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Cultura, Società e Il Mondo dei Caraibi

Chiese e religioni

 

di Mariella Moresco Fornasier

 

 

"lo real es lo que no se ve"

 

 

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Religione, politica e cultura a Cuba

Uno studio italo-cubano

 

Marianna Maggio

 

“Religione, politica e cultura a Cuba” (di Jorge Ramírez Calzadilla e Alessandra Ciattini, Bulzoni, Roma 2002) è un’opera scritta a quattro mani, frutto della collaborazione  tra uno studioso cubano e una studiosa italiana. Il libro è un interessante esperimento sociologico e antropologico, nel quale sono accostate due rappresentazioni diverse, ma non del tutto dissonanti, dell’attuale società cubana.

 

La prima rappresentazione, che costituisce la prima parte del volume, è scritta da Ramírez Calzadilla, esperto conoscitore della religiosità dell’isola caraibica. La seconda rappresentazione è invece il prodotto dell’incontro di una studiosa italiana con l’universo sociale e culturale cubano,  con i suoi diversi gruppi sociali e il loro modo di interpretare il mondo e la vita sociale.

 

Nella prima parte del libro Calzadilla ricostruisce la storia cubana, distinguendo differenti fasi storiche, intese anche come modelli storico-culturali diversamente strutturati, caratterizzati  dall'introduzione di distinte manifestazioni religiose.

L’analisi sviluppata dallo studioso cubano è volta a ricostruire il quadro religioso cubano, che appare variegato ed eterogeneo perché frutto di una complessa vicenda storica. 

 

Molto brevemente possiamo dire che egli distingue il modello socio-culturale  autoctono,  quello coloniale spagnolo, quello repubblicano neocoloniale e quello rivoluzionario. Nel  primo modello predominava la religione degli indigeni, che però ha lasciato scarse tracce. Nel secondo modello socio-culturale,  introdotto dal colonialismo spagnolo, dominò invece un certo cattolicesimo dotato di sfumature magiche, che finì col sincretizzarsi con le varie religioni di origine africana importate a Cuba insieme agli schiavi strappati dalle loro terre di origine. Queste religioni, tuttora vive a Cuba, sono la Regla Ocha o Santeria, di origine yoruba, la Regla Conga o palo monte, propria della cultura bantù e le società abakuà derivate da analoghe organizzazioni nigeriane.

 

Calzadilla osserva che l'evangelizzazione dello schiavo africano non fu molto profonda per le carenze dell’attività pastorale, e perché essa avrebbe diminuito il tempo di lavoro degli schiavi   nelle piantagioni. In tali condizioni gli schiavi mantennero le loro credenze e sincretizzarono le figure dei santi cattolici con le divinità africane. Benché assai diffuse tra la popolazione, le espressioni di origine africana non sono diventate la tipica religione del cubano, perché sono prive di strutture centralizzate e perché sono state  per lungo tempo discriminate.

Nella fase della Repubblica neocoloniale, nella quale Cuba fu inserita nella sfera politica statunitense, si diffusero nell'isola caraibica lo spiritismo e il protestantesimo con le sue numerose denominazioni.

 

Proprio per la presenza di diverse manifestazioni religiose di origine eterogenea e legate ai diversi gruppi sociali, nessuna di esse è riuscita a prevalere in modo da caratterizzare la religiosità nell’isola. Secondo Calzadilla dunque di fatto il cubano non è né cattolico, né protestante, né santero, né spiritista etc., anche se circa il 50% della popolazione sembra seguire le pratiche e credenze di una forma di religiosità sincretica, definita "popolare", in cui si mescolano cattolicesimo, religioni di origine africana e spiritismo.

Comunque, la fase coloniale è stata di grande importanza nella storia cubana, perché in essa si sono poste le basi della formazione dell'identità nazionale cubana, la quale è il risultato dell'intreccio delle diverse esperienze sociali e culturali prodotte dalle vicende storiche qui accennate.

 

Come è noto la fase rivoluzionaria inizia nel 1959 e a sua volta si divide in vari momenti. Inizialmente si può dire che i cubani, occupati a costruire con passione una nuova forma di organizzazione sociale, abbiano trascurato la vita religiosa, anche perché la gerarchia cattolica si era mostrata ostile verso la Rivoluzione. Un ritorno significativo alle varie manifestazioni religiose si registra negli anni '90 percorsi dal cosiddetto periodo speciale, segnato da una forte crisi economica, dovuta alla scomparsa del blocco socialista con cui Cuba aveva importanti rapporti commerciali. Gli indicatori del revival religioso si individuano nell'aumentata partecipazione della popolazione alle cerimonie religiose, nel crescente numero dei battesimi, nella maggiore utilizzazione di simboli religiosi come crocifissi, bracciali, colllane etc. Secondo gli studiosi cubani il revival religioso sembra esser stato generato dal disorientamento e dal senso di precarietà che caratterizzano in genere le crisi sociali, alle quali  si cerca di sfuggire cercando aiuto e protezione sovrannaturali.

 

Le indagini, condotte dal Departamento de Estudios Sociorreligiosos, diretto da Calzadilla, sembrano confermare queste ipotesi, avvalorando anche la tesi che la forma di religiosità più diffusa nella società cubana è di natura eclettica e non codificata. Si tratta della già menzionata religiosità popolare, che per il suo carattere sincretico ed eterogeneo è probabilmente assimilabile al folclore come lo intendeva Gramsci. Tale religiosità è popolare, perché è maggiormente diffusa nei settori popolari. Inoltre, la sua pratica non prevede l'appartenenza a una qualche organizzazione religiosa e lascia grande spazio alla spontaneità. Tuttavia, dobbiamo considerare manifestazioni religiose popolari anche le religioni di origine africana e lo spiritismo, perché presentano caratteristiche analoghe.

 

Calzadilla sottolinea che il tratto fondamentale di tutta la religiosità cubana è il suo stretto legame con la vita quotidiana e con i problemi ad essa inerenti. Questa caratteristica, che pone al centro della religione l'uomo e non il dio, ci consente di assimilarla alle “religioni dell’immediato”, che secondo Ioan Lewis non si preoccupano dell'aldilà, ma guardano ai problemi esistenziali concreti.

 

La seconda parte del libro, scritta Alessandra Ciattini, si fonda su una ricerca sul campo, durante la quale la studiosa italiana ha potuto entrare in contatto col mondo religioso cubano grazie anche al Departamento de Estudios Sociorreligiosos, e ha potuto senza nessuna difficoltà inserirsi nella vita sociale dell'isola. L'obiettivo della sua ricerca è circoscritto e riguarda in particolare la relazione tra l'atteggiamento religioso dei fedeli delle diverse religioni e la loro ideologia politica.

 

Alessandra Ciattini scrive che il cubano parla liberamente della propria fede religiosa, che non si sente intimidito se gli si chiede in quale misura il suo credo influenza le sue convinzioni politiche. A questo proposito la studiosa italiana distingue l'atteggiamento politico dei cattolici da quello dei protestanti e da quello dei fedeli delle varie forme di religiosità popolare.

 

La storia dei rapporti tra Chiesa cattolica e Rivoluzione è assai complessa e difficilmente può esser riassunta in poche parole. Comunque, per comprenderla è opportuno distinguere tra l'atteggiamento della gerarchia ecclesiastica e quello della base popolare, che ha sempre manifestato simpatia per la Rivoluzione castrista. Dopo un periodo di scontro, che ha segnato gli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione, la gerarchia cattolica ha riconosciuto in documenti ufficiali che il cambiamento di organizzazione socio-politica, avvenuto dopo il 1959, aveva migliorato la vita della popolazione cubana. Successivamente (nel 1993) nel periodo speciale la Chiesa cattolica diffonde un documento "El amor todo lo espera", in cui fa appello anche alla comunità cubana statunitense per risolvere la grave crisi sociale in cui l'isola caraibica era precipitata. A causa dell'ostilità di tale comunità verso il socialismo cubano, tale appello viene recepito come una messa in discussione dello stesso regime socialista.

 

L'atteggiamento politico dei protestanti è più compatto, nel senso che i fedeli delle varie chiese in genere condividono le valutazioni dei loro pastori, i quali in larga parte sono favorevoli dal regime rivoluzionario. E' interessante notare che a Cuba la teologia della liberazione si è sviluppata soprattutto in ambiente protestante. Il suo iniziatore è Sergio Arce, un intellettuale che ha avuto ed ha ancora un ruolo importante nella cultura cubana. Egli si richiama alla nozione di "amore efficace" sviluppata da Camilo Torres, e ritiene che tale nozione si è concretata nelle istituzioni socialiste cubane.

 

Alessandra Ciattini analizza tutti questi aspetti della vita religiosa, culturale e politica cubana e cerca anche di spiegare la consonanza tra la ideologia della Rivoluzione cubana e la "filosofia" depositata nelle manifestazioni religiose popolari. In primo luogo, sottolinea che generalmente i fedeli di tali forme di religiosità appartengono ai quei settori popolari, che sono stati al centro della politica sociale rivoluzionaria e a cui hanno partecipato con energia. In secondo luogo, mette in evidenza anche che il sottofondo filosofico di queste forme religiose è costituito dall'idea della vita quotidiana come lucha, che bisogna combattere ogni giorno con l'ausilio delle potenze sovrannaturali. In questo senso è proprio l'uomo e la lotta quotidiana che stanno al centro di queste convinzioni religiose, mentre il sovrannaturale ha solo un ruolo di supporto e di appoggio.

 

Se le cose stanno come Ciattini cerca di dimostrare, nel mondo culturale e religioso cubano "è presente una tensione dialettica tra la concezione... della vita come lucha, che riprende il tema politico della difesa dello Stato cubano e quindi della sua esistenza come lotta contro la politica annessionistica statunitense, e l'assolutizzazione o naturalizzazione della lucha nella vita quotidiana". Per i credenti cubani sono dunque gli uomini a sconfiggere il male nella vita quotidiana, manipolando in maniera adeguata il sovrannaturale; analogamente a Cuba sono stati gli uomini e non gli dei a cambiare radicalmente la società cubana.   

                                                     

maggio 2003

Volver la mirada al sur, plantea director del Centro Luther King



José Aurelio Paz, ALC 

 

"Tenemos que volver a dirigir nuestras miradas al Sur", afirmó el reverendo Raúl Suárez Ramos, director del Centro Martin Luther King Jr; en un mensaje que leyó durante la celebración del 62 aniversario del Consejo de Iglesias de Cuba (CIC), el pasado miércoles 28 de mayo.

El acto tuvo lugar en la Catedral Episcopal de la Santísima trinidad, en el barrio habanero de El Vedado. Suárez aludió así a que las iglesias evangélicas cubanas, en el momento del rompimiento de relaciones entre Cuba y Estados Unidos, tras el triunfo revolucionario, quedaron desamparadas por las llamadas iglesias madres, pero comenzaron a construir un camino de identidad propia fortaleciendo las relaciones intereclesiales con Latinoamérica.

"Pero después las manecillas del reloj han vuelto a dirigirse hacia el Norte y eso resulta peligroso", agregó. "Hay que regresar las manecillas de nuestro reloj al Sur, de donde regresamos con nuestras maletas más ligeras, pero con el amor de hermanos y hermanas más pobres que nosotros que nos inspiran a compartir lo que tenemos, porque ello nos ayudaría a recuperar el sentido de nuestra identidad", expresó Suárez.

Calificó como "una realidad desgarradora" el actual fraccionalismo que sufre el protestantismo cubano, a partir de lo que denominó un "neoliberalismo eclesiástico y teológico" que atenta contra un verdadero ecumenismo y la unidad de los cristianos y propicia la división en las llamadas iglesias históricas.

"No me puedo imaginar qué sucederá con la vida de las 53 denominaciones evangélicas con personalidad jurídica que existen en Cuba si, mañana, se aprobara una ley que legalizara a todos esos nuevos grupos, muchos de ellos alentados desde el exterior, que actualmente funcionan en la ilegalidad, advirtió.

"El fraccionamiento o la unidad de la iglesia no la determinan las autoridades, sino la actitud de los creyentes frente a las nuevas tendencias", afirmó.

El pastor bautista y también diputado al Parlamento cubano, expuso una serie de aspectos que, desde su opinión, pudieran contribuir al fortalecimiento del ecumenismo y llamó al Consejo de Iglesias de Cuba (CIC), a fortalecer su poder de convocatoria, para que se logre una reflexión bíblico-teológica acorde a las urgencias de los tiempos.

También planteó la necesidad de un nuevo encuentro con la más alta dirección del país, en el que las iglesias expresen sus preocupaciones y se fortalezca el diálogo iniciado en el año 91, cuando el presidente Fidel Castro se reunió con un grupo de líderes religiosos.

Tal encuentro, opinó, es necesario, "a fin de que podamos exponer nuestra visión actual sobre la problemática cubana, dentro de la cual está inmersa la iglesia, y donde podamos reafirmar, dentro del nuevo contexto nacional y latinoamericano, nuestra identidad y nuestra histórica vocación patriótica como cristianos cubanos."

"Debemos tener bien claro que la opción de la iglesia es la del Reino de Dios y su justicia, algo que no podemos perder de vista. El Reino no se agota en ningún sistema socio-político, aunque pueden existir proyectos en los cuales existan signos de él" puntualizó.

Suárez recordó que en los años 90, cuando se produjo la crisis del campo socialista, hubo el desafío de la supervivencia en aras de la soberanía del pueblo, cuando el producto bruto de la economía descendió de un 67% alcanzado en 1989 a un 34% y las empresas estatales funcionaban con una tecnología soviética anacrónica. También esa época, señaló, fue un desafío para la iglesia, a partir del cual comenzó a ver su vocación de servicio a la comunidad con un sentido más profundo.

"Ahora, cuando el país se recupera con el vertiginoso desarrollo del turismo y las empresas mixtas, debemos preguntarnos y qué tipo de iglesia espera el pueblo de nosotros", enfatizó. "En este sentido el Consejo de Iglesias de Cuba tiene que ser una institución misiológica que responda a las nuevas necesidades de un ecumenismo más pleno", afirmó.

En el acto hicieron uso de la palabra tres de los presidentes anteriores del CIC, quienes, junto con el reverendo Suárez, llevaron sobre sus hombros la responsabilidad de ese organismo ecuménico en momentos diferentes. Orestes González, Adolfo Ham y Pablo Odén Marichal, relataron cómo la dirección del Consejo había obrado de una manera definitoria en sus vidas y señalaron como momentos cumbres de la última etapa la Celebración Evangélica Cubana y la mediación para el regreso a Cuba del niño balsero Elián González.

 

Adital - 3.junio/2003

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