Latinoamerica-online

Cultura, Società e Il Mondo dei Caraibi

Chiese e religioni

 

di Mariella Moresco Fornasier

 

 

Venezuela: la fede a partire dalla vita del popolo

   

(16 aprile 2003)

 

 

Precedenti reportages:

 

Colombia: Una Chiesa sfidata dalla Profezia   (9 aprile 2003)

La Chiesa della Liberazione in Ecuador   (2 aprile 2003)

Teologia della Liberazione in Bolivia   (26 marzo 2003)

 

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Quarto di 5 reportages di Adital

   La Chiesa della Liberazione in 5 paesi andini

 

Bolivia, Ecuador, Colombia, Venezuela e Perú

 

che usciranno in contemporanea in italiano su   www.latinoamerica-online.it/culture.html 

ed in spagnolo su   www.adital.org.br

 

L’iniziativa è frutto della proficua collaborazione recentemente  instauratasi tra la nostra testata ed Adital, Agência de Informação Frei Tito para a América Latina, sorta per iniziativa di singoli e di gruppi che fanno riferimento alla Chiesa Cattolica brasiliana e la cui azione si ispira a  “la práctica liberadora de los movimientos populares y de centros de derechos humanos; de todos los que, a partir de su reflexión y práctica, buscan construir una sociedad basada en el bien común”.

 

La fede a partire dalla vita del popolo

 

Luisa Torrealba* e Andrés Cañizález **

 

Cristo de la Comunidad- Paroquia Santa Rita- Sur de Quito (Ecuador)

 

   

 

Introduzione

Il compito di evangelizzare ha trasceso gli spazi fisici di templi, conventi, collegi e seminari, per inoltrarsi nei quartieri popolari. Lì uomini  e donne pieni di speranza e brandendo la bandiera della fede si organizzano per far conoscere il messaggio di Dio e contemporaneamente promuovere attività sociali che cercano di ottenere migliori condizioni di vita per gli abitanti dei rioni popolari.

Comunità cristiane: espressione dell’amore di Dio

Le Comunità Cristiane in Venezuela all’inizio furono necessariamente influenzate dalla cosiddetta Teologia della Liberazione. Si tratta di un postulato fatto proprio da sacerdoti, religiosi e religiose e che proponeva l’esistenza di una Chiesa disposta a unire l’evangelizzazione e la lotta sociale a favore dei settori più deboli e impoveriti.

Nel caso del Venezuela la formazione dei gruppi religiosi popolari è stata caratterizzata dai principi della cooperazione comunitaria, accompagnati da una attività evangelizzatrice, senza giungere ad uno schema segnato da postulati socialisti.

Il sacerdote Bruno Renaud, fondatore della Escuela de Formación Popular di Petare e coordinatore di varie comunità cristiane di questo settore popolare della zona orientale di Caracas, sostiene che nel caso delle organizzazioni ecclesiali costituite nelle zone più povere, “nessuno parla della Teologia della Liberazione, tuttavia (quello che fanno) rivela che i loro componenti hanno capito spontaneamente che, secondo il Vangelo, l’amore per il fratello è l’espressione dell’amore verso Dio”.

Nel caso delle comunità cristiane esistenti nel paese, si lavora per il fratello “preso in carico istituzionalmente” per mezzo di piccoli ambulatori, scuole di formazione, programmi di preparazione al lavoro per gli adulti ed organizzazione di gruppi nei settori popolari. I protagonisti di queste esperienze e che riflettono su di esse, preferiscono non parlare di “Teologia della Liberazione”, ma dire che l’attività sociale che si realizza nelle comunità cristiane è “uno sforzo di solidarietà tra i poveri”.

Per Renaud questa iniziativa di cooperazione deriva dall’interiorizzazione della fede: “Penso che quello che è urgente è farsi carico della vita dell’altro come nel Vangelo del buon Samaritano, che è una figura dello stesso Gesù, che si fece carico dalla vita dell’umanità ferita”.

Questo processo di interiorizzazione della fede si produsse a partire dagli anni ’60, quando nel continente latinoamericano si verificò una presa di coscienza lenta ma progressiva, la cui espressione più importante fu la Conferenza Episcopale Latinoamericana tenutasi nel 1968 a Medellin (Colombia). Certi fattori di politica economica, con concezioni neoliberali,  le hanno dato maggior rilevanza negli ultimi decenni, dato che in questo periodo lo Stato in molti casi ha abbandonato  i suoi compiti di assistenza alle comunità e si è dedicato a sviluppare una strategia di privatizzazione. Ciò ha indotto le persone a prendere l’iniziativa di costruire scuole, ambulatori e cooperative per aiutarsi tra loro.

Con il passare degli anni questo popolo che vive nei suburbi e che ogni giorno deve arrabattarsi con il lavoro per la propria sopravvivenza,  ha sentito la necessità di trasformarsi in un agente attivo che lavora, oltre che durante il proprio orario di lavoro, anche per un maggior benessere. E’ stata proprio la Chiesa che, per mezzo del germe della fede, ha trasmesso gli strumenti affinché nascessero nuove iniziative con le quali, tramite il mutuo aiuto, da povero a povero, si contribuisse alla crescita propria e a quella del vicino.

All’Assemblea Generale dell’Episcopato Latinoamericano di Puebla (Messico) del 1979, fu fatto presente il problema dell’azione della Chiesa tra i settori più poveri della popolazione: Così durante l’incontro fu definita “Cattolicesimo Popolare” la forma attiva con la quale il popolo si evangelizza da sé.

Per quanto riguarda le idee sul cattolicesimo popolare, sorte in quell’incontro, il teologo gesuita Pedro Trigo fa notare che, a partire dal concetto di Puebla, “La presenza profonda della Chiesa Popolare esistente in Venezuela è molto maggiore che in altri paesi”.  

Storicamente il Venezuela ha avuto una distribuzione territoriale disuguale della popolazione e la distribuzione dell’istituzione ecclesiale è stata uguale a quella della popolazione.

Ciò ha prodotto una conquista tarda del paese, dato che era difficile per i creoli individuare i luoghi dove insediarsi. Di conseguenza la conquista del Venezuela è avvenuta con ritardo, tramite la fondazione di missioni tra la fine del secolo XVII e gli inizi del secolo XVIII. 

Dopo il processo di indipendenza nazionale, le missioni scomparvero. Da allora e fino agli ultimi decenni del secolo XX, i tre quarti dei cattolici venezuelani vivono senza una presenza stabile di un sacerdote. Sono stati quindi i laici, attraverso la figura del catechista, che hanno continuato a mantenere viva la fede. “Se c’è un posto in cui si può parlare di una prova assolutamente scientifica di quanto stabilito a Puebla, quello è il Venezuela. Se in Venezuela la gente continua a dire di essere cattolica, nella maggioranza, senza avere contatti con i sacerdoti, ciò significa che chi ha trasmesso il cristianesimo in Venezuela è stata la gente stessa”, sostiene Trigo.  

In questo senso Trigo concorda con Renaud nel distinguere il movimento della chiesa popolare dalla Teologia della Liberazione. Secondo il teologo gesuita, autore di numerosi articolo e vari libri, “quando si parla di cattolicesimo popolare in Venezuela, non si sta parlando di quella che era l’ondata liberatrice di gruppi di sinistra. Qui si sta parlando di un’altra cosa, completamente diversa.” Renaud nota che “ è certo che la Chiesa integrata fra i più poveri, ha un modo di pensare e di fare teologia diverso da quello della Chiesa costituita dal clero”.  

La Chiesa fucina di comunità cristiane  

All’interno della Chiesa cattolica, specialmente in America Latina, ci sono due fatti che hanno avuto il ruolo di stimolo di un processo di apertura: le Assemblee Generali dell’Episcopato Latinoamericano di Medellin e Puebla, nel 1968 e nel 1979 rispettivamente. A partire da questi avvenimenti sono iniziati i cambiamenti che hanno portato la Chiesa ad aprire spazi per la partecipazione delle comunità con scarse risorse economiche al compito di evangelizzare e di promuovere attività di utilità sociale, ispirandosi al Concilio Vaticano II.  

In Venezuela si produsse un avvicinamento tra l’istituzione ecclesiastica e il potere politico quando fu raggiunto, nel 1960, il patto di Punto Fisso. Si trattava di un accordo politico firmato tra i partiti politici ed i settori che detenevano il potere nel paese, come la più importante associazione degli imprenditori, Fedecámaras, il più potente sindacato operaio, la Confederación de Trabajadores de Venezuela (CTV) e le Forze Armate. Nel suo libro “Una Constituyente para la Iglesia”, Trigo sostiene che il settore politico che assunse il potere dopo la caduta della dittatura di Marcos Pérez Jiménez, si alleò con la Chiesa “perché aveva bisogno dell’istituzione, dato che la democrazia sociale come alternativa al comunismo aveva bisogno di una bandiera simbolica”.  

In questo modo la Chiesa contribuì a costruire il consenso e iniziò un lavoro di promozione popolare nei quartieri popolari urbani e fra i contadini. Nella decade degli anni ’60 accadono anche due fatti importanti: si firma l’accordo tra la Chiesa cattolica e il governo di Rómulo Betancourt, conosciuto con il nome di Modus Vivendi, e il Vaticano eleva l’arcivescovo di Caracas al rango di Cardinale.  

Come conseguenza in questo periodo avviene un incremento significativo di diocesi, parrocchie e gruppi apostolici come i Cursillos de Cristiandad, la Legión de María y Mundo Mejor. Contemporaneamente si prepara il lavoro apostolico nelle periferie. Ma in questo periodo in cui comincia a fiorire una Chiesa incentrata sulla gente, si verifica una frattura nel clero venezuelano. Un primo settore si identifica con i principi di Medellín e Puebla e propone una “ruptura instauradora”, mentre un secondo sceglie di seguire l’ordine stabilito e di resistere alle proposte del Concilio Vaticano II e delle assemblee episcopali latinoamericane.

Nel definire questo periodo, Trigo dichiara che “si è consumato un rifiuto pratico di una parte della Chiesa venezuelana nei confronti del Concilio Vaticano II”. Tuttavia la rottura non ha portato ad una divisione nel seno della Chiesa, ma “a differenza che in altri paesi, in Venezuela questa rottura non ha dato luogo a messe al bando, sette, bensì a progetti pastorali diversi dentro l’unica Chiesa in cui si riconoscevano tutti, anche se di malavoglia”.

Un gruppo rappresentativo di sacerdoti comincia a realizzare, in diversi luoghi del paese, riunioni informali per discutere di strategie di pastorale popolare. Si avanzano anche critiche ai sacerdoti che fanno parte dell’alta gerarchia ecclesiastica perché “si percepisce che l’istituzione non offre strumenti per incanalare le loro inquietudini ed il loro dinamismo”, dice Trigo. Così il 15 giugno 1969 un gruppo di giovani cattolici effettua una occupazione simbolica della basilica di Santa Teresa a Caracas. Irrompono durante la celebrazione di una messa, chiedendo partecipazione. Successivamente un folto numero di sacerdoti scrisse una lettera, inviata il 21 novembre 1969 ad ogni vescovo venezuelano. Nel documento i religioso espongono le loro critiche alla gerarchia ecclesiastica.  

Renaud conferma che dopo l’accoglienza iniziale che ebbe Medellín dentro un certo settore dell’istituzione ecclesiastica, si generarono diversità che cercavano di frenare lo sviluppo delle comunità cristiane.  

“E’ certo che la Conferenza Latinoamericana di Medellín fu accolta qui da vari sacerdoti e religiose in maniera piuttosto entusiasta. Poi, in tutta l’America Latina e specialmente in Venezuela, si accumularono delle nuvole in cielo. Nella Chiesa del Venezuela si verificò una frenata molto brusca”, assicura Renaud.  

Il clero entrò nella “casa del popolo”  

Durante la metà degli anni ’60 vi fu in Venezuela un gruppo di agenti della pastorale, in buona parte legati alla vita religiosa e ad alcune congregazioni, che iniziarono un lavoro attivo all’interno dei quartieri popolari. Per usare le parole di Trigo, “entrarono nella casa del popolo”.

Renaud spiega che nel 1968 la Conferenza di Medellín  parlava già di comunità cristiane “o meglio di comunità ecclesiali di base”. Tuttavia pensa che questo secondo termine è un po’ un tecnicismo dei paesi del Cono Sud, da dove proviene, così che è stato riadottato, specialmente nei Caraibi, con la definizione più semplice di “comunità cristiana”.  

Gli anni ’70 sono l’epoca dell’inserimento degli agenti della pastorale fra la gente del popolo, così che si vanno formando gruppi di lavoro e di riflessione. La preparazione di Puebla fu il momento in cui si vide tutto ciò. Ciò nonostante Trigo indica che i gruppi ancora non osavano parlare di Comunità Cristiane di Base. In una riunione preparatoria per l’Assemblea Episcopale Latinoamericana, gli agenti della pastorale parlano di Gruppi Cristiani Popolari.  

In Venezuela, a differenza degli altri paesi andini, c’è molta “convivialità” piuttosto che comunità. Per questo, secondo Trigo, questi agenti della pastorale pensarono che era necessario costituire delle comunità.  Secondo loro era necessario introdurre un nuovo elemento, che motivasse il consolidarsi delle comunità. Questo elemento sarebbe stato il cristianesimo, la presenza di Dio.  

Così si realizzò la costituzione di comunità, tramite un processo nel quale la gente colse la novità di essere “una famiglia nuova”: le comunità nascono come novità storica che, con il passare degli anni aumentava di numero (Scheda n. 1).  

D’altro lato le persone impegnate nel lavoro con le comunità cristiane di base sperimentano delle trasformazioni profonde e non traumatiche nelle loro vite, che le trasformano in persone di grande responsabilità là dove vivono. Anche nei momenti più duri, come quando capitano situazioni che mettono a rischio la vita e la sicurezza degli abitanti di un determinato posto, i membri delle  comunità continuano a godere di grande rispettabilità.  

Però prima del definitivo consolidamento dei gruppi di base in Venezuela, all’inizio degli anni ’70 il processo vissuto dalle comunità cristiane nei quartieri popolari passò attraverso delle difficoltà, dovute al fatto che una parte del clero non le accettava.  

Una certa riconciliazione tra queste posizioni ecclesiali divergenti si produsse sotto la pastorale del cardinale José Alí Lebrún, di Caracas, nominato cardinale nel 1981 e che durante molti anni riunì nella sua opera pastorale le due sensibilità. Era un uomo che aveva una particolare affinità con i settori popolari. A Petare ricordano che in quel periodo il cardinale Lebrún aveva contatti continui con le comunità e si dimostrava disponibile quando era invitato. Le incitava a chiamarlo quando era necessario.  

Nel febbraio del 1989, quando il paese conobbe una straordinaria esplosione sociale nella capitale,  nota come El Caracaso, durante la quale morirono oltre 300 venezuelani, i gruppi cristiani costituiti a Petare si fecero sentire. In quest’occasione migliaia di venezuelani scesero per le strade a manifestare il loro rifiuto alle misure economiche assunte dal governo di Carlos Andrés Pérez.  

A Petare vi fu una repressione “severa e drastica”, ricorda Renaud. Nei quartieri popolari vi furono molti morti. Fu una repressione “brutale”, organizzata affinché le persone “pagassero con il sangue” i saccheggi che avevano fatto.  

Le comunità si venivano costituendo per mezzo di un processo congiunto tra gli agenti pastorali, che fungevano da “motori propulsori”, e gli abitanti dei quartieri. Attualmente è diminuito il numero degli agenti pastorali, fatto questo che ha fatto cambiare la qualità delle alleanze. D’altro canto, nelle stesse comunità, è diminuito il numero delle persone che ne fanno parte ed hanno smesso di entrare persone nuove ed i giovani.  


A ciò bisogna aggiungere che le congregazioni si sono dotate di nuove strutture organizzative che rendono più difficile che le nuove generazioni di agenti pastorali possano conoscere le esperienze passate delle comunità di base e che possono integrarsi nel lavoro delle organizzazioni cristiane dei ceti popolari.  

“Mancando questo elemento di interrelazione, manca il dinamismo e la creatività necessari affinché la vita prenda una dimensione storica senza smettere di essere vita” fa notare Trigo.

Un altro fattore che rende difficoltosa l’interazione nei gruppi cristiani è il fatto che la situazione economica sempre più precaria  obbliga i membri delle famiglie a lavorare di più per poter sopravvivere. Questa situazione fa sì  che la gente non possa inserirsi in pieno nel lavoro comunitario “Ma la gente capisce anche che, se abbandona questo lavoro, le sarà molto più difficile sopravvivere, perché questo lavoro la sostiene molto”, commenta Trigo.  

La Chiesa popolare da una prospettiva di vita  

Attualmente l’azione evangelizzatrice della Chiesa  è giunta attraverso le comunità ecclesiali di base ai più poveri dei quartieri periferici e delle comunità popolari.

Il sacerdote Bruno Renaud preferisce non utilizzare il termine “popolare”. Preferisce parlare di “la Chiesa” in generale, anche se riconosce che la congiuntura politica e sociale attuale tende ad evidenziare la differenza che c’è stata tra due sensibilità differenti: una sacerdotale, che include vescovi e parroci, e un’altra che include  la gente del quartiere. Per Renaud solo “in questo senso stretto si può parlare di Chiesa popolare”.  

“L’esistenza di due sensibilità non vuol dire che vi siano motivo di rottura. In ambito popolare nessuno, assolutamente nessuno, pensa ad una Chiesa separata, e neppure noi sacerdoti e le religiose che spontaneamente ci sentiamo di stare da questa parte, pensiamo di  fare gruppo a parte o di dividere la Chiesa”, sottolinea.  

I frutti delle Comunità di Base  

Nell’ultimo decennio si sono celebrati in Venezuela due Incontri Nazionali di Comunità di Base. Il primo si è celebrato a Caracas tra il 17 ed il 19 novembre del 2000. Il secondo dal 15 al 17 novembre 2002, sempre a Caracas. Erano presenti circa 700 rappresentanti delle comunità cristiane. I tre quarti dei partecipanti erano donne.  

In questi incontri si valutano le attività realizzate da ogni gruppo, si individuano le principali mancanze ed i partecipanti propongono idee che possono essere condivise dagli altri gruppi. Si analizzano anche le attività realizzate in ogni regione e si propongono come modelli agli altri gruppi di lavoro.  

Riferendosi al secondo incontro, effettuato nella Universidad Católica Andrés Bello di Caracas, Bruno Renaud pensa che “ha manifestato l’umile forza e la lungimiranza di tutta una Chiesa costituita da ceti popolari e che dovrebbe venire riconosciuta”.  

Per il sacerdote, in quell’incontro si è manifestata anche “l’estrema umiltà e fragilità di questi piccoli gruppi (...)  che si fanno carico della vita individuale e comunitaria del povero con le sue necessità di formazione, di istruzione, educazione per i bambini, di assistenza sanitaria per tutti, di farmacie e cooperative”.  

Per Trigo, l’attenzione agli ammalati, ai bambini, la visita nelle case sono un insieme di “atti che umanizzano”. In mezzo ai problemi di oggi sono qualcosa di “molto grande, sacro”. Quando si alludeva al tipo di Venezuela che vogliamo, tutti parlavamo di un Venezuela dove ci fosse vita e vita abbondante e vita umana e umile.  

“Questo è il meglio del paese, fin tanto che ci sarà gente così, non ci comporteremo da lupi tra di noi”, assicura. (Scheda n. 2).  

Tuttavia il teologo gesuita evidenzia una debolezza: non c’è una visione dei problemi da una prospettiva storica e si stanno trovando soluzioni agli effetti e non per le cause.    

 

Ruolo delle comunità nella situazione attuale  

Allo scopo di rimanere aggiornati con la realtà sociopolitica del paese, i membri delle comunità cristiane, di diverse zone di Caracas, si mantengono costantemente in contatto. Per esempio, nei giorni precedenti alla crisi dell’aprile del 2002, che produsse un fallito colpo di stato ed il successivo ritorno del presidente Hugo Chávez, si realizzarono vari incontri durante i quali si programmarono possibili discussioni dei gruppi di fronte alla preoccupazione generata dalla situazione di tensione politica.

Per Renaud, nei quartieri popolari di Petare si sviluppa una vita più spontanea dove primeggiano la “vita e la tensione verso la sopravvivenza”, nonostante l’intolleranza sociale e politica che si percepisce in altre zone di Caracas.  

Nel mese di aprile, prima degli avvenimenti dell’11,12 e 13, i gruppi cristiani di Petare fecero una riunione per scambiarsi idee sulla situazione del paese. Vi furono anche riunioni tra gruppi di diverse zone della capitale venezuelana.  

“Grazie a Dio tutta la società di Petare nel suo insieme ha tenuto un comportamento e un atteggiamento ottimista” in mezzo alla crisi, dice Lourdes Pérez, membro fondatore delle  comunità cristiane di Petare.  

Da parte sua, Renaud fa notare che durante la crisi di aprile e durante i mesi successivi, Petare “ha espresso, nonostante la sua cattiva fama, un buon senso, una tensione  alla vita e una spontanea tranquillità; mi pare che non vi sia da lamentare nessuna violenza”.  

Però, al di là del lavoro sociale sviluppato dalle comunità di base, nasce la necessità che la Chiesa venezuelana come istituzione si faccia carico del suo ruolo di guida e di conciliazione di fronte alla crisi politica che sta attraversando il paese. Questo ruolo di guida della Chiesa deve essere accompagnato da una presenza attiva delle comunità popolari, mentre i gruppi religiosi popolari devono lavorare con obiettivi chiari in favore della pace, dell’educazione, del rispetto, della tolleranza e convivenza di cui il paese ha bisogno. (Scheda n. 3).  

Così, in mezzo alla tensione generata dalle difficoltà economiche, sociali e politiche gli abitanti delle zone popolari dimostrano una volontà di pace, di riconciliazione. Secondo Renaud, “contrariamente a quello che si pensa, a quello che si dice di solito, la gente dei nostri quartieri cerca la pace e la riconciliazione. La gente è stanca di marce, contromarce, scioperi e controscioperi. La gente, in realtà, prega affannosamente per la pace. Non c’è un incontro o una messa dove non appaia il tema della riconciliazione a livello nazionale e locale. La gente è cosciente della necessità di raggiungere un futuro che non sia violento e di costruirlo”.  

Necessità di sviluppo  

Trigo pensa che esistano due elementi complementari che incidono sullo sviluppo delle comunità. Dapprima segnala che anche se le comunità ecclesiali di base sono state legittimate dalle riunioni al massimo livello dell’episcopato latinoamericano, nel nostro paese non esiste una elaborazione teorica o teologica che legittimi il processo di costituzione e consolidamento delle Comunità Ecclesiali di Base e si pone la domanda: ”Di fatto, quanti vescovi in Venezuela stanno promuovendo questo fenomeno? Di fatto nessuno, mentre prima ce n’erano. Quante congregazioni lo stanno promuovendo? Al massimo una o due e non di più, mentre prima ce n’erano molte”.  

Cita come esempio il caso dei gesuiti, che anche se lo hanno stabilito nella loro dichiarazione di principio, non stanno promuovendo questo tipo di azione nelle comunità. “E’ cambiato il modello organizzativo e questo influisce su molte cose”.  

Il secondo punto che comporta un cambiamento e di cui, a giudizio di Trigo, è necessario rendersi conto è smetterla con la differenza tra “agente” e “paziente”. E’ necessario avere relazioni mutuamente soddisfacenti. Come per esempio le relazioni cordiali, basate sul rispetto che vi può essere tra sacerdoti e religiose o sacerdoti e la comunità. Trigo insiste sul fatto che le relazioni si devono stabilire partendo dal principio che sia gli agenti della pastorale che i laici sono persone. Su questo punto si sta lavorando in Venezuela.  

“Ci sono ancora degli agenti della pastorale che, credo, utilizzano le persone, partendo dal presupposto che, dato che sono dei convertiti, più una persona è generosa, più le chiedo. Sì, ma la sua famiglia, il suo lavoro? queste cose vanno discusse con i membri della comunità”, puntualizza Trigo.  

Giustamente sul piano politico si evidenziano le trasformazioni  delle persone. Così la tendenza è che i membri delle comunità cristiane rifiutano quelle relazioni che da entrambe le parti non abbiano un beneficio vicendevole e nelle quali i dirigenti politici non siano disposti a dare un servizio al gruppo che li ha eletti. “L’ambito sociale è più ricco di quello politico e  quest’ultimo è al servizio del sociale e non il contrario (...) La gente si è abituata ad analizzare le cose”, sostiene il teologo. (Scheda n. 4).  

Futuro e progetti delle comunità di base  

Le comunità cristiane di base sono diventate  posti di incontro, di cooperazione, di lotta e di fede. E’ un compito che va oltre il lavoro socialmente utile. E’ il consolidamento delle comunità, dove si capisce il senso della fratellanza, ben al di là dei vincoli familiari.  

Insieme ai benefici erogati dalle cooperative di consumo e risparmio ed i servizi sanitari e di cura di bambini ed anziani, c’è la progressiva apertura di una coscienza critica che permette loro di discernere ed analizzare la realtà politica, economica e sociale dell’ambiente. D’altra parte si è risvegliato un sentimento di indipendenza e di voglia di direzione dei laici rispetto al sacerdote. Le attività religiose vanno di pari passo con il lavoro sociale. Tutta questa dinamica implica la necessità che si stabilizzi un profilo organizzativo che permetta una ottimale pianificazione ed esecuzione delle attività.  

A giudizio di Trigo, strutturando le comunità con uno schema organizzativo, si permetterebbe la creazione di reti di comunità, che possono stabilire contatti con altre comunità, enti statali ed anche con organizzazioni di altri paesi.  

Evidenziare questo aspetto non significa che non si siano fatti passi avanti in questo senso. Un esempio si è avuto a Petare, un gruppo che in un mese è riuscito a reclutare 900 giovani  che avevano rapporti con la delinquenza e che avevano abbandonato la scuola.  Hanno trovato insegnanti per tutti loro, dei locali ed anche dei finanziamenti. E’ un’attività che, fatta in questo modo, non ha sussidi da parte dello stato e che, dato che è stata realizzata dalle comunità, evidenzia un senso organizzativo e di capacità di coordinamento.  

Un altro aspetto importante interno alle comunità  sono i cambiamenti di comportamento e le motivazioni delle persone che si sono inserite nei gruppi. Trigo sottolinea che le persone dei ceti popolari inserite nelle comunità di base “hanno molta più capacità di analisi e di cogliere i particolari delle situazioni” quando prendono in esame il loro ambiente e la realtà del paese. Così le persone si sono convertite in “soggetti” ed hanno cominciato a partecipare attivamente alle attività  pubbliche delle loro comunità.  

Tuttavia il teologo è convinto che alcuni agenti della pastorale che coordinano i gruppi hanno assunto dei modi di pensare meno aperti: “Credo che ci sia gente con una grande capacità di analisi, però con una mancanza di democrazia”.  

Anche se è nota la mancanza di rinnovamento di “quadri” tra gli agenti della pastorale per la mancanza di religiosi e religiose che si inseriscano nelle comunità, in molti casi questo processo ha fatto sì  che gruppi di laici abbiano assunto le loro responsabilità e che abbiano assunto un ruolo da protagonisti nel loro impegno e questo è motivo di speranza sotto tutti gli aspetti.  

Data questa realtà, le comunità cristiane devono lavorare facendosi sempre più carico delle proprie iniziative. La mancanza di personalità di spicco e la mancanza di interesse dei religiosi  per i quartieri ed i ceti popolari, secondo l’opinione di Renaud, potrebbe indebolire le comunità cristiane, “però devono tenere in considerazione questo fatto e continuare a funzionare cercando la propria strada”.  

 

* Luisa Torrealba è laureata in Comunicazione Sociale all’Università Centrale del Venezuela

** Andrés Cañizález sj, laureato in Comunicazione Sociale, è direttore della rivista Comunicación edita dal Centro Gumilla di Caracas

Fonti:

Interviste con

Bruno Renaud, fondatore della Escuela de Formación Popular di Petare, Caracas

Dominga Quintana, delegata nazionale delle CEB di San Felix, Estado Bolivar

Lourdes Pérez, coordinatrice di CEB a Petare

María Ignacia Parra, coordinatrice di CEB a Rutilio Grande, Maracaibo

Pedro Trigo, teologo gesuita

   

Scheda n. 1

 

Maracaibo: cooperative alla luce del Vangelo

 

 

L’Azione evangelizzatrice della Chiesa è arrivata fino ai settori più poveri del paese attraverso le Comunità Ecclesiali di Base (Ceb).

 

Marai Ignacia Parra, che lavora nel gruppo Rutili Grande, nel quartiere Simón Bolívar di Maracaibo, spiega che le Ceb lavorano promuovendo sia le attività religiose che quelle delle cooperative e le azioni di lotta per ottenere miglioramenti nei loro ambiti di lavoro. Si organizzano per preparare la comunità per la settimana santa e fanno il catechismo per la prima Comunione e la Cresima per i bambini e gli adulti che abitano nella zona.

 

Riguardo alle attività sociali, Parra spiega che nel settore Simón Bolívar le Ceb hanno una cooperativa senza fine di lucro attraverso la quale promuovono il risparmio e gestiscono una unità di consumo, fondata 30 anni fa. Questo gruppo di lavoro organizza mercati popolari nei fine settimana, nei quali vendono prodotti alimentari a costi minori che nei negozi comunali: ciò è possibile grazie a convenzioni con industrie incaricate di distribuire alimenti a prezzi solidali.

 

All’interno delle Ceb vi sono laboratori per le donne e si danno consulenze in relazione ai diritti della donna e del suo ruolo nella società.

 

Le Ceb dei differenti quartieri di Maracaibo formano un coordinamento regionale, che si riunisce mensilmente, valutano le attività realizzate, in gennaio pianificano la celebrazione del giorno in ricordo di Monseñor Romero, lottano per cercare soluzioni alla scarsità di acqua e si fanno sentire per esigere sicurezza e servizi sanitari. “Ci riuniamo e facciamo vedere alla gente che Gesù è venuto al mondo a lottare perché il popolo abbia la sua dignità”, dice Parra.

 

Scheda n. 2  

San Félix: lavoro sociale a favore dei bisognosi

 

Nel settore Loma Colorada de San Féliz, nello Stato Bolívar, gli abitanti si organizzano, unendosi in Comunità Ecclesiali di Base (Ceb). Lì si uniscono le attività parrocchiali con il lavoro civile. Dominga Quintana, la loro delegata nazionale, spiega che “sono piccolo nuclei sparsi nei quartieri e nei posti più poveri, organizzano tutti gli anni la ricorrenza del Giorno della Donna, dedicano una giornata per la ricorrenza di Monseñor Romero, realizzano campagne di raccolta di alimenti per aiutare le famiglie bisognose e offrono servizi sanitari.”  

Quintana spiega che “ogni comunità deve prestare attenzione ai poveri”. Con questa premessa le Ceb si sono incorporate al lavoro attraverso l’organizzazione Salud para Guayana (SAPAGUA), nata all’interno delle comunità e si incarica di elaborare medicine naturali, organizza programma di formazione su “come nutrirsi in maniera naturale”.  

Per le persone della terza età ci sono i “Club dei Nonni”, nei quali si dà assistenza sanitaria e si svolgono attività ricreative. Questi club sono finanziati grazie “allos forzo e all’organizzazione della gente”.  

Nel settore Loma Colorada esiste una organizzazione in cui alcuni membri delle comunità ci curano dei bambini di strada e ricevono aiuti economici dal governo dello Stato Bolívar.  

“In queste attività - spiega Uintana -  siamo molto indipendenti nell’agire, ci sono buoni dirigenti e non dipendiamo dalla presenza dei sacerdoti; e loro ce l’hanno detto che era arrivata l’ora dei laici. Noi sentiamo che stiamo costruendo il Regno di Dio nei quartieri popolari”, aggiunge. 

Piena di speranza, Quintana fa un’ultima riflessione: “Se il governo di desse conto del lavoro che stiano realizzando, ci terrebbe molto più in considerazione. Gesù ci dà la carica per essere sempre attivi nella lotta”.

 

Scheda n. 3  

Petare: cooperazione, fede e giustizia

 

Lourdes Pérez, coordinatrice e membro fondatore di una delle comunità di base della zona, spiega che gli abitanti di Petar “hanno capito che bisognava unirsi e da lì nasce la necessità dell’aiuto vicendevole”. Così negli anni ’80 nasce l’organizzazione “Giustizia e Pace”, dedicata alla difesa ed alla promozione dei diritti umani. All’interno di questo gruppo si offre formazione alle famiglie sul significato dei diritti umani e sulle procedure legali. 

Pérez racconta che la nascita di questa organizzazione ha costituito una innovazione dato che è nata in un momento storico nel quale il tema dei diritti umani nel paese non era di attualità. 

Nel 1986 fu fondata la Scuola di Formazione Popolare di Petare, come risposta a “una necessità di formazione umano-cristiana, umano-sociale, umano-politica, umano-culturale”, dice Pérez. 

Il padre Bruno Renaud spiega che si tratta di una scuola informare che offre incontri, forum, laboratori, corsi e circoli di studio. Gli incontri si realizzano sulla base dei temi di interesse per le persone della zona e invitano persone di tutti i settori della vita sociale, economica, politica e culturale. I partecipanti dei corsi, che sono persone dei settori popolari,  hanno un gran “senso critico” e “capacità di giudizio”. 

In ambito sanitario, si danno corsi di “Apprendimento della salute integrale”, di medicina allopatica e omeopatica. Vi partecipano medici qualificati che da molti anni hanno sviluppato un’esperienza con malattie infettivo contagiose, bronchiali, diabete e Aids. Con la pratica di scambiarsi le opinioni sui progressi dovuti ai trattamenti, il consultorio si è trasformato in un vero e proprio laboratorio. 

Per quanto riguarda le attività di tipo economico, esiste una cooperativa di risparmio, prestito e consumo. Esistono anche due unità di acquisto e tre farmacie popolari, dove si possono acquistare prodotti naturali.

Pérez spiega che le comunità cristiane “sono il motore di questi servizi e che la gente ha sviluppato una coscienza spontanea di ciò che significa applicare il Vangelo”.

 

Scheda n. 4  

Esistiamo anche noi, cristiani e cristiane delle periferie di Caracas !

 

Pochi giorni prima del Natale, un gruppo di laici, religiose, sacerdoti e animatori di comunità cristiane, di una decina di quartieri periferici di Caracas scrisse al vescovo: “Ci avvicinami alla notte di Natale con molto dolore e preoccupazione per quello che sta succedendo in Venezuela. Facciamo parte di un popolo che, in primo luogo per intuizione e poi per riflessione, ha riconosciuto e fatta propria la Costituzione Nazionale del 1999, perché indica che “Un altro mondo è possibile”, senza esclusione, con rispetto e libertà. La “magna carta”, ricorda il gruppo, fu accettata da una grande maggioranza di venezuelani”. 

“Per questo motivo – sostengono – ci preoccupa accorgerci che un ampio settore della società venezuelana si sente gravemente minacciato da questo cammino, e reagisce con l’irrazionalità irresponsabile del colpo di stato fino alla distruzione dell’industria petrolifera, fonte primaria dell’economia nazionale”. Manifestano il loro dolore per “il sistematico incitamento alla violenza.

 

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