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Cultura, Società e Il Mondo dei Caraibi

Popoli indigeni

 

di Mariella Moresco Fornasier

 

 

 

 

 

Altre pagine sui popoli indigeni

 

Altre pagine della cultura

 

 

El Día de la Raza (quale?)   (15 ottobre 2002)

La memoria e il telaio   (15 ottobre 2002)

Oaxaca: una antica rete di comunità indigene   (15 ottobre 2002)

Indigeni e  sviluppo ecosostenibile: il caso della Bolivia   (8 ottobre 2002)

Agresión española contra el pueblo mapuche   (8 ottobre 2002)

 

 

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El Día de la Raza (quale?)




Proteste indigene in vari paesi d'America Latina hanno commemorato il 510mo anniversario dell'arrivo di Cristoforo Colombo sul suolo americano. 

Il 12 ottobre del 1492 il navigatore genovese sbarcò ai Caraibi, sull'isola di Guanahani. 

 

In tutti i paesi latinoamericani la ricorrenza è considerata giorno festivo e celebrata come Día de la Raza Non tutti però desiderano celebrare con feste l'avvenimento. Per i popoli indigeni del continente è un giorno di protesta, una "Fecha de reivindicación". Rivendicazione della dignità delle culture indigene e di protesta contro la dominazione e l'emarginazione perpetrati ai danni dei popoli autoctoni.

 

In Messico il presidente Vicente Fox ha evidenziato nel suo discorso che le comunità indigene del continente hanno trasformato il 12 ottobre in una "fecha de la reivindicación de la dignidad y la cultura indígenas ... donde se escuchan sus demandas y reclamos", riconoscendo che "como nación México tiene una enorme deuda con los pueblos y comunidades indígenas" ed  aggiungendo che il paese "democrático, justo y equitativo por el que estamos luchando, no puede lograrse y no tiene futuro sin la participación plena de los indígenas"

 

Meno soddisfatti centinaia di simpatizzanti zapatisti che hanno bloccato l'ingresso della principale caserma dello Stato del Chiapas. Il motivo della protesta, oltre alla richiesta di smilitarizzazione della zona, era la salvaguarda della proprietà delle terre, in pericolo di  privatizzazione in favore di imprese multinazionali.

 

In Venezuela il presidente Chavez ha dichiarato il 12 ottobre "Día de la Resistencia Indígena", rivendicando la "pluralidad étnica y cultural" del paese. 

 

Alla vigilia delle celebrazioni, Amnesty International ha rivolto un richiamo ai governi latinoamericani affinché rendano concreta la loro "retórica sobre el multiculturalismo y los derechos indígenas", denunciando come dal Canada fino all'estremo sud del Cile e dell'Argentina, passando per tutto il continente, gli indigeni sono trattati come "cittadini di seconda categoria".

Nel rapporto di Amnesty si segnala che, benché oltre la metà dei paesi latinoamericani riconoscono nelle loro Costituzioni i diritti indigeni, la realtà è molto diversa e gli indigeni sono costretti a soffrire emarginazione, razzismo, violenze, in particolare nei casi di conflitti legati alla proprietà delle terre. Come esempi vengono citati "la no implementación de los acuerdos 
alcanzados con los indígenas en Honduras en 2000, o la adopción en México de legislación inadecuada y controvertida, que ha sido rechazada por los pueblos indígenas por violar sus derechos fundamentales". 

Si cita anche il  Plan Puebla-Panamá, che "creará proyectos industriales en el sur de México y América Central con un inevitable impacto en la comunidades indígenas". 

[Mariella Moresco Fornasier]

15 ottobre 2002

La memoria e il telaio

L’esperienza dei musei comunitari  

indigeni nello Stato messicano di Oaxaca

 

Per visitare il sito dei musei comunitari, collegati a

Le nostre segnalazioni / navigando navigando

 

 

  foto di Massimo De Giuseppe

Massimo De Giuseppe  

 

 

Nella Sierra madre di Oaxaca, le comunità delle valli, da Santa Aña a Suchitquiltongo, da Tepelmeme a San Miguel, sono realtà che mantengono vive in sé ataviche contraddizioni ma anche  significativi elementi di originalità, a cominciare dalla coscienza della propria pluriculturalità e della propria matrice comunitaria, nella gestione della terra, delle istituzioni politiche, dei beni comuni del villaggio.  

 

Questo insieme profondamente indigeno convive da tempo con la parziale disintegrazione dei vecchi modelli e con l’assimilazione di componenti esterne: fu così nel secolo XVIII quando il trapiche per tessere la lana cessò di essere prerogativa dei ladinos e si iniziarono a costituire comunità di tessitori indigeni; è così ancor oggi, in quanto le diverse comunità devono confrontarsi con fenomeni nuovi, almeno nelle proporzioni, come quello dell’emigrazione. Lo spopolamento delle campagne va infatti a pesare su una questione terriera che nemmeno l’impatto positivo di lungo periodo degli ejidos [1] è riuscito a risolvere e che il NAFTA sembra anzi aver accelerato. E’ in un contesto di tal genere, nella speranza di mantener viva un’antica quanto originale tradizione comunitaria, capace però di confrontarsi con gli stimoli esterni e restia a tentazioni di utopico isolamento, che negli ultimi anni alcuni gruppi di villaggi hanno potuto elaborare nuove forme di sintesi culturale. 

 

Una delle realtà più significative in tal senso è oggi simbolicamente rappresentata da un iniziativa piccola ma importante come quella dell’Unione dei musei comunitari di Oaxaca.  Questa organizzazione non governativa, costituita nel 1991, dopo tre anni di lavori e discussioni, dalle comunità di 18 villaggi dello Stato, ha infatti avviato un interessante e originale esperimento di promozione culturale su base comunitaria. Questo si è poi articolato attorno ad una cooperativa, creata ad hoc nel 1996, con lo scopo di favorire forme di sviluppo attraverso la conoscenza e lo scambio culturale, prendendo atto dell’esistenza di una crescente domanda turistica nei confronti delle realtà indigene.  

 

Si è così innescato un processo singolare; i gruppi in questione non hanno rifiutato in toto il turismo (da tempo presente nello Stato, anche se non massiccio come in altre regioni messicane) come fenomeno destabilizzante ma hanno provato a valutarlo come una possibile risorsa, tentando di conseguenza anche di controllarne in qualche modo l’impatto. La novità più significativa consiste però principalmente nel fatto che in questo caso la gestione delle attività turistiche esula in modo assoluto da intermediari esterni, sia dalle grandi compagnie che dalle piccole agenzie locali (via che si fatica a seguire in altre realtà come quella del Chiapas) che, pur attirando denaro nella regione, contribuiscono spesso a rafforzare schematizzazioni culturali ma soprattutto la cui ricaduta economica esula nella sua gran parte dalle comunità stesse. 

 

La vera originalità della cooperativa consiste in realtà nel recupero del concetto più antico del mondo mesoamericano, ovvero la gestione comunitaria delle iniziative proposte. Proprio la particolarità del contesto oaxaqueño e la sua vocazione pluriculturale hanno quindi permesso che diverse comunità, dai caratteri tra loro anche estremamente lontani, mettessero in comune il proprio patrimonio culturale e la propria capacità organizzativa. Tale contesto attuativo ha infatti agito da input, spingendo i singoli villaggi ad avviare un processo di scavo nella propria storia e tradizione. Sono state così avviate iniziative culturali legate al recupero della memoria storica locale la cui conseguenza più concreta si è concretizzata nell’erezione di piccoli musei, alcuni di taglio archeologico (come quello di El Mozote che conserva pezzi di tutt’altro che secondaria importanza della tradizione tardo-olmeca e zapoteca), altri etnografici, con sezioni dedicate alla cultura popolare, alle festività religiose o all’età della rivoluzione. 

 

Sotto il profilo operativo, le comunità hanno partecipato direttamente al processo d’allestimento, costruendo le infrastrutture necessarie e contribuendo in prima persona alla pulitura dei reperti, alla gestione e cura dei musei, supportati dai museografi pagati dalla cooperativa (che ora vengono prestati anche fuori dal Messico) e sotto la supervisione di esperti dell’INAH e dell’INI. I musei comunitari hanno quindi aperto una sede a Oaxaca, dove proporre i propri itinerari a turisti e stranieri di passaggio, allettandoli con la possibilità di conoscere dall’interno la vita delle comunità, incontrarne rappresentanti e passare una giornata con loro. E’ così possibile dormire negli yu’uu (sorta di ostelli per turisti presenti in diversi villaggi dello Stato), visitare agricoltori, curanderas (esperte di medicina tradizionale) o produttori di latte, parlare con i responsabili dei progetti educativi o con chi si cura della conservazione dell'ambiente. In questo modo si offre l’opportunità a chi ne è veramente interessato di comprendere le forme di organizzazione delle comunità attorno alla milpa (il campo di mais), il ruolo che la donna svolge nella famiglia allargata, i metodi di funzionamento dei comitati di lavoro o il sistema funzionale degli ayuntamentos (le municipalità, presso cui le cariche sono a rotazione e gratuite). 

 

Se il periodo lo permette, si può anche partecipare a festività laiche e celebrazioni popolari, la via maestra per cogliere qualche brandello di un sincretismo religioso in costante, quanto lenta, evoluzione, per capire un po’ di più il significato del culto dei santi o del rapporto tra comunità e terra.Il criterio gestionale che anima la cooperativa è, privo di filtri e intermediari, estremamente semplice, economico e soprattutto inserito nel contesto culturale locale. Esiste un consiglio centrale, cui ogni comunità partecipa attraverso un proprio rappresentante nominato dall’assemblea generale del villaggio. 

 

La cooperativa non dispone di mezzi di trasporto propri. I turisti vengono accompagnati lungo gli itinerari da una guida; si utilizzano mezzi pubblici locali e si passa una giornata con un referente del villaggio visitato, che assume un ruolo di portavoce. Le comunità stesse in molti casi sembrano seriamente interessate alla possibilità di scambio culturale, per una volta vissuto in termini quasi paritari. Altro elemento interessante riguarda il fatto che i fondi raccolti con il turismo tornano a finanziare le iniziative della cooperativa che ha allestito un centro di formazione per la creazione e sviluppo dei musei di villaggio, per l’ecoturismo e la pianificazione comunitaria.

Gli itinerari offerti dai musei comunitari attingono a piene mani alla vocazione pluriculturale dell’Oaxaca e toccano oggi 26 comunità rurali che vanno dall’alta mixteca fino alla regione tropicale dell’istmo di Tehuantepec. Vi sono villaggi di tessitori e pastori, una ex hacienda, una miniera nella Sierra Juarez, luoghi storici della rivoluzione, siti archeologici come Cerro la campana o Chocholteco, fiumi e percorsi naturalistici (affrontabili a piedi, bicicletta o cavallo) che si distendono tra queste valli ampie e suggestive, gialle nella stagione secca, ammantate di verde dopo le piogge di giugno. 

 

Questo esperimento, nato direttamente dalle comunità, sembra però andare ben più in là di una ormai consolidata richiesta di turismo alternativo, avventuroso o esotico, ricercando una reale e rispettosa valorizzazione delle realtà locali, attraverso un contatto diretto con persone in carne ed ossa (e non trasformate in meri venditori di esotici souvenir o utopici personaggi di fantasia). Forse è solo l’ultimo, piccolo frutto di una lunga tradizione storica di accettazione del «diverso» e che potrebbe esser proposto a modello anche ad altre comunità mesoamericane oggi divise tra i diversi tempi e contraddizioni che sembrano solcarle, in Chiapas, Guerrero e Tabasco, come in Guatemala, Honduras, El Salvador e Nicaragua. Unire la quotidianità intessuta di storia ad una capacità di rielaborazione della propria pluriculturalità può diventare un’occasione preziosa per aprire delle porte sul passato ma senza cancellarne l’eredità sospesa. Questa a volte può risultare anche molto sofferta nel suo confronto quotidiano e con i dilemmi della contemporaneità, ma d’altro canto anche aprire porte di speranza in una terra che, nonostante tutto, non ha mai dimenticato di essere il frutto di un complesso lavoro di tessitura in cui ogni singolo uomo, ogni singola donna, ogni singola comunità, sembra rappresentare un tratto di un disegno più complesso. 

 

[1] Terre assegnate alla comunità rurale che, godendo di uno status giuridico particolare, può gestirli secondo modalità comunitarie. Nello Stato di Oaxaca negli anni Trenta, durante la riforma agraria voluta dal presidente Cárdenas, ne furono istituiti circa 30  

 

Per informazioni e contatti:

Sociedad cooperativa de museos comunitarios del Estado de Oaxaca

Inoco y Palacios 311-12, Oaxaca, Oax, C.P. 68000, México

e-mail: turismo_comunitario@umco.org               


Altreconomia, settembre 2002
            

Oaxaca: una antica rete di comunità indigene

Massimo De Giuseppe

 

Lo Stato messicano di Oaxaca, la terra dove si svilupparono civiltà antiche dell’epoca classica (Monte Albán) e postclassica (Mitla), continua ad essere ancor oggi un regno di complessità, come quell’impressionante albero del Tule, nato più o meno 2000 anni fa, che con i suoi nodi e le sue linee indefinite tanto affascinò Calvino di passaggio da queste parti negli anni Settanta.

Questa vasta regione che si estende dagli aspri picchi della Sierra Madre ad una fascia costiera tropicale affacciata sul Pacifico, pur restando una sorta di biosfera plurietnica del subcontinente americano, mostra infatti oggi forse più di ieri tutte le contraddizioni vive che segnano il Messico contemporaneo: linda e suggestiva meta turistica, vivace centro culturale, eppure segnata da una vasta povertà diffusa. Questa si mostra appena si lasciano le coloratissime case coloniali, le imponenti chiese domenicane ed i giardinetti ombrosi del centro, non solo nelle remote valli dell’alta mixteca ma anche in quelle più prossime alla capitale, dove le grandi haciendas del mezcal continuano a convivere con le piccole milpa indigene, mantenendo vivo l’atavico dualismo che ha segnato la storia delle campagne messicane degli ultimi due secoli.

Oggi nelle vallate di Oaxaca vivono ancora 16 gruppi etnico-linguistici indigeni: oltre alle due famiglie principali di Zapotechi e Mixtechi (rispettivamente 400.000 e 300.000 individui), vi si trovano altri gruppi significativi e diversi tra loro quali Nahua (eredi degli Aztechi), Amuzgos, Chatinos e Chinantecos, Chocos e Cuicatecos, Chontales e Zoques di derivazione maya, e ancora Huaves, Ixcatecos, Mazatecos, Mixes, Popolocas, Tacuates e Triquis. La ricchezza originale di ciascuna di queste comunità e la particolare sedimentazione storica che ne ha contraddistinto le forme d’insediamento, ha dato vita a una lunga storia di rielaborazione sintetica di elementi diversi (radicata già ben prima della conquista violenta da parte degli Spagnoli), che è alla base della profonda originalità pluriculturale (che tocca tutti gli ambiti dell’espressività umana, dalla musica, alla cucina) di questo Stato. 

Nonostante l’estrema varietà pluriculturale di tali comunità, per effetto della crisi che attanaglia il mondo rurale centroamericano, tutte risultano accomunate da una più o meno radicale tendenza, consolidatasi nell’ultimo decennio, all’emigrazione. Oggi risulta difficile andare nei villaggi indigeni senza incontrare uomini e donne che sono emigrati, almeno per brevi periodi di tempo, nella capitale o negli Stati Uniti, generalmente come camerieri o per svolgere lavori di manovalanza non specializzata. Esistono perfino casi estremi come quello di San Juan Mixtepec, un villaggio della mixteca, in cui gli emigranti sfiorano il 90% della popolazione. Gli indigeni che restano spesso sono costretti a cercare lavori aggiuntivi alla coltura dei campi. Le donne in particolare si recano in città  per vendere fiori, frutta, tortillas, tessuti di cotone o, effetto della globalizzazione, piccoli oggetti di produzione cinese (dalle lamette da barba alle pile di ricambio). 

Nonostante queste ferite aperte l’Oaxaca è anche lo Stato in cui le comunità hanno elaborato nel tempo strumenti propri di resistenza e assimilazione. Nella terra che fu di Benito Juárez, la capitale resta un significativo snodo culturale (dove il numero di studenti indigeni è significativamente più alto che in altre aree del Messico), ma anche centro di conservazione di solide tradizioni popolari. Sono però ancora le strutture comunitarie dei villaggi ad apparire particolarmente solide, specie là dove la riforma agraria si è radicata dagli anni Trenta, attraverso gli ejidos, permettendo il consolidamento di realtà stabili e integrate.

«L’Unione dei Musei comunitari è per noi molto importante, perché ci da autorità; noi non andiamo scomparendo, anzi ci stiamo rafforzando sia in quello che siamo stati, sia in quello che siamo oggi. Così, come i nostri antenati ci lasciarono molte cose, speriamo anche noi di poter lasciare qualcosa a chi ci seguirà, ai figli che verranno dopo di noi».

(Félix Faustino López, presidente del comitato del museo del villaggio di Santa María Yucuhiti, agosto 1992.

Indigeni e  sviluppo ecosostenibile: il caso della Bolivia

 

In America Latina i popoli indigeni e le grandi estensioni di boschi tropicali condividono una stessa penosa situazione: essere sottoposti alle forti, e spesso violente, pressioni delle grandi compagnie che vogliono sfruttare le risorse naturali, dal legno alle ricchezze minerarie, senza doverne rendere conto alle comunità indigene, che possiedono i diritti sui terreni. Ulteriori pressioni provengono dalle masse di contadini poveri in cerca di terreni da coltivare, disboscando le terre indigene.

 

Il WWF ha lanciato una campagna in tutta l’America Latina per la protezione  dei boschi tropicali, che prevede il loro sfruttamento razionale con il coinvolgimento attivo delle popolazioni locali.
E’ il caso della Bolivia dove, superate le diffidenze iniziali, il progetto è stato avviato ed ha già apportato concreti benefici economici e sociali alle comunità che vi hanno aderito. I membri del gruppo Yuqui, dell’Amazzonia boliviana, hanno recentemente
fatto un primo bilancio di due anni di forestazione pianificata.

"Antes de este plan, hubiéramos destruido el bosque entero. Es un gran avance, con el cual nunca habíamos soñado antes”, ha detto Jonathan Isategua Guaguasu, vice presidente della  locale organizzazione indigena e già cacique degli  Yuqui, un gruppo tradizionalmente dedito alla caccia ed alla raccolta delle risorse boschive.

 

Cinque anni fa ricevettero una grande estensione di bosco da gestire, secondo le indicazioni del progetto del WWF, insieme ad altre 4 comunità (Mojeno, Mobima, Trinitario e Uracare).

Conservando il bosco tropicale hanno garantito non solo la propria sopravvivenza, ma anche i loro diritti sul territorio ed hanno rafforzato i vincoli tra i diversi gruppi, accomunati da un obiettivo e da un lavoro comune.

 

 

[Mariella Moresco Fornasier]

8 ottobre 2002

Agresión española contra el pueblo mapuche

 

Grup de Suport al Poble Mapuche  (Diana Pujol i Manyà , Enric Font i Estruch, Toio Pons i Bonet)

 

La empresa española Endesa, que tiene como mayores accionistas La Caixa y Caja Madrid, lleva a cabo la construcción de la presa hidroeléctrica de Ralco en la zona del río Bio Bio en tierras mapuche-pehuenche (Chile), a pesar que las familias mapuche se vean afectadas y se nieguen a permutar sus tierras de acuerdo con lo que establece la Ley Indígena del país (aprobada por el Parlamento de Chile el año 1994). 

 

Este megaproyecto de 7 presas hidroeléctricas conlleva sin dudas el genocidio cultural contra el pueblo mapuche-pehuenche, y una violación directa de los derechos de las personas que viven en el Alto Bio Bio, así como la destrucción de miles de hectáreas de bosque de una gran biodiversitat y de todo un ecosistema. El día 5 de octubre llegará en tierras de Ralco la "Comisión de Hombres Buenos" (designada por el gobierno chileno), y esta comisión tiene por objetivo hacer una tasación económica de las tierras. 

 

Es evidente que se practica una expropiación encubierta e indebida, y que la Ley Indígena es quebrantada. Y por tanto, las mujeres que resisten se opondrán a que dicha comisión entre en sus tierras. Nos vemos obligados/as a asistir a la penosa realidad de que por encima de los derechos humanos del pueblo indígena mapuche, se sobrepongan los intereses económicos de Endesa en conivencia del estado de Chile i de España. Y en este caso, aún resulta más grave, cuando se da la paradoja que Endesa es una de las patrocinadoras del Fòrum 2004 de les Cultures a Barcelona. En este sentido denunciamos que el Fòrum 2004 sirva para lavar la imagen a empresas como Endesa, que mientras pisan los derechos de un pueblo, a la vez se llenan la boca de palabras como cultura de paz, interculturalidad, derechos humanos.

 

RESUMEN LATINOAMERICANO,  2 de Octubre 2002 Nº 182

Latinoamerica-online - Cultura, Società e Il Mondo dei Caraibi 

Ass. Cult. IMAGO MUNDI 

Direttore Mariella Moresco Fornasier

Registrazione presso il Tribunale di Milano n. 768 del 1/12/2000 

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