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Cultura, Società e Il Mondo dei Caraibi

Chiese e religioni

 

di Mariella Moresco Fornasier

 

 

"lo real es lo que no se ve"

 

 

Altre pagine di Chiese e religioni

 

Altre pagine della cultura

 

 

 

Ricordando Taita Proaño  (settembre 2001)

L'importanza della memoria: profilo di mons. Gerardi  (13 giugno 2001)

San Romero d'America  (24 marzo 2001)

Chiesa cattolica - Undici porporati latinoamericani  (21 febbraio 2001)

Guatemala: Un paese tra violenza e militarizzazione  (17 febbraio 2001)

 

 

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Ricordando Taita Proaño

 

Tra la fine di agosto e i primi di settembre si sono tenute in Ecuador le celebrazioni in memoria di monsignor Leonidas Proaño, il vescovo di Riobamba morto il 31 agosto del 1988. Il "vescovo degli indios", che lo chiamavano taita (padre), affermava che il capitalismo "per poter divorare profitti, divora uomini e popoli". La Fundación pueblo indio, fondata dallo stesso monsignor Proaño, ha promosso una giornata di riflessione sull'analisi delle conseguenze del capitalismo "senza cuore" sulla vita del popolo ecuadoriano. Tra i temi in programma l'impatto del modello economico neoliberista sui popoli indigeni e sui lavoratori, le conseguenze della dollarizzazione e la crisi economica del paese, gli effetti dell'interventismo statunitense. Centinaia di persone hanno "bombardato" l'ambasciata statunitense con migliaia di aeroplanini di carta, recanti scritte contro il Plan Colombia, la cessione della base aerea di Manta agli Stati Uniti e le conseguenze delle politiche economiche del Fondo Monetario Internazionale. A conclusione delle manifestazioni, seicento persone di ogni parte del paese si sono radunate a Pucahuaico per partecipare alla celebrazione delle comunità indigene, riaffermando la loro volontà di sostenerne la lotta per il riconoscimento dei propri diritti. 

 

[m.m.f]   

settembre 2001

L'importanza della memoria: profilo di mons. Gerardi

 

Di origini italiane, Juan José Gerardi Conedera nacque a Città del Guatemala nel 1922. Dopo gli studi di filosofia nel seminario di Guatemala e di teologia in quello di New Orleans fu ordinato sacerdote nel 1946 e iniziò il suo lavoro pastorale come  parroco nelle zone rurali del suo paese, dove poté entrare in contatto con la realtà dei settori più poveri della società e delle comunità indigene.

 
Nominato vescovo di Verapaz, scelse come priorità del suo magistero il lavoro con gli indigeni fondando, insieme ai  benedettini, il Centro San Benito de Promoción Humana, da cui sarebbero usciti molti leader delle comunità. 

Convinto assertore della dignità delle culture indigene, si impegnò affinché venisse riconosciuta l'importanza del mantenimento delle loro lingue, ottenendo che due stazioni radio trasmettessero negli idiomi maya.

"Años de terror y muerte han desplazado y reducido al miedo y al silencio a la mayoría de guatemaltecos. La verdad es la palabra primera, la acción seria y madura que nos posibilita romper ese ciclo de violencia y muerte, y abrirnos a un futuro de esperanza y luz para todos".

 

Continuò il suo impegno anche nel Quiché, la cui diocesi gli era stata affidata. In più di una occasione fece sentire la sua voce in difesa delle vittime della violenza militare, come nel 1976, quando attrasse l'attenzione della stampa per una decisa accusa nei confronti dei responsabili  di un massacro di contadini e indicando apertamente le responsabilità dei militari nell'uccisione di  molti leader di comunità cristiane.

Anche nel 1980 in occasione dell'uccisione  di trentanove persone, tra le quali il padre di Rigoberta Menchú, bruciate vive nell'Ambasciata di Spagna dove si erano recate per protestare contro la violazione dei diritti umani nel Quiché, mons. Gerardi non ebbe timore a denunciare pubblicamente e molto duramente la gerarchia militare.

 

In qualità di presidente della Conferenza Episcopale del Guatemala si recò a Roma per informare Giovanni Paolo II sulla situazione del paese e sull'uccisione di molti sacerdoti,  trasmettendo al Vaticano il comunicato di denuncia dei vescovi guatemaltechi contro la violenza.

Di ritorno in Guatemala gli fu impedito dalle autorità militari di entrare nel pese ed ottenne asilo politico in Costa Rica, dove rimase fino alla caduta del governo di Lucas García nel 1982.

Divenuto vescovo ausiliare dell'arcidiocesi di Guatemala, nel 1988 divenne membro della Comisión Nacional de Reconciliación, incaricata di favorire i colloqui tra la guerriglia, il governo e la società civile in vista degli Accordi di Pace, che sarebbero stati firmati nel 1996.

 

Tra i fondatori della Oficina de Derechos Humanos del Arzobisbado (Odha), si fece promotore del progetto Recuperación de la Memoria Histórica, che produsse il rapporto Guatemala: Nunca más, una raccolta di migliaia di testimonianze delle vittime della violenza di trentasei anni di guerra civile e della repressione scatenata dall'esercito contro le popolazioni indigene, massacrate e disperse in zone impervie o costrette a rifugiarsi all'estero.

Presentando la pubblicazione del rapporto, evidenziò l'importanza del ricupero della memoria "como un instrumento de reconstrucción social".

Due giorni dopo, il 26 aprile 1998, mons. Gerardi veniva assassinato.

 

Il lavoro della Odha costituì un apporto fondamentale per l'azione della Comisión para el Esclarecimiento Histórico, creata nell'ambito del processo di pace.

Quando nel febbraio 1999 la commissione presentò il proprio rapporto, Memoria del Silencio, il coordinatore Christian Tomuschat, ricordando e riconoscendo l'apporto  di migliaia di persone che avevano lottato e spesso erano morte affinché venisse ristabilito il rispetto dei diritti umani e venisse ripristinata al democrazia,  affermò che la società  guatemalteca era debitrice nei loro confronti e che "ocupa un primer plano en nuestra memoria, entre todos ellos, Monseñor Juan Gerardi Conedera".  

 

[Mariella Moresco Fornasier]

                                                  13 giugno 2001

San Romero d'America

 

Sabato 24 marzo, giornata che la Chiesa cattolica ha dedicato  al ricordo dei missionari martiri, i salvadoregni hanno celebrato il ventunesimo anniversario del martirio di monsignor Romero con pellegrinaggi e celebrazioni eucaristiche nelle varie chiese del paese. 

A San Salvador i partecipanti alla commemorazione si sono riuniti nello stesso luogo della sua uccisione, per recarsi poi in processione fino alla cattedrale dove sono tumulati i suoi resti. Monsignor Ricardo Urioste, presidente della Fundación Romero, ha preferito celebrare la funzione religiosa a Villa de Candelaria, nel dipartimento di Cuscatlán, una località duramente colpita dal terremoto del 13 febbraio che ha provocato la morte di decine di persone e la distruzione di quasi tutte le case.

 

Anche se il processo di canonizzazione di mons. Oscar Romero, arcivescovo di San Salvador, non è stato ancora concluso, la sua tomba è visitata da credenti e non credenti che lo riconoscono come santo. Il religioso fu assassinato il 24 marzo 1980 con un proiettile al cianuro sparatogli mentre stava celebrando messa nella cappella di un ospedale della capitale. 

Le sue denunce dei crimini commessi dall'esercito e l'ultima omelia, nella quale esortava i militari a non ubbidire all'ordine iniquo di uccidere, ne decretarono la condanna a morte. Romero era già stato più volte minacciato e molti suoi stretti collaboratori erano stati assassinati per la loro coraggiosa presa di posizione a favore del popolo salvadoregno, vittima di una sanguinosa guerra che in dieci anni ha prodotto settantacinquemila vittime. 

 

Da Romero. La voz de los sin voz, stampato a cura del Gruppo Oscar Romero di Milano, riportiamo una descrizione della presa di coscienza sociale del prelato.

"E il martirio, come è ovvio, è il punto d'arrivo di un cammino che Romero ha percorso col popolo, perché dal popolo era stato educato, o meglio 'rieducato'. Dagli anni della sua formazione romana era stato a tutti gli effetti un moderato, un uomo prudente, un vero conservatore. Se non proprio al Concilio, sicuramente guardava con qualche apprensione all'assemblea di Medellin, nella quale la Chiesa latinoamericana aveva fatto la coraggiosa opzione per i poveri, con tutto quello che essa comportava. Soprattutto diffidava della teologia della liberazione e di certe prese di posizione sociali che avrebbero potuto tradire qualche simpatia ideologica, Questa diffidenza lo portò in diverse occasioni a prendere posizioni odiose di chiusura e censura nei confronti dell'operato degli stessi sacerdoti, quando fu vescovo ausiliare di San Salvador, al punto di attirarsi l'antipatia e la sfiducia di questi, che indusse l'Arcivescovo Luis Chavez a chiedere a Roma il suo allontanamento mediante la nomina alla sede di Santiago de Maria. Fu qui che Romero si ritrovò con la gente e con i suoi problemi; uscì dal suo mondo di libri, soprattutto dalle sue certezze e titubanze ... Ormai aveva capito che 'la prudenza non era più una virtù', ma la peggiore delle connivenze, una losca complicità ... Alla domenica celebrava solitamente la Messa delle otto in cattedrale e l'omelia (che durava anche due ore) comprendeva oltre l'aspetto dottrinale di commento della Parola di Dio, la denuncia dei fatti accaduti durante le settimane precedenti, che l'ufficio del Soccorso Giuridico da lui istituito aveva nel frattempo documentato. Fu in quel tempo la sola voce contro ogni ingiustizia e sopraffazione, fu 'la Voce dei senza voce' La radio diocesana trasmetteva l'omelia e il Salvador si fermava ad ascoltare: nelle chiese la messa si interrompeva in qualsiasi momento si trovasse. E quando il governo chiuse l'emittente diocesana, una radio guatemalteca, collegata via telefono, si incaricò di garantirne la trasmissione."

 

L'ultima omelia di Monsignor Romero, che già in altre occasioni aveva denunciato le responsabilità dei militari e del governo nel mantenimento della situazione di violenza e di occultamento della verità in cui tenevano il popolo salvadoregno, è l'ultimo atto di uno scontro sempre più forte con le gerarchie dell'esercito. Il suo appello ai soldati affinché si rifiutino di uccidere è una pagina degna della storia della Chiesa.

"Vorrei rivolgere un invito particolare agli uomini dell'esercito e, in concreto, alle basi della guardia nazionale, della polizia, delle caserme.

Fratelli, appartenete al nostro stesso popolo, uccidete i vostri fratelli contadini e davanti ad un ordine di uccidere che viene da un uomo deve prevalere la legge di Dio che dice: NON UCCIDERE ... Nessun soldato è obbligato a obbedire a un ordine che sia contro la legge di Dio ... Una legge immorale nessuno deve adempierla...

E' ora, ormai, che recuperiate la vostra coscienza e obbediate anzitutto ad essa, piuttosto che all'ordine del peccato ... La Chiesa, che difende i diritti di Dio, della legge di Dio, della dignità umana, della persona, non può rimanere in silenzio di fronte a così grande  abominazione.  Vogliamo che il governo si renda conto sul serio che non servono a niente le riforme se sono macchiate con tanto sangue ... In nome di Dio, dunque, e in nome di questo popolo sofferente, i cui lamenti salgono al cielo sempre più tumultuosi, vi supplico, vi prego, vi ordine in nome di Dio: Basta con la repressione!" .

 

[Mariella Moresco Fornasier]

24 marzo 2001

Undici porporati latinoamericani

 

I nuovi principi della Chiesa sudamericana, cui si aggiunge un rappresentante honduregno,  rappresentano quasi tutti i paesi dell’America meridionale, con l’eccezione di due soli stati indipendenti, il Paraguay e il Suriname.

La lista dei porporati comprende:

Oscar Andrés Rodriguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa, Honduras

Antonio José Gonzáles Zumárraga, arcivescovo di Quito, Ecuador

Pedro Rubiano Sáenz, arcivescovo di Bogotá, Colombia

Antonio Ignacio Velasco García, arcivescovo di Caracas, Venezuela

Juan Luis Cipriani  Thorne, Opus Dei, arcivescovo di Lima, Perù

Geraldo Majella Agnelo, arcivescovo di San Salvador de Bahia, Brasile

Claudio Hummes, arcivescovo di San Paolo, Brasile

Jorge María Mejía, arcivescovo di Apollonia, Argentina

Jorge María Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires,  Argentina

Julio Terrazas Sandoval, arcivescovo di Santa Cruz de la Sierra, Bolivia

Francisco Javier Errázuriz Ossa, arcivescovo di Santiago, Cile  

 

                                          21 febbraio 2001

Guatemala: Un paese tra violenza e militarizzazione

L’ennesimo rinvio del processo per l’assassinio di monsignor Gerardi, ottenuto con motivazioni pretestuose dai rappresentanti della difesa dei militari imputati, è l’inquietante segnale della forza di cui continuano a godere le Forze Armate.

Il prelato fu ucciso il 26 aprile 1998, tre giorni dopo avere presentato il rapporto Guatemala nunca más, redatto dall’Ufficio Diritti Umani dell’Arcivescovato della capitale, in cui erano state raccolte le testimonianze della violenza esercitata dall’esercito sulla popolazione, in maggioranza maya, nei 36 anni di guerra civile.  

Sono attualmente imputati dell’omicidio tre militari, dei quali un ex membro dello stato maggiore dell’esercito, e i due accusati della prima ora: la domestica di mons. Gerardi e il sacerdote Mario Orantes, che la polizia cercò di incriminare come unico responsabile dell’omicidio.

Numerosi ricorsi, presentati dalla difesa dei militari, hanno bloccato per molti mesi l’inizio della fase dibattimentale del processo, la cui data di apertura era stata alla fine fissata per il 15 febbraio, dopo la rinuncia di un magistrato e il tentativo non riuscito di ricusare il suo sostituto. Un’ulteriore eccezione di legalità ha fatto slittare la data di altri quindici giorni. “C’era da aspettarselo che all’ultimo momento avrebbero presentato un ricorso e avrebbero ritardato tutto; è il gioco ricorrente negli ultimi due anni, nella speranza dell’impunità perché non si giunga a conoscere la verità”, è stato il commento del presidente della Conferenza Episcopale guatemalteca. 

Un’impunità di fatto, che si vorrebbe ottenere lasciando cadere l’attenzione dell’opinione pubblica ed evitando che al processo emergano rivelazioni troppo compromettenti. Negli ultimi due anni già sette testimoni sono morti in circostanze non chiare. L’ultimo caso si riferisce a un detenuto, che le autorità si sono affrettate a dichiarare come suicida, anche se le circostanze della morte dimostrano senza alcuna possibilità di dubbio che si è trattato di un’esecuzione a freddo all’interno della cella.
La missione delle Nazioni Unite in Guatemala (Minugua) ha sollecitato l’inizio del processo, anche in considerazione della situazione di pesante influenza dell’esercito nella vita politica e sociale del paese.

 

A quattro anni dalla loro firma, gli Accordi di Pace non sono stati ancora applicati e il termine ultimo per la loro applicazione è stato prorogato alla fine del 2004, ritardando l’entrata in vigore di misure fondamentali per lo sviluppo  sociale ed economico del paese, quali la riforma agraria, i crediti agricoli, la riforma elettorale e la revisione del sistema giudiziario, oltre alle garanzie relative ai diritti umani e al  reinsediamento di centomila rifugiati rimpatriati dal Messico, al reinserimento dei combattenti e al riconoscimento legale dei diritti indigeni.

Gli Accordi prevedono inoltre la limitazione del potere dei militari. Il ritrovamento in questi mesi di cimiteri clandestini, con resti di alcune delle vittime della violenza dell’esercito durante gli anni di guerra, delle quali circa 200.000 erano indigeni maya, ha riaperto una dolorosa ferita nel paese, che le Forze Armate hanno interesse a non approfondire con l’inevitabile clamore del processo Gerardi.  

Ostacoli al processo di pace vengono frapposti dal Parlamento, alla cui guida è stato recentemente eletto l’ex dittatore Efraim Ríos Montt, il cui governo (1982-1983) aveva costituito uno dei momenti di maggiore violenza repressiva e contro il quale è stata presentata richiesta di imputazione da parte dell’Ufficio dei Diritti Umani della Chiesa cattolica.

La mancata applicazione degli Accordi  ha mantenuto il paese in una situazione di estrema violenza sociale, che alimenta i  frequenti casi di giustizia sommaria da parte della popolazione contro gli autori di piccoli reati. 

 

Il governo, nell’intento di ottenere il consenso popolare,  ha recentemente lanciato un “piano anticrimine”, che costituisce una vera e propria militarizzazione della società. 

Pattuglie dell’esercito si uniranno alla polizia nel servizio di vigilanza delle strade  nell’ambito del cosiddetto “Piano saturazione”. 

Il ministro degli Interni, Byron Barrientos, ha dichiarato: ”Satureremo le strade del paese di agenti di polizia e di soldati”, provocando la reazione dei gruppi per i diritti umani, preoccupati per l’approccio esclusivamente militare al fenomeno della violenza, di cui non vengono valutate le cause. 

Da più parti viene inoltre sottolineata l’inopportunità di lasciare la soluzione del problema della sicurezza in mano ai militari in un paese appena uscito da una lunga guerra civile, durante la quale proprio le atrocità commesse dalle Forze Armate sono tra le principali cause dell’attuale violenza sociale. 

 

[Mariella Moresco Fornasier]

                                                17 febbraio 2001 

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