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Cultura, Società e Il Mondo dei Caraibi

Popoli indigeni

 

di Mariella Moresco Fornasier

 

 

 

 

 

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E adesso gli indios non marciano più soli     (19 novembre 2002)

Whipala, simbolo indigeno,  ma non solo   (29 ottobre 2002)

Nación Indígena propone nuevo modelo de estado para Bolivia   (29 ottobre 2002)

 

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E adesso gli indios non marciano più soli

 

Una causa persa? I sopravissuti dei 50 milioni di indigeni del continente americano sembravano condannati a una lotta di pura resistenza e di retroguardia. Invece...

 


Gianni Proiettis - San Cristobal de Las Casas


Sembrava una causa persa e una resistenza di retroguardia, di mera sopravvivenza di fronte alle spinte, forse brutali ma inarrestabili, per la modernità e il progresso. Invece a 510 anni dall'avvistamento ufficiale del nuovo mondo da parte di Cristoforo Colombo, la voce degli «scoperti» - più di 400 popoli indo-americani superstiti, circa 50 milioni di abitanti originari - torna a farsi sentire sempre più forte. E dalla retroguardia si ritrova all'avanguardia. Ma, soprattutto, non 
più solitaria e residuale bensì inserita nel grande fiume del movimento contro la globalizzazione sfrenata e il mercato selvaggio. Gli indios non sono più soli a resistere e proporre «un altro mondo possibile», anelli ideali di una catena che va dalle selve del Chiapas alle strade rinascimentali di Firenze. 
Una «guerra» che sembrava chiusa ma che è soltanto agli inizi. 
E che durerà a lungo. Ne sono una riprova anche le manifestazioni del 12 ottobre scorso, anniversario della «scoperta», nel continente americano. La novità è che in molti paesi gli indios non sono sfilati soli. A Santiago del Cile, i mapuche hanno fatto un solo corteo con punks e omosessuali.

In Guatemala, Honduras e tutto il Centroamerica le manifestazioni hanno preso di mira il Plan Puebla-Panamá, nuovo corridoio dello «sviluppo» multinazionale, e l'Alca, l'area di libero commercio delle Americhe propugnata da Washington. In Brasile, indios, afro-americani e sem terra si sono uniti nel sostenere la candidatura - e l'elezione - di Lula alla presidenza. Negli Stati uniti le proteste hanno riguardato le condizioni degli immigranti in generale e il trattamento inumano dato agli illegali, specie dopo l'11 settembre.

In tutto il continente, dal Grande Nord del Québec alla Patagonia, si è ricordata la lunga stagione di orrori aperta da quel fatidico 12 ottobre 1492 e, soprattutto, si sono denunciati i mille aggiornamenti di una Conquista che dura da cinque secoli: l'ingiusto e impagabile debito estero, il saccheggio delle risorse naturali, i mega-progetti devastanti delle multinazionali, la perdita dell'auto-sufficienza alimentare, l'imposizione di regole commerciali asimmetriche, la repressione e l'uso della forza lavoro migrante.

In Messico, le manifestazioni hanno incluso blocchi stradali in vari stati e l'occupazione di molti posti di frontiera con gli Stati uniti e con il Guatemala. Nello stato di Chihuahua, i campesinos hanno bloccato il ponte internazionale di Santa Fe, che porta in Texas, protestando contro i sussidi agricoli statunitensi, le centinaia di giovani donne uccise negli ultimi anni a Ciudad Juarez - probabilmente il più lungo serial killing della storia -, la militarizzazione della frontiera e - perché no - la guerra di Bush contro l'Iraq.

I tarahumara, resi celebri da Antonin Artaud ma oggi decimati da denutrizione e mortalità infantile, hanno bloccato in decine di punti le strade statali del nord. Protestavano contro il saccheggio delle loro foreste, la politica agraria del governo e la possibile firma dell'Alca.

A Città del Messico, la mobilitazione è stata indigena e popolare insieme. Al corteo, che si è snodato dal monumento alla Rivoluzione allo Zocalo, hanno partecipato indios, studenti, operai, intellettuali e sindacalisti. Domandavano tutti l'applicazione degli accordi di San Andrés, firmati nel 1996 fra il governo e l'Ezln e mai rispettati. Ed erano ugualmente uniti nel rifiutare i tentativi di privatizzazione dell'industria elettrica e dell'educazione, portati avanti in maniera sempre meno strisciante dal governo Fox.

Nello stato di Guerrero, dove la miseria indigena e la guerriglia sono considerati mali endemici, un intero fronte di organizzazioni ha manifestato contro il Plan Puebla-Panamá, l'imposizione delle politiche governative e lo stato di completo abbandono delle comunità indigene.

«Il solo intervento del governo che vediamo», dice Xatul Cruz, militante di un'organizzazione contadina, «è quello di mandarci i soldati. E questo lo chiamano "riconoscimento" dei diritti indigeni? E' da qui che vogliamo cominciare un nuovo Messico?»

Il disappunto di Xatul è condiviso dalla maggioranza dei 12 milioni di indios messicani, che si sentono beffati dalla ley indigena votata nell'aprile dell'anno scorso dal Congresso. 
Sono proprio gli stati con maggiore presenza indigena - Guerrero, Oaxaca e Chiapas - ad essere i più colpiti dalla repressione militare.

In Chiapas, ci sono state manifestazioni in più di trenta municipi e una dozzina di blocchi stradali. A San Cristobal, un lungo corteo è andato a chiudere simbolicamente la base militare di Rancho Nuevo, all'uscita della città. Gli striscioni domandavano il ritiro dell'esercito dalle comunità, 
il disarmo delle bande paramilitari e il rispetto degli accordi di San Andrés.

Chiapas è lo stato in cui la ley indigena passata nell'aprile 2001 ha fatto più guasti. Da allora, si sono intensificate le aggressioni dei paramilitari, sono aumentati gli omicidi di basi zapatiste e la presenza dell'esercito è più oppressiva che mai. «E' la legge dei diritti dei razzisti e dei latifondisti», avevano ironizzato allora gli zapatisti, prima di rinchiudersi in un silenzio che dura da diciotto mesi.

Quella legge, che riduceva i già scarsi diritti dei popoli originari, fu vissuta come una tragica beffa dal movimento indio, anche perché venne approvata dopo la storica entrata degli zapatisti in parlamento, un evento che attirò l'attenzione mondiale.

Decisi a continuare la lotta anche sul piano giuridico, ben 322 municipi indigeni impugnarono la costituzionalità della nuova legge e il procedimento della sua approvazione. Non solo la ley indigena era stata votata senza rispettare le procedure, ma violava clamorosamente un trattato 
internazionale firmato dal Messico - il 169 della Oit - che obbliga a consultare le popolazioni indigene per qualunque decisione le riguardi. Nel settembre scorso, però, la Suprema Corte de Justicia de la Nación , con una sentenza che rivela la completa chiusura istituzionale, ha respinto i ricorsi, dichiarandosi incompetente.
«E' una vera infamia», dice la scrittrice Elena Poniatowska, «una catastrofe per tutti i messicani, non solo per gli indigeni. Il processo di pacificazione in Chiapas è minacciato da questa sentenza. La decisione segrega nuovamente gli indigeni e ci riporta indietro di 500 anni, come se non ci 
fosse civilizzazione, come se non avessimo progredito né appreso niente».

Alla vigilia delle manifestazioni del 12 ottobre, Manuel Hernandez Perez, portavoce della Coao, la Coalición de Organizaciones Autónomas de Ocosingo che raggruppa una decina di organizzazioni indie, ha dichiarato: «Nessuno dei tre poteri ha capito la nostra lotta. Hanno chiuso le porte alla pace con giustizia e dignità. Lo Stato messicano si preoccupa solo per gli interessi delle multinazionali e per il Plan Puebla-Panamá».

Ma se è vero che le istituzioni hanno tradito sfacciatamente gli impegni presi con i popoli indigeni, perpetuando la tradizione razzista dei conquistadores, è anche vero che, dal marzo 1998, più di 40 municipi zapatisti si sono dichiarati autonomi cominciando a mettere in pratica il contenuto degli accordi. 

 

 

Il Manifesto, 10 novembre 2002

Whipala, simbolo indigeno,  ma non solo

 

Sul sito del quotidiano boliviano Los Tiempos, nell'edizione del 21 ottobre  è apparso un articolo che rivela l'importanza per l'intero paese della cultura indigena, simboleggiata dalla "whipala", la multicolore bandiera andina usata dai popoli Aymara e Quechua, composta da una serie di colori rappresentativi dell'arcobaleno e posti in forma diagonali in piccoli riquadri.

Esistono diverse versioni della whipala,  talvolta costituita da strisce anziché riquadri. I sette colori dell'arcobaleno raffigurano l'unità dei popoli indigeni prima della conquista.

Carlos Mesa respalda a la whipala como símbolo patrio

La Paz | Anf.- La elevación de la whipala al rango de símbolo patrio gana respaldo político. El vicepresidente de la República y presidente Nato del Congreso, Carlos Mesa se mostró partidario en apoyar la iniciativa.

En el análisis de Carlos Mesa, el multicolor símbolo andino representa a una parte importante de la sociedad boliviana, por lo que considera justa la pretensión de que sea parte de los símbolos que identifiquen al país.

Aclaró que la whipala deberá ser asumida como "complemento" de un símbolo nacional. "Por su puesto, no se trata de sustituir a la bandera boliviana que es intocable, que es el símbolo central que une a todo el país", precisó.

"Igual que hay símbolos específicos, yo no veo ningún problema que esa hermosa bandera que es la whipala pueda ser reconocida como un símbolo de un sector tan importante de Bolivia", añadió."

[m.m.f.]

29 ottobre 2002

Nación Indígena propone nuevo modelo de estado para Bolivia

 1. NUESTRO ORIGEN Y ENTORNO

Los que suscribimos la presente propuesta política somos los Pueblos Indígenas y Naciones Originarias del Qullasuyu, herederos de la milenaria Cultura Aymara. Nuestra concepción de la vida, el cosmos y la organización social y política se fundamenta en la concepción filosófico, ideológico, cosmogónico (nuestra espiritualidad) de nuestra cultura ancestral. Nuestra lucha tiene el firme propósito de diseñar una estructura de organización política propia y representativa de los pueblos indígenas u originarios tanto de la puna, los valles interandinos y los yungas tropicales, esto es, las naciones Aymara, Quechua y Guaraníes.

Históricamente está demostrado que nuestro Pueblo Qullana, ha alcanzado una organización milenaria antes del incario y la invasión europea. A 509 años de la invasión y 176 de la República, consideramos que como Pueblos, tenemos el deber generacional de afirmar nuestra identidad cultural de Pueblo y Naciones Originarias en el contexto del Estado boliviano y con perspectivas de consolidar nuestra autodeterminación como Pueblo Qullana, nombre y verbo del antiguo territorio del Pueblo Qullana Suyu, antes y durante el incario y antes de la colonia.

Somos descendientes de los constructores de la ciudad arqueológica del Thia Wanaku -Taipi Qala -Wiñay Marka, de los cultores del Ayllu - Marka y Suyu, otrora centro político y administrativo del Pueblo Qullana Suyu.

Aceptamos y adoptamos como nuestro símbolo legendario la "Whipala" como testimonio hablante que consta de 49 cuadriláteros escalonados, igual a los siete colores del Kurmi (Arco Iris), que representa 49 naciones, que es la configuración de un mundo de diversidad cultural. Dentro de esta estructura, Jacha Suyu Paka Jake - Nación Aymara, es uno de las 49 naciones del Pueblo Qullana Suyu, territorio que fue divido en 7 provincias de la república de Bolivia.

En actual sociedad boliviana existen la nueva rosca minero feudal y banqueros que están encaramadas en el poder del Estado, son sirvientes de los imperialistas y las grandes empresas trasnacionales, se lo regalan nuestros recursos como los bosques, minerales, gas, territorio, agua y otros, sin tomarnos en cuenta que el 75% de la población boliviana, que somos la mayoría como naciones originarias que vivimos en la miseria y pobreza, pese tener grandes recursos naturales que podemos usar en beneficio de nosotros mismos; pero con la venta de recurso a empresas transnacionales se beneficia unos cuantos mestizo criollos que no tienen la conciencia nacional para defender nuestras riquezas naturales, sólo viven a costa de los pobres como la pulga chupando la sangre de los más necesitados.

2. NUESTRA PROPUESTA FRENTE AL CONTEXTO SOCIAL BOLIVIANO

Los Pueblos indígenas somos conscientes de nuestra situación política y social dentro del Estado colonial boliviano y de nuestro futuro. Como pueblos no queremos soportar más colonización, marginación y discriminación por causa de nuestra raza, por los qaras y casta políticas. Queremos ser actores y protagonistas de nuestro destino y del futuro de nuestros hijos, por ello buscamos la construcción de un país multicultural con justicia y equidad y de iguales derechos ciudadanos.

Como pueblos originarios nos sentimos capaces de construir una sociedad de mayor bienestar de suma jakaña y allin kasway (buen vivir), una sociedad tolerante, plural y democrática. Un Estado que sea capaz de garantizar, la convivencia pacífica, con seguridad social, política, económica y jurídica.

Por ello frente a la lucha emprendida por nuestros hermanos del oriente y occidente, traducido hoy en una marcha por el territorio y la dignidad humana de los Pueblos Indígenas, proponemos al pueblo de Bolivia en general, a los miembros de los poderes del Estado y partidos políticos, reconstruir en el marco del consenso un nuevo Estado a través de la Asamblea Nacional Constituyente.

Entendemos de la Asamblea Nacional Constituyente, la nueva forma de estructuración del país, en el aspecto económico, político, social, cultural, es una nueva fundación de la sociedad. En la fundación de Bolivia en 1825 no han participado nuestros abuelos, por tanto Bolivia es como los criollos quieren, ahora con la constituyente debe ser como nosotros, las naciones originarias, queremos. No queremos un congreso constituyente tal como plantean los partidos políticos, sino asamblea nacional constituyente sin la intermediación del los partidos políticos, donde todas las organizaciones vivas tanto de las naciones y pueblos originarios constituyan un nuevo país.

3. PROPUESTA POLÍTICA

a.- La marcha de los Pueblos Indígenas de Occidente y Oriente de Bolivia debe tener como objetivo final la reforma del Art. 230 y 231 de la Constitución vigente, que permita la instrumentación en la Ley de Necesidad de Reforma la introducción de la Asamblea Nacional Constituyente sin intermediación de los partidos políticos.

b.- La Asamblea Nacional Constituyente debe tener una representación de las 36 Naciones y Pueblos indígenas, además proporcional a la población indígena y criolla del país.

c.- Respeto a los territorios de Ayllus, Markas y Suyus de los pueblos y naciones indígenas/originarios bajo sus propias formas de gobierno con soberanía plena y ejercicio del poder político, económico, social y cultural autónomo con libre determinación plena.

d.- Administración autónoma, uso y aprovechamiento de los recursos naturales renovables y no renovables del suelo y subsuelo existentes en los territorios de los Pueblos Originarios, por los Ayllus, Markas y Suyus.

e.- Ejercicio pleno de las leyes consuetudinarias sin la interferencia de las leyes del Estado boliviano.

Taypi Kala, otoño de 2002.



Boletín Pachacámac BP1-291

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