciò a parlare di Teologia della Liberazione, con una Chiesa che facesse una “scelta preferenziale per i poveri”. Così nacque la Iglesia de los Pobres (Chiesa dei Poveri) e  in Ecuador successe qualcosa di particolare: questo lavoro cominciò con sei anni di anticipo, identificando l’indigeno come il più povero tra i poveri. Il precursore che sostenne ed incoraggiò il suo processo di liberazione fu monsignor Leonidas Proaño Villalba.

 

Nato il 29 gennaio del 1910 in una povera casa di San Antonio de Ibarra, fu nominato vescovo della Diocesi di Riobamba, al sud di Quito, il 18 marzo del 1954. Lì trovò una popolazione in maggioranza indigena, colpita da un tasso di analfabetismo dell’80%, dalla miseria e dalle sopraffazioni.

Convinto che “Una contemplazione, una spiritualità che non siano radicate nella missione liberatrice di Cristo non sono autentiche”, iniziò il suo lavoro nel 1956, un anno dopo la realizzazione della Prima Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano a Rio de Janeiro; sei anni prima del Concilio Vaticano II, 12 anni prima della Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano di Medellin che sancì i principi della Teologia della Liberazione e 23 anni prima che la Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano definisse a Puebla la missione della Chiesa dei Poveri.

 

Evangelizzazione, alfabetizzazione e condivisione

 

Il Concilio Vaticano II, tenutosi dal 1962 al 1965, strutturò e rafforzò la prospettiva religiosa delle  Assemblee Cristiane di Riobamba, che attuavano una evangelizzazione a domicilio con letture bibliche che venivano commentate, rispondendo alle domande della gente, dapprima in semplici riunioni, poi utilizzando le Escuelas Radiofónicas Populares del Ecuador (ERPE) (Scuole Radiofoniche Popolari dell’Ecuador) create nel 1962 per permettere agli indigeni l’accesso all’istruzione.

Nel 1964 la dittatura emanò la prima legge di riforma agraria, che nella pratica non fu applicata integralmente e monsignor Proaño si persuase che era arrivata l’ora di cominciare a fare giustizia e nel 1965 consegnò agli indigeni due grandi tenute della sua Diocesi: Monjas-Corral e Zula,

 

La “Carta Rossa” preoccupa

 

Conclusosi il Concilio Vaticano II, monsignor Proaño tenne delle riunioni dapprima con la Conferenza Episcopale, successivamente con i sacerdoti ed i gruppi missionari che si stavano già formando a Riobamba e “propose la chiesa che vogliamo”. Il nuovo orientamento fu espresso nella “carta rossa”, che circolò durante tutto il 1966. Il documento fu chiamato così perché “per ragioni tipografiche fu stampato con inchiostro rosso”, spiega il parroco di Guasuntos, Pedro Torres, che su richiesta del monsignore esercitò il suo ministero  prima a Alausi e poi a Tixán. Questo “prete sovversivo”, colombiano, nazionalizzato ecuadoriano nel luglio del 2002, fu accusato di favorire occupazioni di tenute agricole quando invece i conflitti non erano altro che il risultato di una ingiusta ripartizione delle terre.

Chimborazo, al sud di Quito, è una provincia con un’alta percentuale di popolazione indigena e la terra è concentrata nella  mani di pochi latifondisti, padroni delle tenute agricole che sfruttavano gli indigeni che vi lavoravano.

La “carta rossa”, continua  padre Torres, “pose fine ai privilegi, ai titoli di proprietà, al dominio sulle terre per costruire una Chiesa del Popolo di Dio, della comunità. Questa avrebbe offerto i ministeri (servizi) ecclesiali tramite i gruppi ecclesiali e non solo per mezzo del parroco.

L’idea si rafforzò durante la Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano di Medellin, nel 1968, quando fu proclamato che: ” ...la povertà di tanti fratelli reclama giustizia, solidarietà, testimonianza, impegno, sforzo e superamento di sé stessi per il compimento pieno della missione salvifica affidataci da Cristo”.

Cominciarono a preoccuparsi gli Stati Uniti ed il potere locale, come si deduce da un documento scritto a Tixán: “Nel 1969 Nelson Rockefeller fece un viaggio in America Latina e nella sua relazione espresse, tra altri motivi di preoccupazione, la sua crescente inquietudine di fronte al processo di radicalizzazione della Chiesa, a partire dalla Conferenza di Medellin. Come consiglio per il suo governo propose di promuovere e rafforzare le sette religiose conservatrici.”

La Teologia della Liberazione viene rifiutata da chi detiene il potere perché predica la partecipazione del popolo in un processo di cambiamento sociale. E’ in questo modo che la vedono le tre dittature: quella civile di José María Velasco Ibarra e quelle militari di Guillermo Rodríguez Lara e la Junta de Gobierno (Giunta di governo, i “triumviri”) che hanno  represso coloro che la praticavano.

 

Gli anni ‘70: le persecuzioni

 

Durante gli anni ’70, in una tenuta agricola della Curia, monsignor Proaño organizzò l’ Instituto Tepeyac per la formazione di dirigenti in aree di attività concreta: agricoltura, allevamento del bestiame ed appoggio  organizzativo e direzione (risorse umane). Dalla testimonianza di padre Torres, “al termine di una di queste riunioni, nel 1974, si creò Ecuarunari (Ecuador Runacunapac Riccharimui) [1]

Chi partecipava a queste riunioni veniva perseguitato, con l'accusa di istigazione all’occupazione di terre. Nel 1970 la dittatura di Velasco Ibarra espulse due sacerdoti della Diocesi di Barcellona, in Spagna. Poco tempo dopo fece lo stesso a Chunchi, 50 km al nord di Cuenca, con quattro sacerdoti stranieri.

Durante la dittatura di Rodríguez Lara, il 26 settembre 1974, la forza pubblica attaccò un gruppo di indigeni della comunità Toctezinin, provocando la morte di Lázaro Condo e ferendone altri 30. “Il vescovo fu convocato dal ministro degli interni, ma tre giorni dopo, durante la messa della domenica, all’inizio dell’omelia disse: “Lázaro, alzati e cammina” (Rivista Vistazo, 4 ottobre, 1990).

L'azione che ebbe maggior risonanza e che diede una svolta agli eventi, fu commessa dai “triumviri”. Il 12 agosto 1976 si stava realizzando un incontro di pastorale a Santa Cruz, centro di riflessione del vescovo di Riobamba. Per ordine del ministro degli interni, Xavier Manrique, arrivarono due  autobus con oltre 40 poliziotti per arrestare con la violenza due arcivescovi, Roberto Sánchez, statunitense,  e Vicente Zaspe, argentino, e 14 vescovi: : Patricio Flores, Juan Arzube e Gilbert E. Chávez, degli Stati Uniti;; Mariano Parra León, del Venezuela; Caren González e Fernando Aristía Ruiz, del Cile; Antonio Batista Fragoso e Rubén Cándido Padín, del Brasile; Sergio Méndez Arceo, José Pablo Rovalo e Samuel Ruiz, del Messico; Víctor Garaigordobil, della Spagna; Ramón Bogarin, del Paraguay; e Leonidas Proaño, il padrone di casa. Con loro vennero arrestati circa 70 tra laici e sacerdoti, il teologo José Comblin e Adolfo Pérez Esquivel, Premio Nobel per la Pace nel 1980.

Il giorno seguente il governo li “invitò” a lasciare il paese “per essersi intromessi in affari di politica interna allo scopo di sovvertire l’ordine” (citato dal giornale El Comercio).

I settori conservatori completarono la repressione istituzionale con azioni più sottili: ottennero che il Vaticano inviasse un Vicario Apostolico per indagare sull’operato di Proaño, senza però riuscire a trovare nulla contro di lui; favorirono la diffusione dei gruppi evangelici, che più avanti avrebbero provocato scontri tra indigeni cattolici ed evangelici e l’esercito iniziò un programma di riforestazione dei terreni sterili, punto di partenza del loro progetto sociale di assistenza agli indigeni nei settori della sanità, istruzione, opere pubbliche, cercando di frenare la diffusione della Chiesa dei Poveri.

   

Si diffonde tra baraccopoli e foreste

 

La III Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano, riunitasi a Puebla nel 1979, a detta di Jon Sobrino “Consacra l’espressione ‘opzione preferenziale per i poveri ’ nel contesto della missione evangelizzatrice della chiesa”.

Immediatamente la Chiesa ecuadoriana iniziò un processo di riflessione e produsse un documento “Linee Pastorali della Conferenza Episcopale”, che in termini generali “riconosce non solo una pastorale complessiva, ma una pastorale diversificata per ogni soggetto: bambini, donne, negri, indigeni. Sorge così la Pastorale Indigena” (Padre Torres).

Fu solo una formulazione, niente di più, perché già da molto tempo la Chiesa dei Poveri aveva adottato una pastorale diversificata in diverse zone del paese.

José Gómez Izquierdo, originario di Guayaquil, che era stato tra gli arrestati del ’76, dopo essersi laureato in Legge si ordinò sacerdote e chiese all’arcivescovo che gli venisse assegnata la parrocchia di San Pedro, nella sua città natale, un sobborgo povero vicino all’Estero Salado, dove “c’è molta povertà, disoccupazione, madri che non hanno neppure da mangiare, che quel poco che hanno lo danno ai loro figli, che ogni giorno diventano più pallidi, sia per l’irresponsabilità dei genitori, sia perché questi guadagnano molto poco”, come ebbe a dire nell’aprile del 1999 alla rivista Cosas.

Iniziò nel 1968 con il cambiare le feste religiose come quella di San Pietro, che giudicava poco cristiana. Ora è più autentica.

Poi cercò il modo di trovare un alloggio per gli immigrati che erano arrivati a Guayaqui, nella parte orientale del paese, spinti dalla siccità. Ci riuscì per 20 anni e ne beneficiarono circa 700 famiglie.

Ora la parrocchia ha un ambulatorio, un asilo modello; il "Jardín de los mayorcitos Efrén Pontón”, caso di riposo per anziani; una scuola per adolescenti a rischio, che riceve l’aiuto finanziario della fondazione "Su cambio por el cambio", mentre una mensa popolare ha dovuto chiudere per mancanza di fondi.

In Amazzonia, sempre negli anni ’70, succedeva qualcosa di simile. Teodoro Arroyo Robelly, salesiano e vicario apostolico di Méndez; Gonzalo López Marañón, carmelitano e vicario apostolico di Sucumbíos e Alejandro Labaca, vicario apostolico di Aguarico, che fu poi ucciso dagli indigeni tagaeri che vivevano nel vicariato, cominciarono un’opera di evangelizzazione degli indigeni shuaras e huaoranis attraverso “comunità cristiane di base”, che promossero la costituzione della Federación Shuar, che nel 1980 sarebbe entrata nella Confeniae (Confederación de Nacionalidades Indígenas de la Amazonía Ecuatoriana). Nel 1983 Proaño promosse il suo avvicinamento alla Ecuarunari, mettendo così le basi per la nascita, nel 1985, della CONAIE (Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador) (Scheda 1).

Monsignor Gonzalo López Marañón, vescovo spagnolo di Sucumbíos dal 1971, anno in cui arrivò in Ecuador, rese l’evangelizzazione un processo più profondo, simile a quello di Riobamba. “C’è una somiglianza: la scelta verso le comunità e l’attenzione verso i più umili, la vicinanza con loro, la lotta a partire dalla fede e dall’impegno sociale. La differenza potrebbe darsi sia nello stile delle persone che nel contesto nel quale svolgono il loro lavoro pastorale. A Chimborazo vi fu una concreta scelta verso gli indigeni, mentre qui la scelta è più generalizzata: indigeni, contadini, coloni, proletari urbani, ecc.”

“I missionari non stanno vivendo nelle località più grandi, ma mescolati tra gli indigeni, quelli che lavorano con i coloni, in mezzo ai coloni. C’è una chiesa viva a partire dalle comunità di base. Si tratta di un piccolo gruppo di persone, però vivo nel  proprio contesto sociale. Sono disseminati in tutta la regione.”

Monsignor López Marañón, preoccupato per gli abusi perpetrati dalle compagnie petrolifere, nel 1993 prese le difese di "Los 11 del Putumayo" (Gli 11 di Putumayo), contadini accusati di avere ucciso 11 soldati e poliziotti  in un fiume alla frontiera con la Colombia.- Un ministro della difesa li chiamò “guerriglieri di campagna” e monsignor López gli rispose energicamente  che erano solo dei contadini. La giustizia gli diede ragione, i contadini furono liberati ed il caso venne riconosciuto come un “crimine di Stato”.

 

Diritti umani

 

Nel periodo di transizione dalla dittatura ad un governo costituzionale, si vide  la necessità di costituire un gruppo di difesa dei diritti umani. La causa “scatenante” più immediata fu il massacro di circa 120 lavoratori di un “ingenio azucarero” [piantagione di canna da zucchero con annessi mulini N.d.T.] da parte della forza pubblica. Migliaia di lavoratori e di contadini dei dintorni protestarono, ma non venne fatta giustizia. Alcuni mesi più tardi, per mettere fine agli abusi del potere, si riunirono un pastore luterano, uno presbiteriano, altri cristiani, rappresentanti delle centrali sindacali, delle organizzazioni sociali e delle associazioni di categoria, e così nel 1978 nacque la Cedhu (Comisión Ecuménica de Derechos Humanos, Commissione Ecumenica dei Diritti Umani), racconta Elsie Monge Yoder, che ne è stata la presidente a partire dl 1985, dopo anni di lavoro con le comunità negre di El Chota e cinque mesi con gli indigeni di Chimborazo  (Scheda n. 2).

Con suor Laura, sua consorella della congregazione missionaria statunitense di Maryknoll, “capivamo che la dignità ed i diritti umani sono parte della Buona Novella del Vangelo e cominciammo il nostro lavoro di educazione e difesa dei diritti del popolo”. La violazione di questi diritti si aggravò con il governo di León Febres Cordero (1984-1988), che cominciò a far sparire la gente. “Venivano a chiederci consiglio su cosa potevano fare per ritrovare i loro cari che erano stati arrestati dalla polizia. Allora prendevamo una serie di contatti con le autorità per sapere dov’erano queste persone. La prassi comune era che passavano cinque, perfino 30 giorni senza avere informazioni, poi o ricompariva il detenuto, picchiato e torturato, o non lo si trovava mai più”.

Durante questo governo ci furono 500 casi di detenzioni illegali, 240 casi di tortura, 120 omicidi e 6 sparizioni.

“Ho avuto delle testimonianze riguardanti i membri di Alfaro Vive [2], impiccati per obbligarli a dire che anch’io facevo parte di questa organizzazione. Una volta hanno arrestato un giovane che stava andando a trovare sua sorella, detenuta in Colombia. Lo accusarono di essere un corriere del gruppo di Alfaro e mio segretario, il che non era vero. Arrestarono anche un nostro messaggero per chiedergli se in questo ufficio veniva gente di Alfaro e il nostro consulente giuridico perché non aveva documenti. Gli inquirenti ci tenevano d’occhio, il telefono era sotto controllo o ci facevano delle minacce telefoniche con parole oscene. Erano intimidazioni”.

Non abbassarono la guardi e la difesa dei diritti umani si estese in tutto il paese. Jesús Narváez, segretario esecutivo della Commissione Diocesana dei Diritti Umani di Los Ríos dovette affrontare bande di civili armati.

Le comunità di base cristiane della sua diocesi lavorano dagli anni  ’70 nella catechesi,  visitano i malati, sviluppano programmi per migliorare la situazione sociale, riparano le strade e l’illuminazione pubblica, gestiscono ambulatori e corsi di istruzione. Tutto viene gestito tramite un processo di formazione, addestramento, coscientizzazione.

“Come risultato dei lavori di organizzazione e riflessione, il più povero impara a parlare e comincia a protestare per le situazioni di ingiustizia. A quel punto i settori che hanno provocato questa ingiustizia, reagiscono. Los Ríos è una delle province più violente del paese, si verificano morti violente, sgomberi dalle terre, molte violazioni dei diritti umani e la chiesa, con un atteggiamento di sensibilità verso i più poveri, dal 1980 mise  al servizio della gente la Commissione Diocesana dei Diritti Umani”.

A causa di conflitti agrari a nord di Guayaquil, gruppi armati di Palenque, Vinces, ma soprattutto uno di Babhoyo, la banda dei Cedeño, continuarono a minacciare Narváez, il vescovo e alcuni sacerdoti dal 1984 fino al 1988. “Nel 1989 presentammo al Tribunale Permanente dei Popoli uno studio sugli omicidi e le sparizioni commessi da questo gruppo (Cedeño),  sgomberi violenti dalle terre sui quali, sfortunatamente la giustizia non  indagava a fondo o lasciava impuniti. Ci furono nuove minacce che continuarono fino al 1998. Ci fu una straordinaria solidarietà a livello nazionale ed internazionale e le autorità dovettero intervenire per fare cessare le minacce di queste gruppi”.

 

Gli anni ’80: una nuova voce

 

Con il ritorno alla democrazia (1979), arrivò la speranza di giorni migliori per gli ecuadoriani e  uno stato di pace, infranto dopo poco tempo a causa di “interventi economici”. in questa occasione, la bandiera dei reclami fu innalzata dalle potenti centrali sindacali.

In silenzio, la Chiesa dei Poveri continuava a lavorare e non attrasse l’attenzione il cambio di vescovo a Cuenca. Giunto dalla chiesta più di élite di Quito alla città più conservatrice del paese, Alberto Luna Tobar, dell’ordine ei Carmelitani, era visto come un altro conservatore.

Non fu così. Nato il 15 dicembre del 1923 in un famiglia dell’aristocrazia di Quito, fu sempre in contatto con la realtà perché con suo padre, “crstiano, coraggioso, lottatore, imprigionato molte volte e inviato al confino per il suo lavoro politico, faceva visita ai poveri” .(rivista Spiritus).

Nel 1981 fu nominato vescovo di Cuenca, provincia di Azuay che, a differenza di Chimborazo, ha una maggioranza meticcia. “Dei 500.000 abitanti di Azuay, 62.000 sono indigeni e 240.000 meticci che vivono in campagna. Lavorano sia nei campi che nell’artigianato”.

Il primo impatto fu causato dalla sua franchezze e mancanza di paura. Durante la campagna elettorale previde il rischio che venisse eletto un governante di estrema destra e divenne il nemico più manifesto e più forte del candidato Febres Cordero, che vinse le elezioni.

La prima rappresaglia contro Luna fu di separarlo dalla missione ufficiale che si recò a Roma per la canonizzazione di un suo parente: Francisco Luis Florencio Febres Cordero Muñoz, "Hermano Miguel".

Poi cercarono di coinvolgerlo con i ribelli di AVC (Alfaro Vive Carajo) e cercarono persino di ucciderlo. Nel momento di maggior violenza, il “vescovo comunista” fu perseguitato da un agente governativo che all’inizio si presentò come israeliano, ma che invece era cileno. Scoperto come spia, scomparve ed immediatamente ne spuntò un altro che, mentre frugava nel suo ufficio fu sorpreso dal vescovo, che ricorda: ”Lo afferrai di petto perché mi dicesse che cosa cercava e, siccome la cravatta era posticcia, mi rimase in mano. Quindi me la tolse e si gettò a terra, da dove cercò di spararmi. Allora mi lanciai su di lui  perché non mi colpisse. Siccome era più agile di me, riuscì a scappare.”

 

L’impegno continua

 

Quando il conflitto con il governo socialcristiano per il rispetto dei diritti umani era al suo punto più acuto, arrivò Papa Giovanni Paolo II (gennaio 1985) e non visitò Riobamba, la culla del movimento di liberazione indigena. Il suo unico incontro con 250.000 indigeni ecuadoriani si ebbe a Latacunga, dove Proaño celebrò una messa “in quechua ... al suono di pingullos, chitarre e tamburi”. Nel corso della liturgia disse una frase che riassunse il risultato del suo lavoro e fece una previsione per il futuro: “Gli indigeni hanno ricuperato la parola. Ora gli indigeni si stanno organizzando con l’aiuto della Chiesa e di altri settori, cercando una società nuova che permette loro di avere una propria politica per mezzo di una liberazione economica” (quotidiano El Comercio). Era il suo saluto, perché nello stesso mese di quell’anno avrebbe compiuto 75 anni e si sarebbe ritirato.

Proaño scelse Victor Corral come suo successore che però, a causa delle pressioni dei conservatori che non volevano per Riobamba un vescovo della stessa tendenza di quello uscente, passò diverso tempo come amministratore apostolico prima di poter assumere la carica. Quando vi fu il sollevamento indigeno del 1990, il vescovo Corral disse: “Monsignor Leonidas Proaño fece un lavoro di 30 anni per dimostrare agli indigeni che hanno dignità e valori, e a me è toccato continuare e farò fronte dalla mia posizione di fede e di evangelizzazione alle nuove situazioni che la storia presenterà”.

Dopo il suo ritiro, monsignor Proaño fu designato dalla Conferenza Episcopale Ecuadoriana alla presidenza del Dipartimento Pastorale Indigeno dell’Ecuador e creò il Centro di Formazione delle Missioni Indigene di Pucahuayco, a Imbabura. Nel 1986 fu candidato al Premio Nobel per la Pace ma non gli fu conferito. Morì di cancro il 31 agosto 1988.

Monsignor Luna disse in quell’occasione: “Era un maestro, senza altra cattedra che la sua propria vita, aperta ad ogni luce”. Segnalato come suo successore, si professò “un fedele seguace di monsignor Proaño”, ma “ mi diasiace molto che mi mettano al suo livello. Lui fu un uomo eccezionale, un profeta. Non vi sono punti di raffronto”.

La vocazione al servizio di monsignor Luna fu messa alla prova da un caso fortuito, naturale. Il 29 marzo del 1993  franò la collina Nuzhuqui, sbarrando il corso dei fiumi Cuenca e Jadán e provocando un gigantesco ristagno di acqua a La Josefina, tra Azogues e Cuenca. La catastrofe peggiorò un mese dopo, quando un missile da guerra ridiede via libera all’acqua, che riprese a correre con violenza, distruggendo tutto quello che incontrava lungo il corso del fiume Paute. Migliaia di contadini persero la casa e rimasero senza terra e monsignor Luna stette lì, visitando centri per i rifugiati, paesi, campagne, come un giovane,  sempre in prima fila con le donazioni che lo avevano incaricato di distribuire tra i senzatetto, che raggiunsero la cifra di 9.000; poi, nell’opera di ricostruzione. La sua diocesi partecipò all’acquisto di terre, alla costruzione di 502 case ed alla ricostruzione di altre centinaia. Completò il processo di ricostruzione con un programma di microimprese agricole ed artigianali.

La sua gestione fu diretta anche a “organizzare gruppi di donne affinché abbiano presenza, voce e forza nell’organizzazione sociale. Ho lavorato affinché la chiesa comunitaria raggiunga un più alto livello culturale nei gruppi, nelle comunità e affinché questo livello culturale ed organizzativo si converta in uno sviluppo economico più sostenibile”.

Al termine di queste esperienze dirà: “I poveri mi hanno evangelizzato, hanno aumentato la mia originale predisposizione al coraggio ed al  rischio”. (rivista Spiritus).

Compiuti 75 anni nel 1998, presentò la sua rinuncia al vescovato di Cuenca, ma Roma non si pronunciava. L’11 gennaio del 2000 si inaugurò il Parlamento dei Popoli Indigeni e monsignor Luna approfittò dell’occasione per rendere pubblica la sua rinuncia all’incarico di vescovo e costrinse la gerarchia cattolica a prendere una decisione. Attualmente dirige la Pastorale Sociale di Cuenca.

Molte persone che condividevano le idee di monsignor Luna, contribuirono alla sua missione di vescovo. E’ il caso dei sacerdoti Pedro Soto, Hernán Rodas, Román Malgiaritta, Alberto Henríquez.

Padre Soto lavorò nella parrocchia Guarainag (75-85) “promuovendo lo sviluppo della comunità con una presa di coscienza a partire da quelle che chiamiamo le Assemblee Cristiane. Fu un lavoro lento, difficile, conflittuale. Lì mi bruciarono la macchina, mi spararono”.

Padre Hernán Rodas lavorò per oltre 25 anni nella parrocchia Pucará-Shagli “accompagnando il processo di risveglio della coscienza civile, cristiana”. Ai tempi della dittatura,  mentre lottava per la riforma agraria “ci furono dei potenti che ingaggiarono delle persone per ammazzarmi”. A Paute, a partire dal 1992, partecipò alla ricostruzione e con 27 organizzazioni  costituì una grandissima cooperativa. Costituì anche una scuola di formazione di agenti della pastorale e reti di donne, giovani, bambini.

Padre Román Malgiaritta favorì nella sua parrocchia San Roque, a Cuenca, diversi progetti sociali mediante letture bibliche di coscientizzazione, fatto per cui fu inserito con il suo gruppo nella “lista nera” da parte  del governo socialcristiano.

Padre Alberto Henríquez lavorò nelle aree suburbane, accompagnando le assemblee e le comunità che percorrevano un cammino di riflessione. Manifestò la sua opposizione a che Febres Cordero  venisse decorato e venne cancellato dalla lista dei candidati a vescovo.

 

Il lavoro silenzioso delle donne

 

Il lavoro urbano delle comunità ecclesiali di base si diffuse in varie località. Suor Elina Guarderas, della comunità Esclavas del Sagrado Corazón de Jesús (Serve del Saro Cuore di Gesù), assidua frequentatrice dei corsi di formazione a Santa Cruz, Riobamba, cominciò nel 1980 a porre in pratica quanto aveva appreso a sud di Quito, dove le donne della Chiesa dei Poveri hanno fatto un lavoro intenso, poco conosciuto.

“Lì vivono 3/4  della popolazione di Quito, in povertà. Padre José Carrollo, pietra miliare dell’inserimento della Chiesa dei Poveri in Ecuador, quando era parroco della chiesa El Girón (frequentata da persone di classe  socialmente elevata), insieme a persone della zona nord fondò il Banco de la Providencia per fare opere sociali nella zona sud e creò la Fundación Tierra Nueva. Uscì dall’ordine salesiano per diventare sacerdote diocesano e vicario del sud. Chiamò ad aiutarlo nel suo lavoro le comunità religiose femminili: domenicane, suore dell’Assunzione, suore di Fatima, francescane delle Stimmatine e Serve del Sacro Cuore di Gesù. Adesso sono 40 le comunità religiose femminili e 2 quelle  maschili.”

Nel rione Marcopaba andarono a  vivere in una casetta, per conoscere l'ambiente e integrarsi. “Nel primo anno ci ponemmo come obiettivo di non far niente, solo andare a fare compere, condividere la vita con la gente e siamo state ben accolte. Ci invitavano nelle loro case, venivano da noi e ci raccontavano i loro problemi. E venne il momento del secondo obbiettivo: organizzarli. In quel momento facemmo tesoro dell’organizzazione esistente, tipica dei quartieri popolari, il Comité pro Mejoras (Comitato per i miglioramenti) e le associazioni sportive. Poi iniziammo con la coscientizzazione. Nel quartiere c’era  un burrone dove un bambino era morto, cadendovi per  inseguire la palla. Abbiamo fatto notare che i bambini non avevano uno spazio per giocare, che quel burrone era un focolaio di infezioni e che c’era un ospedale che, benché fosse terminato da sette anni, non funzionava.”

Il quel momento il nostro compito era di suscitare la necessità di avere un ospedale e 60 organizzaioni popolari della zona sud si unirono per  esigere dalle autorità che  lo facessero funzionare.

Successivamente vi furono progetti “per la liberazione della donna, eccessivamente sottomessa”, aprire asili infantili, laboratori di taglio e cucito e di lavori manuali. Fu allora che si progettò un programma di assistenza per i familiari degli emigrati.

 

 

Si organizzano

 

Il processo di organizzazione in campagna cominciò verso la fine del governo di Febres Cordero. La comunità di Totoras si impossessò delle cave di marmo di Tixán e quasi giunge al sequestro del governatore per gettarlo nell’acqua e strofinarlo con ortiche, castigo comune presso gli indigeni. Si salvò scappando in auto con le ruote sgonfie.  L’occupazione, durata otto mesi, si concluse durante il mandato di Rodrigo Borja, del partito di sinistra Izquierda Democrática (Sinistra Democratica).

“La lotta per la cava di marmo fu il detonatore dell’organizzazione. Riuscimmo a mobilitare 1120 comunità della provincia. La cava venne assegnata a loro e si formò la la Atamzich, Asociación de Trabajadores Autónomos Minas de Mármol Zula Indígenas de Chimborazo (Associazione dei Lavoratori Autonomi delle Cave di Marmo Zula Indigeni di Chimborazo), per l’estrazione. Questo episodio fece emergere la figura dell’indigeno come soggetto e presenza attiva “ dice padre Torres.

Contemporaneamente gli indigeni di Chimborazo continuavano a pretendere la distribuzione delle terre. Lo Stato non procedeva o poneva ostacoli all’assegnazione dei suoli improduttivi, come ordinava la legge di riforma agraria e in loro difesa diedero vita all’organizzazione Inca Atahualpa.

Così uniti riuscirono perfino a sgominare le bande di ladri di bestiame ed il loro prestigio crebbe tanto che “cattolici ed evangelici superarono le loro divisioni, che nel 1985 erano profonde. Adesso si alternano nella direzione delle organizzazioni. Da allora tutto il settore fu considerato dai militari "zona rossa" altamente pericolosa."

 

Gli anni ’90: camminano da soli

 

Nell’agosto del 1989 fu celebrato il primo anniversario della morte di  monsignor Proaño con l’occupazione pacifica dell’ Ierac (Istituto Ecuadoriano della Riforma Agraria e della Colonizzazione) e nacque la Coordinadora Nacional de Comunidades en Conflicto de la Tierra (Coordinamento Nazionale delle Comunità in Lotta per la Terra), che guida una serie di  manifestazioni che sfociano nel primo grande sollevamento indigeno del 1990.

Nell’ottobre del 1989 a Bogotà venne lanciato lo slogan: “500 anni di resistenza indigena”. Nel febbraio del 1990 il Coordinamento Nazionale chiese di incontrare il presidente Borja per esporgli i termini del conflitto per le terre e non ottenne risposta. Il 28 aprile la Conaie (Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador – Confederazione delle Nazionalità indigene dell’Ecuador) decise il sollevamento indigeno per il 4 ed il 6 di giugno. Per sdrammatizzare la situazione, quello stesso aprile il governo decise di dare agli huaoranis migliaia di ettari nell’Amazzonia.
All’inizio di maggio la Conaie chiese di nuovo un incontro con il presidente. Il non avere ottenuto risposta li indusse a progettare un’azione audace: l’occupazione della chiesa di Santo Domingo, a Quito. Fu scelta perché Fra’ Bartolomé de las Casas fu il primo domenicano che in America denunciò le atrocità commesse dagli spagnoli contro gli indigeni.

La strategia fu ingegnosa. membri della Conaie avevano chiesto che fosse celebrata una messa per le 6 di lunedì 28 maggio. Padre Torres racconta: ”Circa 120 persone, una novantina provenienti da Tixán, entrarono nella chiesa con fornelli, sacchi di riso, patate, pentole. Alla fine della messa  andarono in sagrestia e dissero ai sacerdoti: Noi non ce ne andiamo. Cominciarono le grida e iniziò la contrattazione con i domenicani, che a mezzogiorno accettarono. In piazza giunsero contadini da diverse parti del paese con altri racconti  di lotte per la terra. Arrivarono a 70. Alle 4 del pomeriggio andammo a vedere se era possibile parlare con il presidente Borja, Manuel Imbaquingo, presidente di Ecuarunari, io in rappresentanza  delle comunità e Napoleón Saltos, per il Coordinamento dei Movimenti Sociali di Quito. La Conaie non aveva ancora deciso il da farsi. Il presidente non ci ricevette. Quelli che erano dentro la chiesa cominciavano ad essere molto nervosi. Il mercoledì cominciarono le manifestazioni di appoggio. Intervenne la commissione mediatrice, formata dal vescovo di Riobamba, Victor Corral, Elsie Monge della Cedhu (Commissione Ecumenica dei Diritti Umani) e Nelsa Curbelo, del Serpaj. L’occupazione terminò dopo 10 giorni (7 giugno 1990)”.

 

La rivolta

 

Questa occupazione fu il detonatore del primo grande sollevamento indigeno nazionale, cominciato il 4 giugno e terminato il giorno che abbandonarono la chiesa. Un milione e mezzo di indigeni occuparono strade, vie, piazze, tenute agricole.

“Il 5 giugno la Radio Latacunga, della Curia,  diresse l’azione, dando istruzioni in quechua e in spagnolo”, denunciò la Asociación de Ganaderos de la Sierra (Associazione degli Allevatori della Sierra). Il segretario della Curia, padre Edmundo Viteri Moscoso controbatté: ”Noi agenti della pastorale della Diocesi ci rallegriamo che gli indigeni abbiano alzato la loro voce reclamando cose in gran parte giuste”.

Si lamentarono anche che “nelle Casas Campesinas, dove si impartiscono corsi cristiani, si dà alloggio agli indigeni e si formano i dirigenti contadini, durante la rivolta sono serviti come centri di riunione degli indgeni. Perfino i gestori hanno portato generi di conforto agli insorti” (Vistazo, 4 ottobre 1990).

Effettivamente, “nella Casa Campesina gli indigeni vengono ed hanno la loro cucina, la mensa ed il dormitorio” dice Elian Guradera, che lavorò a Saquisilí, in una delle nove Casas Campesinas create da monsignor Mario Ruiz quando era vescovo di Latacunga, a 80 km a sud di Quito.

“Lo stato attuale dell’organizzazione indigena deriva, nella sua fase iniziale, dall’orientamento missionario delle congregazioni della chiesa progressista, che impressero nelle comunità indigene  spirito unitario ed organizzazione per risolvere i loro problemi di sopravvivenza. Tutto nasce a partire dal Concilio Vaticano II”,  è scritto in un rapporto del servizio di spionaggio militare, ed aveva ragione. Quando gli indigeni si sollevarono, già esistevano una decina di grandi organizzazioni indigene e contadine: : Feine (Federación Ecuatoriana de Indígenas Evangélicos), Fenocin (Federación Nacional de Organizaciones Campesinas, Indígenas y Negras del Ecuador), Fedecap (Federación de Desarrollo Campesino de Pastaza), Feptach, Unice, Fiis (Federación Interprovincial de Indígenas Saraguros), Uocaci (Unión de Organizaciones Campesinas de Cicalpa). Le più forti, per numero di associati, erano la Conaie (Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador), Confeniae (Confederación de Nacionalidades Indígenas de la Amazonía Ecuatoriana) e Ecuarunari.  

Questa organizzazione era per i grandi allevatori di bestiame “un piano sovversivo nazionale, diretto dalla Chiesa!” (Nota inviata alla Conferenza Episcopale Ecuadoriana). Il cardinale Pablo Muñoz Vega rispose che: “Sono esagerazioni, la Chiesa ha proseguito un cammino giusto. Quello che aveva fatto monsignor Proaño era fatto bene”.

 

Tendenza  desarrollista  [che tende allo sviluppo sociale - N.d.T.]

 

Dopo questa dimostrazione di organizzazione e forza degli indigeni, i vertici della Chiesa e del governo scelsero una linea molto più “desarrrollista” di fronte ad una precedente di cambiamento sociale.  

Il 18 settembre 1990, la Giunta Monetaria autorizzò la Conferenza Episcopale Ecuadoriana a rilevare 28 milioni di dollari di debito estero a condizioni vantaggiose. La Chiesa si impegnò a destinare 10 milioni per l’acquisto di terre per gli indigeni mentre il rimanente sarebbe servito a finanziare programmi di servizi integrati per le comunità indigene, promozione del patrimonio artistico religioso, servizi nel settore dell’istruzione, della sanità e dello sviluppo sociale.  

All’iniziativa venne data una connotazione regionalista. Perché agli indigeni sì ed ai poveri delle periferie della Costa no? Monsignor Ruiz, vescovo di Portoviejo e presidente della Conferenza Episcopale dichiarò: “Per me i più poveri fra i poveri sono gli indigeni” (Vistazo, 27 maggio 1999).  

Per aiutarlo, negli ultimi tempi sono arrivate molte Ong, anche finanziate da religiosi. Rapporti riservati dello Stato citano circa un centinaio di Ong che lavorano con gli indigeni. E’ diventata di moda la parola “autogestione” e li attivano intorno a progetti di microimprenditorialità. Ce ne sono due a Riobamba, finanziati dalla Diocesi e da un gruppo di evangelici con risultati interessanti. Gli indigeni, ai quali i commercianti meticci prendevano il raccolto pagandolo una miseria, ora hanno guadagni migliori.  

Altre Ong hanno progetti di sviluppo sociale e di difesa dell’ambiente.

“Si è stemperato il discorso di liberazione, promovendo lavori congiub0nti con fondazioni, Ong, promovendo e sostenendo la ricerca di soluzioni ai problemi della gente: casa, sanità, migrazione”, spiega padre Henríquez.  

“Il popolo deve essere capace di badare a se stesso” e stare attento perché “molte organizzazioni o Ong con la scusa della beneficenza si approfittano delle persone per trarne vantaggio”. (padre Soto)

 

Di nuovo insieme

 

Quando già si credeva che a seguito della tendenza “desarrollista” e della politica, gli indigeni si fossero allontanati dalla Chiesa dei Poveri, un fatto ha dimostrato che non è così. Quando nel dicembre 2000 il governo di Gustavo Noboa ha aumentato il prezzo del combustibile, una rivolta indigena lo ha costretto a fare marcia indietro.  

Il 29 gennaio 2001, circa 10.000 indigeni arrivarono a Quito, come il 21 gennaio del 2000 quando alla stesso modo contribuirono alla caduta del presidente Jamil Mahuad.

Nel gennaio 2001 la polizia impedì che occupassero il Parco El Arbolito di Quito e si insediarono nei cortili e nei corridoi dell’Università Salesiana. Questo insediamento fu favorito dai salesiani con il prorettore dell’istituto, padre Eduardo Delgado, una figura conseguente con le idee della Teologia della Liberazione. “Abbiamo sempre aiutato e sostenuto gli indigeni e questa volta non poteva essere l’eccezione, nonostante le pressioni che riceviamo perfino da parte della Chiesa”, dichiarò alla stampa questo religioso che si era già distinto per il suo progetto di aiuto ai bambini di strada e per altri progetti di carattere sociale nel popoloso quartiere La Tola, di Quito.

 

In che direzione va?

 

Una figura di spicco della Chiesa dei Poveri è attualmente monsignor Luna. Dietro la sua figura ci sono i dirigenti delle diverse pastorali e della comunità, che fanno un lavoro da formica per mantenere la struttura. Questa è la prova che stiamo assistendo alla nascita di una “direzione orizzontale”, nuova, sorta dal lavoro realizzato dalle comunità ecclesiali di base durante gli ultimi quarant’anni, secondo l’opinione di alcuni conoscitori del movimento.  

Però in alcuni posti il lavoro è duro. “In questo momento abbiamo l’impressione che il volontariato, l’impegno personale siano venuti meno. E’ difficile attirare la gente, perché c’è una forte influenza esterna secondo la quale organizzare non ha senso. Quello che sta arrivando avrà un impatto molto forte. I movimenti, diciamo così, spirituali, ognuno con una connotazione estremamente individualista e spiritualista, devoti sia di una immagine della Vergine o di una particolare pratica religiosa all’interno della Chiesa”(Malgiaritta).

Pertanto la Teologia della Liberazione “ha bisogno più che di uno slogan di una ispirazione” (padre Soto) ed anche “un buon gruppo d’azione sulla base di quelli degli anni ‘6’ e ’70, che sono i Coordinamenti degli Agenti della Pastorale, la Chiesa dei Poveri, i Movimenti Ecclesiali di Base urbani e rurali. ” (padre Rodas).  

All’inizio del 2002 cominciarono i colloqui politici per scegliere i candidati alla presidenza della repubblica e sorprese il fatto che uno di questi colloqui, per trovare un candidato che raccogliesse il consenso del centrosinistra, si tenesse all’Università Salesiana. L’incontro fu presieduto da due noti dirigenti della Chiesa dei Poveri, monsignor Alberto Luna e padre Eduardo Delgado.  

Questa riunione fece nascere una controversia tra coloro che che non vedevano di buon occhio la militanza politica dei religiosi e quelli che si domandavano: per caso la gerarchia ecclesiastica non fa politica quando si pronuncia?

In cambio padre Torres vede un tentativo di utilizzazione della Chiesa dei Poveri:”In questo momento una ideologia di sinistra in disuso dagli anni ’80, con la caduto del muro di Berlino, sta cercando come riproporsi e quindi cerca dirigenti riconosciuti”.

 

... E vincono la presidenza

 

Dopo le vittoriose giornate degli anni ’90, gli indigeni  elaborarono un progetto politico per  giungere al potere e vi riuscirono. Dal gennaio 2003 sono nel governo del colonnello Lucio Gutiérrez, che ha guadagnato la presidenza della repubblica con l’appoggio di Pachakutik, il braccio politico della potente Conaie. Fedele alla sua parola, Gutiérrez ha affidato agli indigeni importanti incarichi amministrativi, come i ministeri degli Esteri e dell’Agricoltura, tradizionalmente guidati da aristocratici e latifondisti.

L’alleanza degli indigeni con Gutiérrez è condizionata dal mantenimento delle promesse più importanti fatte in campagna elettorale: lotta alla corruzione e massimo  impegno contro la povertà. Le prime decisioni del colonnello non sono state del tutto accettate dalla dirigenza indigna, che minaccia di ritornare alle mobilitazioni di strada se il capo del governo viola le proprie promesse.

Su quello che possono fare gli indigeni nell’esecutivo, c'è attesa, ma a livello regionale hanno dimostrato di essere capaci. Organismi internazionali hanno premiato l’eccellente gestione amministrativa dei comuni governati dagli indigeni a partire dal 1996. Questo fatto ha suscitato l’interesse dell’elettorato che con il suo voto ha dato loro l’opportunità di aumentare la loro presenza nel Congresso, guadagnare 19 amministrazioni comunali, una prefettura e centinaia di  consiglieri  comunali e regionali.

 

·    

     * Mariana Neira, redattrice della rivista Vistazo ed autrice di  "Los desaparecidos en el Ecuador" e

"Crimen de Estado: caso Restrepo".

 

1.     1.  “Ecuarunari” è un nome che unisce il prefisso Ecua,  di Ecuador, con parole in quechua. Il suo significato in spagnolo è “il risveglio dell’indigeno ecaudoriano”. E’ un movimento costituito esclusivamente da indigeni della Sierra e fa parte della Conaie. Si occupa della difesa dei diritti etnici e per l’uguaglianza con gli altri ecuadoriani. Lotta contro la discriminazione da parte dei meticci ispano-indigeni, difende la proprietà indigena della terra e pretende che vengano assicurati agli indigeni l’accesso ai servizi sanitari, scolastici e tutti gli altri servizi statali.

 

 2.  "Alfaro Vive" è un gruppo guerrigliero degli anni ’80. I suoi dirigenti furono assassinati durante il governo di León Febres Cordero (1984-88) e il movimento di sciolse.

 

 

Scheda n. 1

 

La Conaie: una nuova concezione dello Stato e della cittadinanza

 di Alfredo Vitieri *

 

La Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador (CONAIE), fondata nel 1986 è la più importante organizzazione che rappresenta i dodici popoli indigeni dell’Ecuador. 

Negli ultimi anni le nazionalità ed i popoli indigeni hanno segnato profondamente lo sviluppo della politica ecuadoriana, fino a quel momento polarizzata dalle posizioni dogmatiche della destra e della sinistra, che ben poco hanno contribuito al superamento della situazione di esclusione di questi popoli. L’irruzione del movimento indigeno, guidato dalla Conaie, ha significato una profonda messa in discussione per la coscienza nazionale e per le vecchie pratiche politiche dei partiti, associazioni di categoria, sindacati ed organizzazioni religiose, insensibili alla presenza viva dei popoli indigeni ed alle caratteristiche stesse della società ecuadoriana.

Con il suo apparire sulla scena politica sono stati ridiscussi il modo di intendere ed i concetti stessi di identità, dignità, sovranità, stato, democrazia e sviluppo, tramite i quali si afferma e si costruisce il paese.

Grazie alla mobilitazione dei popoli indigeni, la Conaie ha ottenuto il riconoscimento dei diritti su gran parte dei territori ancestrali delle nazionalità indigene che vivono nell’Amazzonia e sulla costa ecuadoriane. Ha anche ottenuto di risolvere in gran parte il problema del possesso delle terre delle comunità quechua nelle province più conflittuali della regione andina. I territori indigeni dell’Ecuador sono quelli che al momento attuale  conservano gli ecosistemi  con una maggiore biodiversità e l’utilizzo e lo sfruttamento razionale di queste risorse garantisce la sicurezza alimentare, la salute e lo sviluppo sostenibile dei popoli indigeni. 

Il riconoscimento dei diritti collettivi dei popoli indigeni, contemplati nella Costituzione ecuadoriana a partire dall’agosto del 1998, e la ratifica da pare del governo della Risoluzione n. 169 dell’ Organización Internacional del Trabajo (Organizzazione Internazionale del lavoro - Oit) sui Popoli  Indigeni e Tribali nei Paesi Indipendenti, sono altre importantissime conquiste della Conaie.  

La Costituzione riconosce che i popoli e le nazionalità indigene sono parte costitutiva dello stato ecuadoriano e come tali sono soggetti di diritti specifici. Stabilisce inoltre  il sistema delle circoscrizioni territoriali indigene (artt. 224, 228, 241), che definisce come entità che godono di un regime settoriale autonomo, all’interno delle quali verrà esercitata l’autorità, l’amministrazione della giustizia, l’erogazione dei servizi pubblici e la promozione dello sviluppo delle nazionalità e popoli indigeni.  

Questo nuovo panorama giuridico e politico è il risultato della maturità raggiunta dal movimento indigeno del paese, che si è costituito quale soggetto della società civile. Il movimento propone la costruzione di un nuovo tipo di stato plurinazionale, capace di dare impulso a profonde trasformazioni nelle strutture economiche, sociali, politiche e culturali della società ecuadoriana.  

In questa prospettiva e una volta ottenuto il riconoscimento formale dei diritti collettivi, la sfida della Conaie è quella di sviluppare un piano strategico teso al rafforzamento delle potenzialità politiche, istituzionali e organizzative indigene a livello locale e nazionale per assicurare l'esercizio dei diritti collettivi dei popoli indigeni.  

D’altra parte è necessario sviluppare nuove politiche per creare alleanze strategiche che permettano di rafforzare vincoli equi, trasparenti e sostenibili con i diversi attori della società civile nazionale al fine di concertare nuove politiche, strategie ed obiettivi che costituiscano alternative reali alla globalizzazione neoliberale.  

Tutto ciò implica, di conseguenza, la necessità di promuovere un vasto dialogo nazionale, che includa la diversità socioculturale dell’Ecuador, su una nuova visione di stato, sviluppo, cittadinanza e democrazia e che potenzi questa ricchezza e diversità culturale.

Una proposta di costruzione di uno stato plurinazionale che sarà possibile realizzare solo con la partecipazione concordata di tutti i popoli che costituiscono l’Ecuador, cioè le nazionalità ed i popoli indigeni, la popolazione afro-ecuadoriana e bianco-meticcia.

 

* Fondatore della Organización de Pueblos Indígenas de Pastaza e membro del Consiglio della Conaie.

 

Scheda n. 2  

In difesa della vita e della dignità umana

di Laura Glynn, Maryknoll *

 

L’abuso di potere e la solidarietà con le vittime sono i motivi che nel 1978 hanno spinto alla creazione della Comisión Ecuménica de Derechos Humanos (Commissione Ecumenica dei Diritti Umani - Cedhu). Alcuni mesi prima erano stati uccisi dalla forza pubblica circa 120 braccianti, che partecipavano ad uno sciopero legale per esigere la sicurezza del posto di lavoro e salari migliori.

Nonostante si trattasse di un crimine di lesa umanità, la sua copertura ed il tergiversare delle voci ufficiali ottennero la discolpa dei responsabili. A partire da questo massacro, che scosse profondamente il paese, settori ecclesiastici e laici sentirono la necessità di costituire uno spazio di difesa dei diritti umani.

Fin dalla sua fondazione la Cedhu, composta da rappresentanti delle organizzazioni dei lavoratori, contadini, indigeni, donne, giovani, comunità di base, gruppi ecclesiali ed associazioni professionali, ha cercato di far convergere il suo lavoro sulla necessità di esigere il rispetto dei diritti umani nelle diverse situazioni e sotto i diversi governi.  Considerando il fatto che la più vera ed  effettiva difesa dei diritti umani consiste nel grado di coscienza e di organizzazione del popolo,  abbiamo realizzato corsi di base sui diritti umani in diverse località del paese ed abbiamo promosso la formazione di Commissioni dei Diritti Umani nelle varie province. Attualmente esistono 22 commissioni coordinate dal  Frente Ecuatoriano  de Derechos Humanos, FEDHU.  

Durante i primi anni, una delle priorità era la legalizzazione e l’appoggio agli esiliati politici del Cono Sur e del Centro America, la cui situazione era molto precaria. Data la vastità della repressione a gruppi che si opponevano all’ordine costituito nel paese durante gli anni ’80, la Cedhu ha concentrato la sua azione sulla denuncia pubblica, l’assistenza legale e l’assistenza ai familiari delle vittime, cercando di spezzare la barriera del timore, svelando il carattere repressivo dello stato e la sua politica di impunità.  

Nel settore della denuncia e della consulenza legale, si è potuto verificare quanto fossero indifese le persone con scarse possibilità economiche di fronte alle esecuzioni extragiudiziarie, alle sparizioni forzate, alla tortura, alle aggressioni fisiche ed agli arresti arbitrari da parte dei membri della forza pubblica. La corruzione e la parzialità nell’amministrazione della giustizia impediscono di garantire in maniera efficace i diritti di tutte le persone. A partire dagli anni ’90, nei casi citati, una volta esaurite tutte le possibilità legali previste dalla legislazione nazionale, la Cedhu è ricorsa alla Comisión Interamericana de Derechos Humanos, CIDH. L’appoggio di questa commissione è stato decisivo. dato che in merito a vari ricorsi il governo si è visto obbligato ad ammettere che si trattava di crimini di stato e ad attivare meccanismi di riparazione.  

Inoltre, a partire dall‘arresto-sparizione di minori, si è costituito il Comité de Familiares de Víctimas de la Represión per reclamare verità e giustizia. Da allora sono continuati, con l’appoggio del Cedhu, i presidi settimanali di fronte al Palazzo Presidenziale. Questo spazio si è trasformato in una tribuna da cui far conoscere alla cittadinanza gli abusi del potere. La partecipazione di artisti popolari attrae l’attenzione dei passanti e crea uno spazio di solidarietà.  

Nella nostra esperienza, l’amministrazione della giustizia diventa più snella ed efficiente quando si è riusciti a risvegliare l’opinione pubblica intorno ad un caso di flagrante violazione dei diritti umani. Questo è quello  che chiamiamo “derecho del tambor” (diritto del tamburo), dato che nel nostro ambiente è necessario pretendere il rispetto dei diritti umani, così come della legge.

In questo contesto la Cedhu mantiene una relazione fluida con i movimenti popolari. Attraverso la campagna del Grito Continental de los Excluidos (Grido Continentale degli Esclusi), iniziata in Ecuador nel 1999, abbiamo costituito uno spazio di confluenza delle organizzazioni sociali su azioni in difesa dei diritti fondamentali.

 

* L’Autrice è membro del Cedhu  

 

 

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