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Latinoamerica-online Cultura, Società e Il Mondo dei Caraibi |
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Chiese e religioni
di Mariella Moresco Fornasier
Colombia: Una Chiesa sfidata dalla Profezia
(9 aprile 2003)
Precedenti reportages:
La Chiesa della Liberazione in Ecuador (2 aprile 2003) Teologia della Liberazione in Bolivia (26 marzo 2003)
Altre pagine di Chiese e religioni |
Terzo di 5 reportages di AditalLa Chiesa della Liberazione in 5 paesi andini
Bolivia, Ecuador, Colombia, Venezuela e Perú che
usciranno in contemporanea in italiano su www.latinoamerica-online.it/culture.html ed
in spagnolo su www.adital.org.br
L’iniziativa
è frutto della proficua collaborazione recentemente
instauratasi tra la nostra testata ed Adital, Agência
de Informação Frei Tito para a América Latina, sorta per iniziativa di
singoli e di gruppi che fanno riferimento alla Chiesa Cattolica brasiliana
e la cui azione si ispira a “la
práctica liberadora de los movimientos populares y de centros de derechos
humanos; de todos los que, a partir de su reflexión y práctica, buscan
construir una sociedad basada en el bien común”.
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Cristo de la Comunidad- Paroquia Santa Rita- Sur de Quito (Ecuador)
Direttore della Rivista Utopías, Bogotá Parlare
di Chiesa della Liberazione in Colombia è parlare di un caso atipico nel
continente. La sua nascita è sempre avvenuta in una situazione di grande
conflittualità con le autorità ecclesiastiche e
nell’indifferenza e perfino nel rifiuto del clero e della Vita
Consacrata. Questa Chiesa solidale con la vita dei settori popolari
immiseriti e con le lotte dei loro movimenti sociali, fu pioniera
ed aprì nuove strade in altri paesi ed altre chiese, però le sue le
vennero chiuse. A.
Un poco della nostra storia Lo
scontro tra liberali e conservatori in Colombia ha radici lontane, così
come il matrimonio della chiesa ufficiale con questi ultimi. Già nel
secolo XIX, quando il Partito Conservatore vinse le elezioni del 1884,
dopo un breve periodo di vittorie liberali che avevano varato misure
contro il clero – come l’espropriazione dei beni di "manos
muertas", come furono chiamate le grandi proprietà delle diocesi e
dei conventi (schiavi, terre ed edifici), la liberazione degli schiavi,
l’educazione laica, la separazione tra Chiesa e Stato e perfino
l’espulsione di un vescovo, fratello di un liberale radicale, monsignor
Mosquera – il presidente Núñez favorì e ristabilì le relazioni dello
Stato con la Chiesa. Firmò il Concordato del 1887, pieno di vecchi e
nuovi privilegi, a cominciare dalla dichiarazione del cattolicesimo come
religione ufficiale dello Stato e della Nazione. Nel
1903 il Congresso stabilì che il Presidente proclamasse tutti gli anni,
nella Cattedrale di Bogotá, la Consacrazione della Repubblica al Sacro
Cuore, come Rendimento di Grazie per la fine della guerra dei Mille Giorni
(1899-1902), che provocò oltre 100.000 morti su una popolazione di appena
4 milioni di abitanti. In questa guerra, nel sud del paese,
ebbe una parte non proprio santa l’allora vescovo di Pasto ed
oggi beato Ezequiel Moreno. La
República Conservadora (1884-1934) ebbe sempre un atteggiamento
favorevole nei confronti della Chiesa. Però con il trionfo liberale nel
1934, si introdussero nuove idee e leggi di stampo liberale, come per
esempio la Ley de Tierras (1936) o la legislazione a favore dei
lavoratori, che non furono accolte favorevolmente dai conservatori,
compresi gli ecclesiastici. Per le elezioni presidenziali del 1938,
l’arcivescovo della República Conservadora (1884-1934) (è in corso il
suo processo di beatificazione), propose il suo candidato conservatore,
che però non vinse. Si
preparò così a poco a poco un clima di guerra ideologica e antiliberale,
predicata dai pulpiti civili e religiosi, che esplose nel periodo
conosciuto come "La Violencia"(1946-1964), che lasciò oltre
200.000 morti e il primo grande esodo dei poveri dalle campagne. All’interno
di questo sistema intollerante non poté svilupparsi il progetto, di fatto
fallito, alla fine degli anni ’30, di organizzare i giovani lavoratori
nella Gioventù Operaia Cattolica (Goc), fondata in Belgio pochi anni
prima. In questo ambiente nacque la Unión de Trabajadores Colombianos
(Unione dei Lavoratori Colombiani - l’ormai scomparsa Utc), fondata dai
gesuiti ed appoggiata dalla gerarchia, per fare da contrappeso alla
Centrale dei Lavoratori di Colombia (Ctc), ispirata dal Partito Liberale e
con influenza socialista. 1957:
Conciliazione con il Partito Liberale Nel
1946 vincono i conservatori e comincia il periodo delle persecuzioni del
governo contro i liberali, socialisti e comunisti, facendo intervenire le
forze di polizia. Il 9 aprile 1948 viene assassinato in pieno centro di
Bogotá il carismatico dirigente liberale
progressista Jorge Eliécer Gaitán. Nelle strade di Bogotá
scoppia la rivolta popolare. Tram e edifici pubblici vengono dati alle
fiamme, compreso il palazzo arcivescovile, il che dimostra che vi era un
odio represso contro il clero. Si apre definitivamente il periodo
conosciuto come "La Violencia". I dirigenti liberali promuovono
la formazione della guerriglia liberale, che fu una delle radici
dell’attuale guerriglia. Questo
scontro di undici anni, che tra il 1946 e il 1957 costò 200.000 morti,
non servì da lezione per evitare quest’altra lunga guerra che stiamo
vivendo dal 1964. I padroni del paese non vollero cedere sul punto delle
riforme strutturali di cui il paese aveva bisogno. La situazione si aggravò
perché, a partire dagli anni ’70, la classe politica si dedicò
apertamente a vivere della corruzione pubblica (per molte persone essere
funzionario pubblico non è un servizio ma un affare) e delle mance dei
“signori” del vari cartelli del narcotraffico che stavano nascendo, al
punto che il presidente Samper (1994-1998) fu eletto con i soldi del
cartello di Cali. E’ doveroso ricordare che monsignor Isaías Duarte, arcivescovo di Cali, fu assassinato nel marzo del 2002 perché aveva
denunciato l’utilizzo del denaro dei narcotrafficanti nell’ultima
campagna elettorale per il Congresso. Nel
1953 si ha il colpo di stato militare
del generale Isaías Duarte, conservatore, per “pacificare” il paese.
La Chiesa lo vede di buon occhio. Il Dittatore decide subito di restare
molto tempo al governo delegittimando i partiti a forza di atti di governo
dittatoriali. I capi conservatori e liberali decidono di riprendere il
potere. I padroni dell’economia pagano gli operai affinché scioperino e
scendano in piazza. Dalla Porziuncola il francescano Severo Velásquez
leva la sua voce contro il dittatore. Rojas rinuncia all’alba del 13
giugno 1957. Nello stesso
anno i capi politici firmano
in Spagna il patto del Frente Nacional per ripartirsi lo Stato per i
prossimi 12 anni. Il
Frente Nacional significò per la Chiesa istituzione, la riconciliazione
con il Partito Liberale, con il quale era in guerra aperta dal secolo XIX,
quando il nascente partito propugnava quelle idee liberali che la nostra
Chiesa ha sempre rifiutato e condannato. (Il Vaticano riunì nel Syllabus
del 1864 l’elenco degli “errori moderni”). Vale
la pena di ricordare che la Corona spagnola era sempre stata prodiga di
privilegi per i vescovi, il clero e le comunità religiose. Il
partito liberale assume posizioni più conservatrici, abbandona le sue
rivendicazioni di modernità e si concilia con l’istituzione
ecclesiastica, che da quel momento in poi non solo sarà “ornamento”
delle principali cerimonie
pubbliche degli uni e degli altri, ma alzerà la sua voce contro coloro
che attenteranno contro il nuovo patto, sia nella società che nella
stessa Chiesa. Nel 1973 viene firmato l’attuale Concordato con la Santa
Sede (ancora nel 1974 il presidente López Michelsen (1974-1978) dovette
ritirare il decreto di nomina di una governatrice che aveva già assunto
l’incarico, dato che era una signora sposata con rito cattolico,
separata e convivente con un altro uomo. L’arcivescovo di Manizales
dichiarò che si trattava di un’offesa per un paese cattolico!. Negli
anni ’60, mentre in altri paesi le chiese si preparavano per il grande
evento del Concilio Vaticano II ed assimilavano il suo spirito, la Chiesa
del nostro paese seguì le notizie, assistette ma non lo capì, non lo
fece proprio e non lo mise in pratica, se non nelle norme liturgiche.
Questa Chiesa paternalistica, assistenzialistica, abituata ai privilegi e
conservatrice in teologia e in politica, verrà colpita da forti
scossoni profetici appena terminato il Concilio. Però
la sua struttura non sarebbe cambiata, perché la sua capacità antisismica era a
tutta prova.
Parlare
della Chiesa della Liberazione in Colombia è parlare di un caso atipico
nel Continente. La sua nascita avvenne sempre in mezzo ad una grande
conflittualità con le autorità ecclesiastiche e di fronte
all’indifferenza ed anche al rifiuto del clero e della Vita Consacrata.
L’insieme del popolo dei credenti ha vissuto nell’analfabetismo
teologico, che gli impedisce di partecipare, ancora oggi, ai dibattiti
ecclesiastici. Questa Chiesa solidale con la vita dei settori popolari
immiseriti e con le lotte dei suoi movimenti sociali, è stata una
pioniera ed ha aperto la strada in altri paesi ed altre chiese, ma le sono
state chiuse le sue. I
cambi più significativi delle società obbediscono a diversi fattori. Nel
caso della chiesa colombiana non è facile individuare l’influenza che
hanno avuto gli apporti della Chiesa della Liberazione in tutta la Chiesa
e nel paese, però l’ hanno avuto sicuramente e continuano ad averla. Per
Chiesa della Liberazione intendiamo l’insieme di persone (laici,
religiosi, sacerdoti, vescovi, pastori), organizzazioni, istituzioni,
parrocchie, pastorali sociali, ecc. con una visione critica e analitica
della realtà nazionale e con una visione teologica e pastorale che non
solo cerca il rinnovamento della Chiesa secondo il Vangelo della
Liberazione (Luca 4, 16-20) e lo spirito del Concilio Vaticano II, ma
lo stesso cambiamento delle strutture politiche ed economiche, a
partire dalle necessità fondamentali delle maggioranze popolari. Questa
Chiesa così concepita continua a sopravvivere
con fatica in alcune parti o a vivere con grandi difficoltà in
altre. Si presenta in molte maniere diverse e va per “mille” cammini.
Così vive e sopravvive. In certi posti alza la sua voce contro la guerra
e accompagna le vittime di tutte le fazioni armate, in altri è solidale
con le organizzazioni e le lotte popolari; qui fa opera di
coscientizzazione e organizzazione nei quartieri più poveri, là alza la
voce in favore di coloro che non hanno diritto di parola. Sono
situazioni vissute con forte conflittualità, ancora abbastanza
misconosciute, ma molto significative per il presente ed il futuro dei
cristiani e delle cristiane del paese. Camilo
Torres, “Golconda” y “Sal”
Come
nel resto dell’America Latina, in Colombia la Chiesa della Teologia
della Liberazione o Chiesa dei Poveri, come si chiamerà più tardi, ha
avuto diverse radici: una interna alle chiese, come la Teologia Nera e il
Cristianesimo Sociale, in alcuni paesi dell’Europa Occidentale, che tra
l’altro diedero vita all’esperienza dei Sacerdoti Operai e prepararono
il terreno affinché fiorisse la primavera del Concilio Vaticano II. E’
bene ricordare che Giovanni XXIII fu Nunzio Apostolico in Francia, in un
momento in cui ribollivano molte
idee e esperienze nella “Figlia Primogenita” della Chiesa. Senza il
Concilio non ci sarebbe stata la particolare primavera della Chiesa in
America Latina, che ricevette impulso dalla Conferenza Episcopale di
Medellin (1968). La
gerarchia ed il clero colombiani non erano preparati ad accettare il
Concilio e “Medellin” a causa della loro eredità storica. Ma
anche – è questa la seconda radice – per la nascita della Chiesa dei
Poveri ebbe un enorme peso, indubbiamente, la presa di coscienza delle
cause della povertà e della miseria della immensa maggioranza degli
abitanti del Continente. Questo tema fu oggetto di profonde analisi ed
intensi dibattiti, a proposito della teoria dello sviluppo, del "desarrollismo"
e della "dipendenza”, che arrivarono fin dentro le sedi degli
ecclesiastici. Sacerdoti, religiosi e laici bevvero a queste fonti,
soprattutto in Francia e Belgio. Camilo Torres studiò a Lovanio. Un fatto
piuttosto sconosciuto
Già
nella seconda metà degli anni ’50 il convento di San Domenico, dei
domenicani, a Bogotá, fu il centro di dibattiti e incontri teologici,
pastorali e socio-politici, animati da sacerdoti appena ritornati
dall’Europa. La rivista “Actualidad Cristiana" alimentò, animò
e raccolse questa dinamica piena di novità. Lì partecipò Camilo Torres.
Questa esperienza fu repressa proprio dalle autorità della comunità
religiosa, molto conservatrice, che nel 1961 mandò in esilio i tre frati
promotori.Gli uni e gli altri soffrirono una prima frustrazione.
L’immediata repressione ecclesiastica sarà il destino del settore
progressista della Chiesa in Colombia. Non
ci soffermeremo sull’esperienza cristiana, sacerdotale e profetica di
Camilo Torres (morì in combattimento il 15 febbraio del 1966) perché è
già abbastanza conosciuta. Molta gente è convinta che senza Camilo
Torres l’impegno esistenziale di molti cristiani di tutta
l’America Latina non avrebbe fatto un salto di qualità, non
tanto per la questione della presa delle armi per cercare di realizzare i
grandi cambiamenti nella storia, quanto per la radicalità e sincerità
della sua dedizione per vivere pienamente il suo impegno, con o senza
armi. Il cardinale Concha y Córdoba
fu implacabile con Camilo. Dato che gli chiusero tutte le porte non gli
rimase altra possibilità che abbandonare il clero. Camilo, in
“disgrazia”, si rivolse all’allora vescovo ausiliare, con diritto
alla successione al seggio arcivescovile di Bogotá, monsignor Rubén
Isaza, uomo dall’animo paterno, che cercò di capirlo. Immediatamente fu
nominato a Cartagena e da allora in poi si fece il vuoto intorno a lui
all’interno della Conferenza Episcopale, come lui stesso mi confessò
dopo molti anni di insistenza per sapere perché non era stato rispettato
il suo diritto alla sede arcivescovile. La
Colombia dette un secondo apporto alla Chiesa della Liberazione, che non
era ancora stata battezzata con questo nome: la breve vita e la
testimonianza del gruppo sacerdotale “Golconda” (1969-70), uno dei
primi gruppi sacerdotali del Continente. Sotto la guida spirituale del
Vescovo di Buenaventura, Gerardo Valencia Cano, uno dei vescovi
protagonisti del ruolo profetico che avrebbe assunto e che ha assunto il
Celam per alcuni anni, una trentina di sacerdoti diocesani e religiosi si
riunirono nella tenuta chiamata “Golconda”, vicino a Bogotá. I tempi
erano propizi affinché i mezzi di comunicazione dessero risalto
all’avvenimento ed al documento finale, con forti accenni al Concilio e
a “Medellin”. Fatto
questo che riempì molti di
gioia e di speranza e
“scandalizzò” altri, particolarmente le autorità ecclesiastiche e
politiche. Il
vescovo ricevette critiche dai suoi pari. I
sacerdoti ricevettero pressioni affinché si ritirassero, al punto
tale che la seconda ed ultima riunione ebbe meno partecipanti ed avvenne
in grande riservatezza. Solo pochi sacerdoti continuarono a dichiararsi in
pubblico, fino a quando furono costretti a ritirarsi dal clero, come René
García, a Bogotá, e Vicente Mejía, a Medellín. Alcuni
furono ingiustamente incarcerati dalla forza pubblica. Sfortunatamente
monsignor Valencia Cano morì in un incidente aereo nel gennaio 1971. Il
“testimone” fu raccolto ben presto dal Sal (Sacerdoti per l’America
Latina) durante gli anni ’70, praticamente in “clandestinità”.
Nonostante il suo nome, fu un gruppo di colombiani, ma in relazione con
altre esperienze simili nel Continente. “La terra
a chi la lavora” Dio non ha dato la proprietà della terra a nessuno !
Dal
1969 al 1974 le lotte per la terra e per i diritti dei contadini, promosse
dalla Asociación Nacional de Usuarios Campesinos (ANUC), scossero il
paese. Le loro occupazioni di terre e le loro marce vennero represse.
Alcuni sacerdoti e cristiani li accompagnavano. Molti di loro vennero
sconfessati dai loro vescovi e subirono anche i rigori della crescente
applicazione della Dottrina della Sicurezza Nazionale (legalizzata nello
Stato di Sicurezza, il 6 settembre 1978, quando Turbay Ayala era alla
presidenza da appena un mese. Alcuni anni più tardi diventerà
ambasciatore presso la Santa Sede). La
corrente cristiana ebbe un lento sviluppo organizzativo. La repressione fu
doppi,. ecclesiastica e statale. Nell’ambito delle lotte contadine, un
gruppo di circa 15 sacerdoti spagnoli lasciarono la diocesi di Magangué e
abbandonarono il paese, perché due di loro erano stati esiliati ed il
loro vescovo, monsignor Eloy Tato, spagnolo, non li aveva difesi. Tra
maggio-giugno del 1976 fu organizzato uno sciopero nazionale dei
lavoratori bancari. Decisero di effettuare uno sciopero della fame in
diverse chiese del paese. Un gruppo di cristiani organizzò per solidarietà
una Eucarestia in un parco
pubblico, in pieno centro di Bogotá. Fu concelebrata da diversi sacerdoti di congregazioni religiose. Lo “scandalo” fu totale. Nei
giorni successivi i sacerdoti furono sospesi “ a divinis” (senza poter
celebrare, confessare, predicare) dal vescovo Aníbal Muñoz Duque. In
questo contesto l’arcivescovo primate decise di accettare il titolo di
Generale della Repubblica, nella sua veste di Vicario Militare, con tutti
gli onori e simboli propri di questo titolo e andò a benedire la nuova
sede di una banca, con grande risalto da parte di tutti i mezzi di
comunicazione. La
Conferenza Episcopale pubblicò un documento, condannando i cristiani che
avevano una prospettiva di liberazione
(Scheda n. 1). I vescovi attaccano Sal, Golconda,
l’Organizzazione delle Religiose per l’America Latina (Oral),
Cristiani per il Socialismo (Cps), Cristiani per la Liberazione;
vengono citati anche il Cinep dei Gesuiti, il periodico per i
giovani “Denuncia”,la rivista “Encuentro” dei salesiani e
l’Istituto Latinoamericano di Pastorale dei Giovani (Iplaj) così come
istituzioni di ricerca o centri studi che condividono la stessa linea.
L’anno successivo la corrente “liberazionista” rispose con un
documento dallo stesso titolo “Identidad Cristiana en la Acción por la
Justicia”. Tutti
furono condannati. Ai superiori delle congregazioni religiose fu ordinato
di porre fine alle organizzazioni dei religiosi, che ovviamente si
riunivano in totale segreto per appoggiarsi l’un l’altro nel loro
impegno con i settori popolari. Il Cinep, della Compagnia di Gesù, subì
una messa sotto accusa e due religiosi vennero incarcerati per diversi
mesi. Il
14 settembre 1977 fu proclamato il Primo Sciopero Civico Nazionale, che
nonostante la dura repressione scatenata non cessò di avere la solidarietà
dei cristiani. Il bilancio dello sciopero fu di 30 persone assassinate
oltre a varie centinaia di arresti. Nel settembre del 1978 venne imposto
lo Stato di Sicurezza. La gerarchia mantenne il silenzio. Silenzio che durò
anche nel 1979, quando, a causa di un furto di armi dell’esercito da
parte del gruppo M-19, iniziò il periodo della persecuzione politica,
degli arresti senza processo e delle
torture nelle caserme del Cantón Norte, magistralmente denunciate
nelle caricature del Maestro Héctor Osuna In
questo contesto si rafforza l’impegno dei cristiani nella difesa dei
diritti umani, nella denuncia e nella solidarietà con le vittime,
all’interno delle Ong che si vanno creando. Sulle
vie di Puebla: stimolo alle CEBs Nonostante
tutte le difficoltà, la corrente dei
cristiani con una prospettiva di liberazione continuò il suo lento
sviluppo, al calore della preparazione della Conferenza dei Vescovi
dell’America Latina che si riunì a Puebla (Messico) nel mese di
febbraio del 1979. In questo stesso mese convoca il suo Primo Congresso di
Teologia. In questa occasione vennero prese tre decisioni storiche: dare
priorità all’organizzazione delle comunità ecclesiali di base (CEBs),
sviluppare una rete nazionale di CEBs e Gruppi Cristiani e unificare le
piccole pubblicazioni. Nacque così la rivista Solidaridad, Aportes
Cristianos para la Liberación, che durò undici anni. Il suo primo
numero apparve nel mese di marzo. All’alba del giorno in cui si sarebbe
dovuto ritirare la rivista dalla tipografia, nella sede irruppe la forza
pubblica. Grazie all’aiuto di un parroco, la prima spedizione fu fatta
dalla casa parrocchiale. Le
istituzioni dirette dalle comunità religiose si videro obbligate a non
pubblicare nulla di teologia o pastorale, che avesse un taglio “liberacionista”,
per evitare conflitti con le autorità episcopali e con i superiori. Durante
gli anni ’80 si consolidarono il Coordinamento Nazionale delle CEBs ed i
Gruppi Cristiani. Questo non vuol dire che lì vi fossero tutti i
cristiani che avevano una prospettiva di liberazione. Il Coordinamento fu
mal visto dalle autorità ecclesiastiche, che non sopportavano la sua
creatività, il suo protagonismo, la sua solidarietà con le lotte
popolari, le sue iniziative ed i suoi testi teologici e pastorali. Venne
squalificato come chiesa parallela, infiltrati nella Chiesa, istigatori
della lotta di classe, fautori
della violenza. Nel
1986 la Conferenza Episcopale minacciò la scomunica, in un comunicato
pubblico. Quello stesso anno un giovane cristiano, Antonio Hernández, che
lavorava alla rivista Solidaridad, scomparve la notte dell’11 aprile,
all’uscita da una riunione di gruppi giovanili, alla vigilia della
visita di Giovanni Paolo II in Colombia, visita che ebbe luogo in un
momento di grandissima repressione. Il suo cadavere fu ritrovato nei
dintorni di Bogotá, con segni di tortura, al mattino del venerdì
successivo. Il martirio di "Toño"
fu l’inizio della lunga notte del martirio che ancora stanno
attraversando i cristiani impegnati con il popolo. Nel
settembre 1991, per molti motivi, soprattutto politici, il Coordinamento
delle CEBs ed i Gruppi Cristiani si divisero e si chiuse la rivista
Solidaridad. Vennero creati due coordinamenti. Questa divisione costituì
una perdita per la Chiesa e per i settori popolari. Nel 1993 fu creata la
rivista Utopías, Presencia Cristiana por la Vida, senza legami
organici con i coordinamenti ma con la volontà di prestare un servizio a
coloro che volessero alimentare la propria visione critica sul paese e
sulla chiesa, a partire dal Vangelo.
I semi
della Chiesa della Liberazione Nel
seno della Chiesa della Liberazione, presente nelle CEBs, nei Gruppi
Cristiani, nelle parrocchie, nelle pastorali sociali, nelle diocesi, ecc,
si formò una generazione di laici che hanno lasciato un segno nella
formazione dei nuovi movimenti sociali e delle loro organizzazioni, così
come in numerose Ong che lavoravano sui temi dei diritti umani, della
pace, delle donne, bambini, giovani, contadini, lavoratori, ecc. Essi
facevano opera di accompagnamento e lavoravano con e all’interno dei
settori popolari. Inoltre,
grazie a questo lavoro lento e paziente di anni, si formò anche una
generazione di persone appartenenti ai settori popolari, soprattutto donne
e giovani, con un alto grado di coscienza politica e sociale, con un ruolo
di protagonisti nelle loro Ong, nei centri di cultura popolare dei loro
quartieri e comuni e altre forme di azione quotidiana. Fernando
Torres, teologo e biblista, laico, membro di Dimensión Educativa, una
organizzazione che aiutò la nascita della Chiesa della Liberazione,
sintetizza così i risultati: “La
Chiesa della Liberazione è prima di tutto una espressione dei laici e dei
religiosi che realizza la formazione di laici e laiche nell’ambito
dell’azione sociale e politica e sta sviluppando i suoi progetti in
campo pastorale, partendo da una fede molto più politicizzata. Attraverso
la lettura popolare della Bibbia, ha favorito una teologia che, attraverso
le attività pastorali, si articola con i processi di educazione popolare e
li rafforza”. Torres
ricorda che “l’impegno con i diritti umani è stato particolarmente
sentito dai cristiani della Chiesa della Liberazione, fin dal loro inizio.
E’ stato un grande apporto al movimento dei diritti umani, che lo apre
al di là dell’aspetto politico ed ha costituito una pressione affinché
la stessa gerarchia cominciasse ad impegnarsi”. “La
stessa spiritualità è di tipo laico, biblica, sociale e politica. E’
la spiritualità della speranza, dell’impegno con i poveri e
dell’inserimento nel popolo, nelle comunità, fra le vittime. Quello che
alcuni chiamano la “santità della politica”, nella quale si vive il
martirio, la mistica, la fede di testimonianza. Questa è il vissuto che
plasma la grande comunità dei martiri, così come le testimonianze di un
eccezionale spirito di servizio di tutta una vita, nonostante le
incomprensioni e le malattie. E’ il caso del sacerdote francese Michel
Jane, morto il 27 gennaio 2002”, aggiunge Torres.” Ha consumato tutta
la sua vita in Colombia ed ha sempre lavorato nella prospettiva della
Chiesa dei Poveri, organizzando la pastorale operaia nella diocesi di
Facatativá (Cundinamarca), perché a Bogotá non aveva ricevuto appoggio
dalla Chiesa.” Di
fronte all’immediato futuro, il lavoro di liberazione della Chiesa in
Colombia presenta vari problemi insoluti. Deve trovare la strada per
vedere come riprodurre e come dare nuovi significati a questa esperienza
per le nuove generazioni e può
farlo se c’è una nuova comprensione della cultura. Il problema delle
nuove culture è fondamentale. Le culture urbane, quella mediatica. Un
altro punto è la politica. Cruciale
in un paese in guerra. Come sostenere una proposta di negoziazione,
di pace, di giustizia, di riconciliazione e di ricostruzione della
convivenza? Carmiña
Navia, del Centro de Cultura Popular “Meléndez” di Cali, istituzione
che ha incoraggiato e animato l’organizzazione delle CEBs, sintetizza
così l’apporto e la sfida della Chiesa della Liberazione: “Oggi mi
risulta difficile parlare della Chiesa della Liberazione, perché la
maggior parte delle volte la Chiesa che si definisce figlia dei processi
della Teologia della Liberazione, è una chiesa che ha aiutato a formare
una coscienza sulle ingiustizie sociali del paese, però nella pratica non
ottenne una vera liberazione dei soggetti sociali, quali le donne, gli
indigeni ed altri soggetti emarginati della società”. “Credo
che i gruppi e le reti di donne, per citare questo esempio, stiamo
ottenendo processi parziali di liberazione, nella misura in cui ci
facciamo carico della nostra pratica religiosa in una maniera differente,
con una simbologia differente. Però questo, all’interno della Chiesa,
non si è fatto fino in fondo”. “Dal
mio punto di vista attuale, l’apporto maggiore di questa Chiesa è stato
quello di permettere la rottura di certi dogmatismi e certe strutture e
rendere possibile la creazione di molteplici gruppi e reti in tutto il
paese, dove a poco a poco e lentamente, gruppi di donne cominciarono a
prendere la parola ed a farsi soggetti. Comunità di indigene entrarono in
relazione con il testo biblico in un
modo diverso, così come gruppi di neri. Questa Chiesa ha
contribuito a mettere in questione strutture che erano intoccabili ed ha
permesso che laici e donne cominciassero a vivere la propria pratica
ecclesiale con maggior libertà. Nel
corso degli anni vennero prefigurandosi una serie di semi che ora stanno
dando frutti. Gruppi che, con maggiore autonomia e libertà, cercano di
vivere la loro religiosità e la loro spiritualità”. Per
ottenere una Chiesa liberata, è urgente porre in questione la struttura
gerarchica, più nella pratica che in teoria. Cioè sviluppare la libertà
di coscienza nell’interpretazione del testo biblico, nella relazione con
Dio, con mediazioni molto più ugualitarie e non così gerarchicamente
istituzionalizzate”. Carmiña
termina affermando che ”in questa prospettiva occorre creare e
sviluppare molti gruppi autonomi che scoprano veramente il fondamento
della Tradizione, che incontrino gli aspetti liberatori del messaggio
biblico, aperti all’ecumenismo
e con un’azione di liberazione di altre chiese e religioni, perché si
formi una nuova relazione”.
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