Latinoamerica-online

Cultura, Società e Il Mondo dei Caraibi

Chiese e religioni

 

di Mariella Moresco Fornasier

 

 

 

 

Chiesa profetica in Perù

 

(23 aprile 2003)

 

 

 

Precedenti reportages:

 

Venezuela: la fede a partire dalla vita del popolo   (16 aprile 2003)

Colombia: Una Chiesa sfidata dalla Profezia   (9 aprile 2003)

La Chiesa della Liberazione in Ecuador   (2 aprile 2003)

Teologia della Liberazione in Bolivia   (26 marzo 2003)

 

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Quinto di 5 reportages di Adital

   La Chiesa della Liberazione in 5 paesi andini

 

Bolivia, Ecuador, Colombia, Venezuela e Perú

 

usciti in contemporanea in italiano su   www.latinoamerica-online.it/culture.html 

ed in spagnolo su   www.adital.org.br

 

L’iniziativa è frutto della proficua collaborazione recentemente  instauratasi tra la nostra testata ed Adital, Agência de Informação Frei Tito para a América Latina, sorta per iniziativa di singoli e di gruppi che fanno riferimento alla Chiesa Cattolica brasiliana e la cui azione si ispira a  “la práctica liberadora de los movimientos populares y de centros de derechos humanos; de todos los que, a partir de su reflexión y práctica, buscan construir una sociedad basada en el bien común”.

 

Chiesa profetica in Perù

 

Bárbara J. Fraser* y Luis Llontop**

 

Cristo de la Comunidad- Paroquia Santa Rita- Sur de Quito (Ecuador)

 

   

   

 

 

Introduzione    

Il  percorso della Chiesa Cattolica in Perù nei decenni scorsi è stato profondamente segnato da successi politici, sociali ed economici; inoltre la violenza politica, l’iperinflazione, la fragilità democratica, la migrazione interna e la corruzione hanno costituito delle serie sfide per la Chiesa. 

L’esperienza della chiesa peruviana, dopo il Concilio Vaticano II (1962-65) fu la stessa di tutto il continente: quella del rinnovamento.  Come disse Giovanni XXIII, che convocò il Concilio, questo accadde perché si lasciarono le finestre aperte per fare entrare aria nuova nella Chiesa e rinnovare le sue promesse e la sua fedeltà al Vangelo. 

Nel decennio degli anni ’60 si ebbe una importante svolta politica in Perù: il colpo militare del 1968, che portò al potere un regime nazionalista di tendenza di sinistra. Uno dei pilastri della sua politica fu la riforma agraria, e gli agenti pastorali, che per anni avevano difeso i diritti dei contadini, videro questo fatto come un risultato delle loro lotte. Tuttavia la riforma non risolse i problemi dei contadini, e con il passare del tempo il governo militare divenne sempre più autoritario. Il paese ritornò finalmente alla democrazia nel 1980. 

La II Conferenza Episcopale Latinoamericana di Medellín, nel 1968, fu considerata come l’autentica Pentecoste per la Chiesa in America Latina, perché questo nuovo periodo di vita ecclesiale era segnato da un profondo rinnovamento spirituale, da una generosa carità pastorale e da una autentica sensibilità sociale. Per il magistero latinoamericano, le conferenze successive – Puebla e Santo Domingo, rispettivamente nel 1979 e 1992, rafforzarono le prospettive tracciate dalla II Conferenza Episcopale di Medellín. Le opzioni preferenziali della Chiesa per i giovani e i poveri, oltre alla riflessione sull’inculturazione del Vangelo, segnarono le linee pastorali del continente. 

Nel frattempo apparve una nuova corrente teologica, che si basava sull’opzione per i poveri e gli emarginati d’America Latina. Nel 1971 il teologo peruviano Gustavo Gutiérrez pubblicò il suo lavoro fondamentale, Teología de la Liberación. Anche ora gli agenti della pastorale che accompagnano le donne dei quartieri poveri delle città, i contadini nelle zone rurali ed i bambini di strada, continuano a vivere l’opzione per i poveri indicata da Gutiérrez. 

Durante gli anni ’80, la debole democrazia dovette affrontare una dura prova con la nascita di Sendero Luminoso. Questo gruppo maoista dichiarò guerra allo Stato peruviano e a tutti coloro che considerava difensori del governo, compresi i dirigenti di base, i membri delle comunità, gli agenti della pastorale. In particolar modo i contadini si videro intrappolati nel fuoco incrociato tra i due gruppi sovversivi, Sendero Luminoso e il Movimiento Revolucionario Túpac Amaru, Mrta, e le forze governative. 

Tra il 1980 ed il 1992 morirono circa 30.000 persone e ne scomparvero 4.000. Molti abbandonarono le campagne e andarono verso le città a causa della violenza o per motivi economici. Se negli anni ’60 il 70% dei peruviani viveva in zone rurali e il 30% nelle città, nel decennio degli anni ’90 questa proporzione si invertì. 

La chiesa difese, durante questi anni, la vita ed i diritti umani, dando appoggio legale e istruzione. Nonostante le minacce e le morti di sacerdoti, missionari, religiose e laici peruviani e stranieri, la Chiesa spesso denunciò quanto accadeva quando gli altri rimanevano in silenzio per paura. 

Alla fine degli anni ’80 i peruviani soffrirono la disgrazia della crisi economica, con l’iperinflazione, la svalutazione e uno spaventoso debito estero. Il presidente Alan García nazionalizzò le banche e sospese il pagamento del debito, isolando il Perù dal sistema economico internazionale. La frustrazione per il caos politico ed economico fu l’elemento chiave per l’elezione del presidente Alberto Fujimori, nel 1990. 

Fujimori promise di reinserire il Perù nel sistema finanziario internazionale e di porre fine al terrorismo. Si rifece carico del pagamento del debito, gravando sulle spese sociali. Nell’aprile del 1992 organizzò un “Colpo di stato istituzionale”, sciogliendo il Parlamento e “riorganizzando” il sistema giudiziario. Fujimori governò il paese in stretta collaborazione con i militari e con Vladimiro Montesinos, capo del temuto Servizio Segreto. Leggi severe permisero di giudicare i sospetti di terrorismo in tribunali militari, davanti a giudici mascherati, ciò che portò a comminare ingiuste condanne e all’incarcerazione di molti innocenti. Religiosi come  Hubert Lanssiers, sacerdote della Congregación de los Sagrados Corazones , giocarono un ruolo chiave nell’ottenere la liberazione di molti innocenti incarcerati. 

La violenza politica calò nel 1992, dopo la cattura dei capi di Sendero Luminoso e del Mrta. Ciò nonostante l’autoritarismo era profondamente radicato e il servizio di polizia segreta continuò a manipolare gli organi del governo e le istituzioni civili. Il governo privatizzò numerose imprese statali, ma la gran parte dei guadagni finirono ai corrotti. Fujimori venne rieletto, in maniera molto discutibile, nel 1995 e pose le basi per un terzo mandato incostituzionale nel 2000, vincendo con elezioni truffa. Poco dopo scoppiò una scandalo per corruzione quando venne diffusa una registrazione che mostrava Montesinos mentre stava corrompendo un membro del Parlamento. Seguirono rivelazioni di corruzione a tutti i livelli del governo e del settore privato. Nel novembre del 2000 Fujimori fuggì in Giappone. Centinaia di suoi complici si trovano attualmente in prigione o agli arresti domiciliari, mentre altri sono in clandestinità nel tentativo di sfuggire all’arresto. 

Gli scandali di corruzione lasciarono un segno profondo, non solo nelle finanze pubbliche, ma anche nello spirito nazionale. Le inchieste dimostrano che fra tutti i latinoamericani i peruviani sono quelli che provano maggior diffidenza verso i propri vicini. Un compito importante che sta affrontando la Chiesa è quello di ricostituire i valori sociali e democratici dalla base, lavorando con persone di tutte le età e attività. 

La sfrenata corruzione impoverì ancora di più il paese. Il 54% dei peruviani vivono nella povertà, e fra loro il 25%  nella miseria. Un 80% della popolazione è disoccupato o sottoccupato e circa la metà della forza lavoro è occupata nel settore informale, senza garanzie, né un salario stabile. Donne e bambini, afroperuviani, indigeni e contadini sono tra i gruppi più deboli. 

Alla fuga di Fujimori subentra un governo di transizione, lo stesso guidato dall’avvocato Valentín Paniagua. Come Presidente della Repubblica sviluppa una serie di iniziative: si forma così la Mesa Nacional de Concertación para la Lucha contra la Pobreza (Tavolo Nazionale di Concertazione per la Lotta alla Povertà), esperienza che è stata continuata dal governo del presidente Alejando Toledo. Il reverendo Gastón Garatea, sacerdote della Congregación de los Sagrados Corazones presiede questa iniziativa che dà alla Chiesa un ruolo da protagonista nel consolidamento del processo di concertazione sociale, così necessario per il paese. 

Stanno anche sorgendo nuove sfide: la distruzione dell’ambiente, la situazione dei giovani disoccupati, le difficoltà che devono affrontare gli anziani che mancano di previdenze sociali, la ricerca della verità sui fatti occorsi in 20 anni di violenza politica nel paese, ecc. 

In tutti questi campi i laici, sacerdoti, frati e religiose lavorano spalla a spalla per appoggiare e difendere i più emarginati, i poveri, prediletti da Dio. Questi sforzi vanno forgiando un futuro di speranza e di giustizia. Queste sono le loro storie. 

Donne di sabbia e di fede 

Mentre si concludeva il Concilio Vaticano II, nel 1965, 22 famiglie salirono su un’alta collina sabbiosa e costruirono dei rifugi  di paglia in quello che poi sarebbe diventato il rione della Virgen del Buen Paso, a Pamplona Alta, “pueblo joven”(baraccopoli) nella zona sud di Lima. Lì, all’inizio, c’era solo sabbia. 

Occupazioni come questa furono, e sono, normali nella periferia della capitale, che attualmente accoglie circa un terzo dei 26 milioni di peruviani. In questa situazione i primi anni furono difficili, soprattutto per le donne. Nelle distese di sabbia o di rocce i rifugi lasciarono il posto a capanne di paglia e poi a case. 

Per le donne di Virgen del Buen Paso la fonte d’acqua più vicina era almeno a un chilometro, ai piedi della collina, il che voleva dire un ritorno in salita con i recipienti d’acqua. Come la maggior parte delle baraccopoli, Pamplona Alta non aveva elettricità, telefono, acqua e  fogne. Quando il governo offrì cibo in cambio di un lavoro di pulizia delle strade, oltre 40 donne accettarono. “Ci abituammo a riunirci e discutere”, ricorda Noemí Cáceres. La maggior parte di queste donne già partecipava alle mense popolari nate per “bisogno”. “Si faceva una pentola comune e così si spendeva meno”, ricorda Berta Becerril (Scheda n. 1).

Tra i cambiamenti propri di un insediamento recente, nasce il Club Femminile. Venne fondato il 21 ottobre del 1979, un anno dopo la fine della II Conferenza Episcopale Latinoamericana di Medellín (Colombia), che, come ha detto don Velar Brandao, presidente del Celam, fu “l’ora della speranza”. L’associazione di queste donne nacque con questa speranza  continentale, ma con due obiettivi molto concreti: dare un contributo allo sviluppo materiale e spirituale della zona, e dare assistenza alle donne. “E’ stato un lavoro a misura di donna”, dice Gloria Alvarado “ ma si è lavorato duro”.

Le donne hanno unito la creatività con la forza di volontà. Hanno continuato con i materiali di costruzione ed hanno collocato la prima pietra per la scuola del quartiere.

Rimasero attive nelle mense, una delle quali arrivò a servire oltre 400 pasti al giorno. Ogni donna doveva lavorare a turno, come tesoriera della sua mensa, imparando a maneggiare il denaro e a tenere i registri. Molte svolsero ruoli chiave in altre organizzazioni comunitarie e sono attive nelle diverse organizzazioni che contribuirono a fondare. Anche se il Club non fu, almeno formalmente, un organismo parrocchiale, le donne si riunivano per meditare il Vangelo e celebravano una liturgia mensile. Alcune di loro dirigono la catechesi familiare della parrocchia. 

“Queste donne hanno vissuto la Chiesa senza imporre una nuova organizzazione, e sono impegnate in gruppi ecclesiastici” spiega Marita Ibe, suora Maryknoll, che ha accompagnato le donne negli ultimi 24 anni. “Hanno una spiritualità profonda”. 

Ibe ricorda il giorno in cui, guidando attraverso la collina della baraccopoli, con il veicolo pieno di donne, incontrò un taxi impantanato tra la sabbia e le immondizie. Avrebbe potuto proseguire, ma le donne insistettero per dare aiuto. Il conducente si sentì commosso per la loro solidarietà. Mentre ritornavano alle loro case lessero la parabola del buon samaritano. 

“La fede è parte di loro”, dice Ibe. Questo si riflette nell’esperienza di base in centinaia di quartieri poveri della città. Con l’alto indice di povertà in cui vive la popolazione peruviana, la solidarietà delle mense popolari e il Programma del Bicchiere di Latte sono tanto vivi oggi come lo sono stati decenni fa. Questo programma fu creato per assicurare a ogni bambino almeno un bicchiere di latte al giorno. Inaugurato a metà degli anni ’80 dal Comune di Lima fu in seguito fatto proprio dal governo centrale. 

Storicamente c’è stato uno scambio tra organizzazioni di base e ecclesiali, dovuto al fatto che i dirigenti formati nelle parrocchie sono stati spesso dirigenti delle loro organizzazioni di quartiere. 

“Sono negra, e allora?” 

Per le 25 donne riunite in casa di Haydee Massoni, lo scorso mese di maggio, non si trattava di una qualunque Festa della Mamma. Stavano celebrando il giorno della Madre Negra. Cominciarono con una preghiera e finirono con un ballo. 

Massoni da giovanissima si trasferì a Comas, baraccopoli nella zona nord di Lima. Lei e suo marito si costruirono una capanna di paglia, che crebbe poco a poco fino a diventare la casa dove vivono adesso. I suoi otto figli sono già adulti. 

“Qui c’era molta discriminazione, perché c’erano più andini che negri”, racconta Massoni. Anche se lei stessa non aveva una sistemazione, si sentì toccata dalla estrema povertà dei suoi vicini. Mise a frutto le sue nozioni di infermiera ed entrò a far parte della mensa popolare del suo quartiere. Anche lì, fra altre donne che si impegnavano duramente per dare da mangiare alla propria famiglia, Massoni si sentì emarginata per il colore della pelle e perché non aveva paura di dire apertamente  le cose come stavano. 

Dopo che nel 1992 la IV Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano dichiarò che “La chiesa si impegna ad appoggiare i popoli afroamericani nella difesa della loro identità e dei loro valori specifici”, a Haydee si aprirono nuove porte, e quando cominciò a studiare il Vangelo e la teologia, nacquero nuove opportunità. 

Nel 1995 Massoni fu invitata a un incontro Latinoamericano di agenti della pastorale afro, in Colombia, con rappresentanti di Colombia, Ecuador, Brasile e di altri paesi. “Ritornai molto caricata”, ricorda, e cominciò a capire gli elementi culturali e le usanze della società peruviana, molto stratificata, con le sue complesse mescolanze di persone di origine europea, indigena e africana. 

“Bene, sono negra, e allora?” dice Haydee. Questa coscienza la liberò e la rese più tollerante con coloro che facevano commenti denigratori: “Sciogliere le catene costa”, puntualizza e sogna il giorno in cui peruviani negri  possano andare al Parlamento della Repubblica, quando “il negro venga visto come persona, con possibilità di un futuro, senza discriminazioni né frustrazioni. E’ un cammino, - dice – per me questo significa costruire la Chiesa. Io ho fatto una Chiesa in cammino”. 

Diritti Umani: “La spina dorsale del ministero sociale” 

Anche se alcuni membri della gerarchia hanno a volte avuto una posizione tiepida, la chiesa di base ha sviluppato in Perù la reputazione di strenuo difensore dei diritti umani. E’ stato dimostrato durante l’epoca della violenza militare negli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, quando la Chiesa assunse virtualmente il ruolo dello Stato in alcune comunità dove le autorità erano state assassinate o erano state obbligate a fuggire. 

Per tutto il Perù, durante gli anni della violenza, contadini, abitanti delle baraccopoli, religiosi, si videro intrappolati nel fuoco incrociato tre le forze di sicurezza e i due gruppi sovversivi, il maoista Sendero Luminoso e il marxista Movimiento Revolucionario Túpac Amaru (Mrta). 

Molte diocesi e prelature risposero formando Vicariati della Solidarietà, seguendo il modello utilizzato in Cile dopo il sanguinoso colpo di stato del dittatore Augusto Pinochet  nel 1973. 

“In Perù i vicariati  dettero assistenza legale e assistenza sociale alle vittime, come anche educazione ai diritti umani. Nel loro momento di auge, vi erano nel paese 25 organizzazioni dei diritti umani vincolate alla Chiesa” dice il sacerdote Mateo Garr s.j., segretario esecutivo aggiunto della Commissione Episcopale di Azione Sociale (Ceas). Quasi 20 fra loro continuano a lavorare, la maggior parte sotto il patrocinio del Coordinamento Nazionale dei diritti umani, organismo della società civile. 

Però gli anni della violenza politica hanno lasciato un seguito. Oggi funzionari della Chiesa in almeno 5 diocesi, e collaboratori pastorali in molte altre, continuano questo tipo di  lavoro. Dopo che fu creata nel paese la Commissione Verità e Riconciliazione, Cvr, istanza di alto livello creata nel giugno del 2001 per indagare sulle cause della violenza politica in Perù durante gli anni 1980-2000, essi partecipano alle sue attività, rendendo testimonianza alle vittime della violenza, come parte del proprio lavoro. La Cvr sta tenendo udienze pubbliche in tutto il paese e sta coordinando con un gruppo di esperti alcune attività, quali la riesumazione dei resti delle fosse comuni clandestine, l’ascolto delle testimonianze delle vittime e dei loro familiari. Si spera che la sensibilità dei peruviani accolga poco  poco questo sforzo per incominciare un processo di riconciliazione reale e deciso. 

Per i diritti dei bambini 

Il Vicariato della Solidarietà di Sicurani, organismo della Chiesa locale nel dipartimento andino a sud di Cusco, ha convertito una tragedia in una opportunità per prendere coscienza degli abusi  commessi contro bambini e adolescenti, specialmente nelle zone rurali. 

Nel dicembre del 2001, un maestro della provincia di Espinar fu accusato di violenza sessuale verso cinque alunne tra gli 11 ed i 15 anni. Il Vicariato intervenne quando apparve chiaro che il caso sarebbe stato ignorato dai tribunali. 

“C’era una serie di vizi nel Potere Giudiziario”, afferma Livia Tapia, direttrice del Vicariato. “Abbiamo visto che se non ci fossimo mossi, avremmo perso il caso. Iniziammo una campagna di coscientizzazione di due settimane, indirizzata sia ai residenti che agli organi di stampa, terminando con un incontro di discussione a Alto Pichihua, la comunità dove avvennero i crimini, ed ebbe risonanza in tutto il paese. Un risultato, sostiene Tapia,  è che il processo legale sta seguendo il suo corso normale.” 

La campagna pose in evidenza questo problema che viene toccato raramente. “La gente diceva: perché tanto scandalo se è una cosa normale?”, racconta Tapia. In effetti una indagine svelò 25 casi di abuso sessuale contro bambine solo in uno dei 4 distretti in cui si divide il Vicariato. 

Ora il Vicariato sta organizzando altri quattro Servizi di Difesa Comunitaria a Cusco. “L’idea è che siano la stessa comunità. le donne, i padri di famiglia a promuovere i diritti dei bambini e adolescenti dentro la comunità”, spiega Tapia. 

La rivelazione del Sud 

Una zona in cui la Chiesa peruviana ha mostrato un fronte particolarmente solido negli ultimi decenni è il cosiddetto “surandino”, area soprattutto rurale e indigena, che forma la diocesi di Puno e le prelature di Juli, Sicuani e Ayaviri.

Già negli anni ’60 , nel clima del Concilio Vaticano II, i vescovi e prelati del surandino si unirono per esprimersi contro l’ingiustizia e la disuguaglianza sofferta dai contadini. Nel 1976, di fronte all’ondata repressiva poliziesca ed alle misure di austerità economica, pubblicarono una dichiarazione storica: “Ascoltando il grido” che il reverendo Albano Quinn, amministratore apostolico della prelatura di Sicuani definì “Una rivelazione”. 

I vescovi criticarono la violenza repressiva e la disuguaglianza del sistema sociale, politico ed economico che “scarica il peso della crisi economica sulle spalle dei settori popolari”. Avanzarono anche dieci richieste specifiche, dalla libertà per gli arrestati durante le manifestazioni di protesta e informazioni precise sui morti e gli scomparsi fino alla libertà di espressione, il ristabilimento delle garanzie costituzionali e “un ordinamento sociale basato sugli interessi delle maggioranze”. “La gente era felicissima; volevano dirlo ma non potevano”, racconta Quinn. 

Il Vicariato della Solidarietà di Sicuani ha offerto anche corsi per la polizia, giudici di pace, avvocati e studenti. Ma il risultato più grande, dice, “fu proprio l’identificarsi con il popolo. Loro avevano fiducia in noi e chi commetteva delle ingiustizie ci temeva”.

Oggi i diritti dei carcerati ed il diritto alla terra sono parte di questa vecchia lotta, insieme alla protezione dell’ambiente e contro il debito estero. 

“Né mezze misure né ambiguità” 

Monsignor Pedro Barreto s.j. è vescovo del Vicariato Apostolico San Francisco Javier de Jaén, nel dipartimento di Cajamarca, nel nord del Perù. Succede nell’episcopato a monsignor José María Izuzquiza, vigoroso pastore che alla fine del suo episcopato seppe difendere la terra, i boschi, la vita dei suoi parrocchiani. 

Nel 1992, monsignor Izuzquiza iniziò una lotta tenace per ottenere la liberazione di 11 contadini accusati di terrorismo, mentre quello che questi contadini avevano fatto era stato difendere i loro boschi, il loro futuro. Izuzquiza in quell’occasione disse: ”Stare dalla parte della gente non è negoziabile, è un obbligo evangelico. Mi si spezza il cuore a pensare che non ci siamo mossi, a pensare a quello che avremmo potuto fare e che non abbiamo fatto”. 

Per il successore, monsignor Pedro Barreto, “La pastorale sociale è un aspetto urgente della missione evangelizzatrice della Chiesa. Questa regione nordorientale è di un ricchezza incalcolabile per i frutti che si raccolgono. Prima era una zona dove la pioggia era molto frequente, dove uno poteva vedere quasi sempre dei boschi. Ora ci poniamo una domanda importante: quale sarà il futuro di questa zona se si continua a tagliare i boschi e si continua a permettere l’uso indiscriminato di progetti di sfruttamento delle miniere?”. 

Monsignor Barreto aggiunge: “La pastorale sociale della Chiesa, come tutta la Chiesa, deve essere profetica. Qui non ci sono mezze misure né ambiguità, credo che la vita è il Dono di Dio che dobbiamo preservare e la prima cosa è la persona umana come centro di tutta la creazione. Un esempio è il progetto di una associazione, Gotas de Agua (gocce d’acqua), che sta sviluppando la riforestazione di una zona molto vicina a Jaén: sono 300 ettari dove non c’è acqua e lì hanno germinato alberi tipici della zona. E’ un progetto nato proprio all’interno della Chiesa però ora la società civile sta proponendo la riforestazione di tutta la zona.” 

“Occorre rafforzare la società civile, le sue istituzioni – dice monsignor Barreto – credo che più che parlare di una Chiesta profetica occorre parlare di una società profetica.  Sono convinto che il miglior apporto profetico che può dare la Chiesa è aiutare la società civile organizzata ad assumere il suo protagonismo”. 

“Lo ha detto Radio Marañón...” 

Padre Paco Muguiro è il direttore di Radio Marañón, emittente del Vicariato di Jaén. Per Paco dirigere la radio “è una grande responsabilità perché molti insediamenti di questa zona sono isolati”. 

Teniamo conto del fatto che i mezzi di comunicazione, in situazioni come quella del Perù, giocano un ruolo fondamentale. Alcuni mezzi di comunicazione molto influenti appoggiarono il regime di Fujimori (1990-2000) e ne ricevettero ingenti somme di denaro.

Quindi, si domanda Muguiro: “Per quale motivo abbiamo la responsabilità? Radio Marañón ha 26 anni, è una radio che è sempre stata molto coinvolta con i problemi della gente ed è della Chiesa. Quindi tiene una grande credibilità: “lo ha detto Radio Marañón”, dicono gli ascoltatori. Loro ci credono”. “Come ogni radio educativa e come ogni processo di educazione, dobbiamo partire dalla realtà della gente”. Radio Marañón va molto in campagna per fare i programmi. Di qualunque problema che c’è in zona, la prima a rendersene conto è Radio Marañón. 

Il tema ambientale occupa un grande spazio nella radio – secondo Muguiro. Un esempio è una gola di montagna che dà acqua e luce a Jaén. Nel 1970 scaricava 3500 litri di acqua al secondo, ora 700, perché il bosco di Huamantanga, che è quello che la alimenta, aveva 27.000 ettari di alberi e ora ne ha solo 3.000. In 30 anni si è deforestato il bosco. 

Radio Marañón e il Vicariato dell’Ambiente stanno riforestando la gola e vogliono seminare quest’anno 150.000 alberi tipici della zona e lo faranno insieme alla gente. Hanno cercato i semi, hanno fatto il semenzaio, semineranno, divideranno le piantine, le porteranno nelle loro case e a capo di due anni si vedrà quante ne saranno rimaste e si premierà la comunità che avrà fatto vivere più alberi fra quelli che le sono stati consegnati e si premierà il contadino che avrà fatto vivere il maggior numero di alberi. “Quì è proprio vero che se le lasci fare, le industrie del legname ci distruggono l’ambiente in due anni”. 

“Quando parliamo della costruzione di una Chiesa profetica a partire dalla radio – afferma Muguiro – stiamo dicendo che la situazione che si vive ci porta alla profezia. Non credo che sia normale che in una società organizzata la Chiesa abbia questo protagonismo, però è la stessa situazione che ti porta a questo. La Chiesa affronta questa sfida perché, come diceva monsignor Izuzquiza, lo stare vicini alla gente, questo non si negozia”. 

Contro il peccato ecologico 

Nicanor Alvarado Carrasco è il coordinatore del Vicariato dell’Ambiente del Vicariato Apostolico San Francisco Javier de Jaén. Ha sofferto persecuzione e esilio ed esegue questo suo compito con fermezza. 

“La storia della pastorale sociale di Jaén è lunga ed appassionante”, racconta Nicanor. “Inizia nel 1992, quando vennero imprigionati undici contadini della provincia di San Ignacio, dopo che avevamo intrapreso una lotta terribile e storica contro la Empresa Incafor S.A., molto legata alla dittatura di Fujimori. Questa Empresa ricevette in  concessione i boschi di Chaupe e Chinchiquilla, una conifera che è nell’area del santuario di  Nacional Tabacones Namvalle (Cajamarca). Le hanno permesso di tagliare alberi come il Romerillo, che sono in via di estinzione in tutto il mondo. I raggi del sole che cadono nelle nostre valli e i nostri boschi fanno sì che ogni 100 metri abbiamo un clima diverso, una biodiversità unica al mondo”. 

“Questa Empresa si portava via camion pieni di legname e gli abitanti di San Ignacio si indignarono, si organizzarono per protestare e perciò vennero accusati di terrorismo. Io fuggii ma mio padre e mio cognato vennero arrestati e condannati a 30 anni di prigione. Rimasero in carcere 10 mesi. Fu in quell’occasione che la nostra Chiesa, il nostro monsignor Izuzquiza e padre Luis Távara iniziarono la lotta in difesa dei contadini”. 

“Dopo che ci liberarono il 5 marzo del 1993 viene fondata la Vicaría de la Solidaridad per difendere gli accusati di terrorismo e la Vicaría del Medio Ambiente per difendere i boschi. E da quel momento si è lavorato silenziosamente in difesa dei boschi e affrontando le imprese che sono sempre pronte a disboscare”. 

“Il mio sogno è che non vi siano contadini che soffrano la povertà né l’analfabetismo, che nei prossimi 30 anni  arrivi la tecnologia nei posti più isolati ... che ci sia una società civile che abbia coscienza e vi sia partecipazione dei cittadini. Che nella regione non dobbiamo venire incarcerati e perseguitati ed esiliati. Che vi sia gente che viva dignitosamente. Speriamo che possiamo costruire il Regno qui sulla terra e adesso”. 

Siamo riusciti a parlare con tre degli 11 contadini incarcerati durante questa lotta nel loro bell’ambiente naturale di San Ignacio. 

Victor Morales ricorda:” Quando sono stato in prigione ero presidente del Fronte di Difesa dei Boschi della provincia di San Ignacio. Sono un lavoratore occasionale e mi piace contribuire allo sviluppo della gente. Hanno perseguitato tutti quelli che stavamo lottando e che partecipavamo alle marce di protesta. A quel tempo tutte le autorità erano comprate dalla compagnia Incafor”. “Comprovata la nostra innocenza, Amnesty Internacional ci ha dichiarato prigionieri di coscienza e diverse Ong pagarono gli avvocati per ogni detenuto”. 

Plácido Alvarado Campos è originario di Huancabamba, nel nord del Perù. “Sono agricoltore e quando venni qui non c’era terrorismo. San Ignacio era una provincia sana. Sono stato presidente della Federazione Provinciale delle Ronde Contadine e Urbane”. 

“Chi fu come un Giuda allora fu il sindaco Zeledonio Slano che, dopo avere regalato il bosco alla Incafor, convocò una assemblea municipale aperta per nominare il Comitato di Difesa del Bosco.  Noi lottammo per la difesa del bosco senza sapere quello che questo sindaco aveva fatto alle nostre spalle. E venimmo incarcerati.” Il vescovo Izuzquiza si buttò anima e corpo in questa difesa insieme a mio figlio Nicanor ed ai gruppi dei diritti umani”. 

Wigberto Vásquez Vásquez, un altro dei contadini accusati, ci dice che: ”Ci accusarono senza prove. I giudici mascherati ci condannarono a 30 anni di carcere. Fummo ingiustamente arrestati e incarcerati per più di otto mesi. A livello nazionale e internazionale si levarono voci di protesta. Il giorno della nostra liberazione tutta la gente di San Ignacio venne a riceverci, fin da otto chilometri prima del paese c’era un gran numero di persone. Questa lotta valse la pena.” 

A favore di una vita dignitosa: prospettive 

Padre Gastón Garatea Yori, religioso di Sagrados Corazones, parroco di Ayaviri a Puno, è il presidente del Tavolo Nazionale di Concertazione per la Lotta contro la Povertà. Nel suo discorso pronunciato all’inaugurazione del Tavolo (gennaio 2001), disse: ”I poveri del Perù sono un’accusa continua al nostro modo di fare le cose. Molte volte nella nostra storia abbiamo visto che si è nominato il povero, gli si sono promesse cose, e molto in fretta ce ne si è dimenticati, perché le soluzioni previste guardavano al povero come a un oggetto, ma non come a un fratello che ha la sua dignità e che deve essere padrone del suo destino. Come credenti vogliamo chiedere al Dio della vita che ci aiuti a seminare speranza.” In una intervista alla rivista Páginas precisava che “la predicazione del Vangelo passa senza dubbio per l’opzione per i poveri”. 

Dentro questa visuale avanza il futuro della Chiesa peruviana insieme ad altre esperienze sociali e pastorali. La grande sfida, come propone monsignor Barreto, è unire gli sforzi e non lavorare in modo isolato, perché solo la buona volontà non basta. Occorre avere coesione tra i membri della Chiesa ed essere molto creativi. 

La presenza della Chiesa in differenti ambiti sociali a livello nazionale, come la Commissione della Verità e Riconciliazione (incaricata di far conoscere le cause della violenza politica in questi ultimi venti anni) e il Tavolo Nazionale della Concertazione per la Lotta contro la Povertà, permettono il consolidamento del processo di concertazione sociale tanto necessario per il paese e trasforma l’azione della Chiesa in progresso per il paese. Lo stesso compito lo realizza dentro l’Accordo Nazionale, spazio promosso dalla Presidenza della Repubblica, dove partecipano tutte le forze politiche del Perù, rappresentanti della società civile ed anche monsignor Luis Bambarén, presidente della Conferenza Episcopale Peruviana. 

Nel cammino solidale per cambiare le condizioni di vita della maggioranza nel nostro paese, si va consolidando e promuovendo una cultura della vigilanza sociale, della trasparenza nella gestione pubblica e forgiando una cultura di pace. 

 

·       ]   giornalista della Agencia Noticias Aliadas

·          ** giornalista dell’Istituto Bartolomé de las Casas  

 

                    

Scheda n. 1

 

Mense popolari autogestite

 

di Jorge Manuel García*

 

Il miracolo della solidarietà 

Un paio di pentole, di mestoli, una cucina e la irriducibile volontà di non lasciarsi abbattere né dalla povertà e dalla violenza né dalla manipolazione politica, sono stati i principali ingredienti per la nascita di uno dei fenomeni sociali più significativi in Perù negli ultimi decenni: le mense popolari autogestite. 

Si tratta di organizzazioni di donne dei quartieri marginali che hanno come compito principale la preparazione collettiva di cibi a basso prezzo, a favore di persone con poche possibilità economiche, al fine di alleviare la costante povertà che si vive nel paese e che colpisce il 54% della popolazione (il 24% è in povertà estrema). 

Possono contare su donazioni di alimenti che ricevono dal governo e da alcune istituzioni caritative e con l’appoggio costante di istituzioni come la Chiesa Cattoliche ed alcune Ong ma, soprattutto, si basano sulla propria capacità di autosostentamento. I clienti devono pagare appena un prezzo minimo (1 sol, che equivale a 28 centesimi di dollaro). E il 10% del cibo che viene preparato è donato ai cosiddetti “casi sociali” (persone in situazioni di estrema necessità). 

La prima mensa popolare autogestita nacque nel 1978 nella sona marginale di Comas (a nord di Lima) e si chiamava “Comedor Unión”. Erano tempi di dittatura militare. Da allora si diffusero nelle zone urbane marginali e in zone rurali, diventando l’unico supporto in tempi difficile come inondazioni, siccità, iperinflazione e terrorismo (negli anni ’80) e crisi economica, recessione e disoccupazione (anni ‘90). 

In media ogni mensa fa fronte a 150 persone: adulti e bambini. Attualmente solo a Lima, città e dintorni, le mense autogestite superano il numero di 1.800. Nel tempo hanno consolidato una struttura organica che permette un vincolo stretto tra tutte le mense del paese e duna rete di dirigenti in costante formazione. Il loro potere di convocazione e mobilitazione è impressionante. Alcune loro rappresentanti fanno oggi parte di governi locali. 

Senza dubbio il percorso non è stato facile per questa singolare organizzazione di donne. Fin dall’inizio hanno dovuto confrontarsi con la creazione di entità parallele promosse dal governo di turno. E furono perseguitate dai gruppi terroristi, che le consideravano un ostacolo per la loro predica del terrore (tra il 1991 ed il 1993 furono assassinate 11 dirigenti). 

Hanno dovuto sopportare anche un penoso clientelismo politico da parte del presidente Alberto Fujimori, lo stesso che nel febbraio 1991 promulgò la  legge 25307 che riconobbe le mense popolari come organizzazioni sociali di base e li consacrò come pezzi fondamentali del programma di appoggio alimentare ai pià poveri, impegnando lo stato a coprire il 65% del costo di ogni razioni di cibo. 

Il problema sorse con la mancata promulgazione del regolamento di applicazione di questa legge.  Il governo, invece, creò il Programa Nacional de Asistencia Alimentaria (PRONAA), le cui donazioni di cibo alle mense (che coprivano solo il 13%) furono condizionate dal fatto che le “soce”  facessero campagna elettorale a favore della rielezione del presidente. Durante le elezioni del 2000, 150 mense denunciarono questa pressione politica. 

Con l’attuale governo di Alejandro Toledo è iniziato un nuovo periodo per le mense popolari. Il Pronaa ha iniziato un processo di riforma e la legge 25307 è stata regolata il 20 maggio scorso. Secondo la  segretaria della Organización de la Federación de Centrales de Comedores Populares Autogestionarios de Lima y Callao, Rosa Huamán, il regolamento effettivamente permette di avere benefici previsti dalla legge, la stessa che, se applicata, eviterà qualunque intento di manipolazione statale e permetterà alle mense di smettere di avere un compito solo assistenzialista e di  diventare organismi di microproduzione. Un obiettivo che stanno già raggiungendo, dato che molte mense (in forma individuale o raggruppate per settori) gestiscono piccoli negozi come panetterie, abbigliamento, artigianato, prodotti da fattoria, pescherie e macellerie. I fondi ricavati vanno a sostenere i servizi alimentari. “L’esperienza delle mense popolari ci ha permesso di svilupparci come donne, madri, dirigenti, impresarie, proprio in un paese dove le donne sono considerate come il gruppo più debole della popolazione”, sottolinea Rosa Huamán. 

Con profumo di donna 

Secondo il Pronaa esistono circa 15.000 mense popolari in tutto il Perù e 5,200 solo a Lima e Calalo, anche se questa cifra non si riferisce solo alle mense autogestite. Vi sono inclusi altri tipi di mense che offrono gli stessi benefici ma che non sono nate per iniziativa propria ma per disposizioni governative e sono composte esclusivamente da militanti di un partito unico. E’ questo il caso dei Clubes de Madres y las Cocinas Familiares. 

Secondo la Federación de Centrales de Comedores Populares Autogestionarios de Lima y Callao, solo nei settori urbani marginali di Lima Metropolitana esistono 1800 mense autogestite, costituite ognuna da una media di 30 donne o socie e presenti in quattro zone: nord (500 mense), est (600), ovest (200) e sud (500). 

Ogni socia rappresenta una famiglia, il che vuol dire che in tutta la capitale peruviana 54.000 famiglie sono direttamente vincolate a una mensa. A ciò bisogna aggiungere ilf atto che in media ogni mensa prepara 150 razioni di cibo al giorno, il che significa che tutti i giorni, solo a Lima e Callao, 270.000 persone si nutrono grazie ad una mensa.  

* giornalista della Agencia Noticias Aliadas, Lima

 

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