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Cultura, Società e Il Mondo dei Caraibi  

Società

 

di Mariella Moresco Fornasier

 

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América Latina es cada vez más vieja y pobre  (29 aprile 2002)

Bambolotto gonfiabile: nuova arma dell'esercito colombiano  (24 aprile 2002)

I Simpson e Speedy González  politicamente scorretti?   (22 aprile 2002)

Crocifissi ed esuli verso la "terra promessa": due situazioni argentine   (16 aprile 2002)

Libertà sulle onde   (9 aprile 2002)

Regresa moda de la chacabana  (6 aprile 2002)

 

 

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América Latina es cada vez más vieja y pobre

 


En América Latina hay unos 44 millones de personas de 60 años o más.
La tasa de crecimiento de los mayores de 60 años crece a mayor velocidad que la población total en América Latina. 
En el año 2050, el 22,6% de la población de la región tendrá mas de 60 años, advierte la Comisión Económica para América Latina y el Caribe (CEPAL), en el marco de la Asamblea sobre Envejecimiento de Naciones Unidas en Madrid. 
Actualmente "hay unos 44 millones de personas de 60 y más años de edad y muchos viven en una situación de gran vulnerabilidad económica", explica por su parte el Banco Interamericano de Desarrollo (BID) en un documento difundido en la asamblea. 


Un contexto de pobreza 


Muchos ancianos llegaron a Madrid para asistir a la Asamblea de la ONU sobre envejecimiento.
La CEPAL indica que el proceso de envejecimiento en Latinoamérica se da en un contexto de "pobreza, aguda inequidad social, baja cobertura de la seguridad social y el deterioro de las estructuras familiares de apoyo a las personas mayores". 
La población adulta mayor está dentro de los segmentos con más desventajas en la región. A la falta de sistemas de seguridad incluyentes y eficientes, se le suma que América Latina cuenta con la "peor distribución de ingresos de todo el mundo", recuerda la CEPAL. 
Por ello, "la jubilación se mantiene como artificio para muchos de los adultos mayores de bajos ingresos, (quienes) se jubilan para seguir trabajando", señala Tomás Engler, del BID. 


El tiempo se va acabando 


Muchos ancianos viven en una situación de vulnerabilidad en América Latina.
La CEPAL advierte que en América Latina, menos de la mitad de la población urbana de más de 60 años recibe ingresos por jubilación o pensiones, frente al 38% en las zonas rurales, "un índice que baja al 28% cuando se excluye Brasil", que tiene gran peso en este segmento. 
"No me atrevería a decir que es imposible enfrentar los retos - afirma Miguel Villa, jefe del área de población y desarrollo de la organización- el llamado es a tener conciencia de que tenemos todavía algún tiempo para adoptar medidas para enfrentar a los desafíos que están por delante". 


El bono demográfico 


A la baja fecundidad actual se le debe enfrentar el crecimiento demográfico del pasado que hoy se traduce en la incorporación de jóvenes a la fuerza de trabajo. 
El reto esta en "generar puestos de trabajo de calidad adecuada, que generen las contribuciones" que permitan llenar el vacío en la seguridad social y en los aportes al Estado, indica este experto. 
La realidad actual de profundos rezagos económicos en Latinoamérica y una generación de empleos en su mayoría precarios, en el sector informal y de baja remuneración, dan una idea de las dificultades a las que se enfrentan los países de la región en los próximos años. 


Crear nuevas oportunidades 


La pobreza está extendida en la región y va acompañada de muchos ancianos.
Leonor Esguerra, de la Secretaría de Cooperación Iberoamericana, quiere evitar que la Asamblea sobre Envejecimiento termine en una simple declaración y para ello tiene la esperanza de que se logre reconocer "a los adultos mayores (como) recursos productivos y 
valores productivos". 
Este aspecto pasa por destinar mayores recursos a la educación. 
"Tenemos una oportunidad en los próximos 10 a 30 años de invertir en educación. Es un paso hacia un futuro en la nueva etapa en el desarrollo", opina Tomás Engler del BID. 
Mas allá de acciones concretas, tampoco hay que dejar de lado aspectos sociales y humanos. Así, el Presidente del BID, Enrique Iglesias, también entiende el problema como un "tema ético y de solidaridad". 


La esperanza de muchos es poder revertir la crisis que, para muchos, albergan las proyecciones presentadas esta semana en Madrid. 
De esta manera, Iglesias identifica la "gran oportunidad de una nueva cultura del envejecimiento, estableciendo nuevas reglas, exigencias y posibilidades para el desarrollo, con una población mayor más educada, saludable, productiva y madura". 

 

El Nacional, Santo Domingo - 10 aprile 2002

Bambolotto gonfiabile: nuova arma dell'esercito colombiano



Per sconfiggere una guerriglia vecchia di quasi 40 anni, i vertici dell'esercito colombiano hanno escogitato  una trovata pubblicitaria, con lo  scopo di riavvicinare i contadini ai militari.

Un pupazzo gonfiabile, alto 3 mt. e vestito con l'uniforme, dovrebbe ispirare con il suo sorriso benevolo tanta fiducia da indurre la gente a fornire all'esercito  informazioni preziose sui ribelli.

L'esordio della nuova "recluta" è avvenuto ad un posto di blocco  sulla strada principale che unisce Bogotà con la ex zona smilitarizzata e che attualmente vede una nuova offensiva dell'esercito contro le Farc.

 

Compreso dell'importanza della propria missione, il nuovo "soldato, manovrato dall'interno, ha elargito sorrisi ed abbracci  a chi si trovasse a transitare per il posto di blocco. 

Accanto a lui un sergente distribuiva foglietti che esortavano a chiamare il centralino delle Forze Armate per denunciare sospetti guerriglieri, in un'azione congiunta tra la popolazione e l'esercito contro chi "vuole distruggere il nostro paese".

 

"Recuerden, el ejército los ama" diceva a tutti il sergente, anch'egli conscio della propria importanza di curatore delle pubbliche relazioni delle Forze Armate.

 

Con 35.000 morti e due milioni di profughi causati dalla guerra, ricordare ai contadini che "l'esercito li ama" è veramente un'impresa titanica. Il sergente meriterebbe una promozione.

 

[Mariella Moresco Fornasier]

24 aprile 2002

I Simpson e Speedy González  politicamente scorretti?

 

Sono giunte a Rio de Janeiro le scuse del produttore della serie di cartoni animati “I Simpson”.

Nella puntata trasmessa negli Stati Uniti il 13 marzo, infatti, la famiglia Simpson si recava nella città brasiliana alla ricerca di un bambino orfano, aiutato dalla figlia Lisa. 

Il titolo della puntata, "Da’ la colpa a Lisa", riecheggiava quello di un film degli anni ’80, "Da’ la colpa  a Rio",  ed intendeva gettare, secondo gli offesi amministratori della città, discredito su Rio. 

 

Le avventura dei Simpson, alle prese con  tassisti senza licenza e senza scrupoli che rapiscono padre e figlio, con assalti di bambini di strada, non hanno termine neppure quando si trovano alle prese con una polizia inefficiente ed indifferente alle loro sventure. Inoltre, gli uomini brasiliani vengono raffigurati come sessualmente ambigui. 

Vibrate proteste sono state espresse dallo stesso presidente Fernando Henrique Cardoso e dall’Ente del Turismo carioca, che ha dichiarato che nel programma l’immagine della città viene distorta al punto da risultare “irreale”, danneggiando una campagna promozionale per attirare il turismo a Rio, che è costata 18 milioni di dollari.  

La città infatti viene rappresentata come infestata da topi e scimmie, particolare quest’ultimo che, secondo le dichiarazioni dell’Ente del Turismo, ha fatto associare Rio ad una giungla.

 

Anche Speedy González non se la passa bene, venendo  considerato “un mal estereotipo del latino”, secondo l’ammissione di  Cartoon Networ.  L'emittente televisiva statunitense ha infatti deciso di non trasmettere più i cartoni del simpatico topo messicano.

Forse il “politicamente scorretto”  è un giudizio di comodo che copre la realtà di bassi livelli di ascolto e che permette di far cessare una programmazione non redditizia, guadagnando in immagine.
Infatti Laurie González,  portavoce dell’emittente, aveva  dichiarato che molti telespettatori di origine latinoamericana, si identificano in  Speedy González che,  anche se non “politicamente corretto",  viene  considerato  una figura positiva, sempre vincente sul gatto  Sylverster, rappresentazione del gringo, con il quale è  in perenne  contrapposizione.

 

[Stella de Fanzago]

22 aprile 2002

Crocifissi ed esuli verso la "terra promessa": due situazioni argentine

La grave crisi che ha colpito l'Argentina  non può sicuramente essere letta solo attraverso l'esperienza di singoli gruppi e situazioni particolari che però, a volte,  hanno il pregio di illustrare con  immediatezza il travaglio di un'intera popolazione.

A metà dello scorso mese di gennaio nella cittadina di La Quiaca (provincia di Jujuy, nordovest dell’Argentina,  alla frontiera con la Bolivia) si è svolta una manifestazione per lo meno singolare nella sua drammaticità.
Circa  200 persone si sono ‘crocifisse’ simbolicamente, legandosi per ore ai pali della luce e delle linee telefoniche. La protesta aveva lo scopo di attirare l'attenzione del governo centrale sulla situazione della popolazione del piccolo comune, situato a circa 3.000 metri di altitudine, privo dei generi di prima necessità, in una situazione di disoccupazione generalizzata.

Anche il parroco, padre Jesús Olmedo, che è anche portavoce delle locali comunità indigene, si è "crocifisso" con i suoi parrocchiani per protestare contro la fame e la mancanza di posti di lavoro e per dimostrare all'intera nazione "il dolore e la sofferenza di queste persone". La protesta ha destata profonda sensazione in tutta la provincia, dove padre Olmedo è noto, oltre che per avere inviato una lettera aperta “ai senatori e ai  funzionari corrotti”, per il suo spirito di iniziativa, che gli permette di trovare il modo di sfamare ogni giorno circa 3.000 persone, soprattutto bambini ed anziani, distribuendo loro l'unico pasto della giornata.

Da allora la realtà economica del paese continua ad essere estremamente preoccupante, con oltre 70.000 nuovi poveri da febbraio e 20.000 nuove attività economiche che non sono riuscite a superare la crisi.

In questa situazione l'Argentina, paese costruito dagli immigrati, sta diventando un paese di emigranti.  Mentre la chiesa cattolica, pur denunciando apertamente corruzione e mancanza di responsabilità a tutti i livelli,  invita a non perdere la speranza ed a considerare l'attuale situazione di crisi come "una opportunità di crescita", "l'alba di un nuovo giorno" non ancora giunto ma ormai prossimo, sono lunghissime le file davanti ai consolati dei paesi europei, dove migliaia di persone chiedono di  ottenere un visto di entrata per il paese d'origine dei propri antenati per fare, in senso opposto, un nuovo "viaggio della speranza".

Tra di loro molti ebrei che preferiscono emigrare in un Israele scosso dalla guerra e dal continuo timore di attentati piuttosto che rimanere in Argentina, dove non vedono alcun futuro per sé e per le proprie famiglie.

L'accoglienza nella "terra dei padri" è calorosa e viene realisticamente e generosamente incontro alle necessità economiche dei nuovi arrivati.

Ogni famiglia con un bambino riceve un prestito di 20.000 dollari per la casa, dei quali solo un po' più della metà dovranno venire restituiti con interessi agevolati.  Un ulteriore regalo di 2.500 dollari a famiglia (o di 1.000 dollari per le persone che vivono da sole) facilita l'inserimento. Inoltre, per i primi 6 mesi dall'arrivo si ricevono altri 6.600 dollari  a famiglia come "aiuto", cui vanno aggiunti 2.000 dollari per ogni figlio minorenne  ed altri 1.000 dollari per lo sdoganamento di quanto portato dal paese d'origine.

Non stupisce che per gli ebrei argentini, che si lasciano alle spalle una situazione di miseria e disoccupazione,  Israele, nonostante il tragico momento che sta vivendo, appaia come la terra "dove scorre latte e miele".

Dal 1948 si sono stabiliti in Israele 60.000 ebrei argentini, cui si sono aggiunti 200 nuovi arrivati nel 2001, prima  dell'acuirsi della crisi. Il motivo principale della scelta per molti di loro non è stato infatti  di ordine economico ma di sicurezza. Molti vivevano con angoscia il clima di violenza sociale ed  il continuo timore di aggressioni a scopo di rapina e delle manifestazioni violente di antisemitismo cui erano oggetto.

[Mariella Moresco Fornasier]

16 aprile 2002

Libertà sulle onde



I detenuti di un carcere di Florianópolis, una località del sud del Brasile famosa per le occasioni sportive che offre ai surfisti, hanno una singolare possibilità di ridurre la propria pena.

Potranno usufruire di questa opportunità se si dedicheranno alla riparazione delle tavole da surf.

Oltre a ricevere un minimo salario, ogni 3 giorni di lavoro comporteranno la riduzione di 1 giorno di carcere.

Il progetto, denominato "Libertad sobre olas", costituisce il primo passo verso la futura installazione di una fabbrica di tavole da surf nello stesso carcere. L'obiettivo è quello di allentare la tensione tra i carcerati, aumentare il loro senso di autostima e stimolarli, offrendo loro la possibilità di vedere ciò che li attende sulle spiagge della città, una volta usciti dal carcere.

L'aspettativa è che si raggiunga il numero di 15 tavole riparate a settimana. Non dovrebbe esser difficile raggiungere questa quota, dato che le riparazioni vengono eseguite ad un prezzo inferiore a quello praticato usualmente e che i tempi di consegna dovrebbero rimanere entro le 24 ore.

 

Oltre alle riparazioni, i detenuti sono impiegati anche nella fabbricazione delle tavole, che per ora vengono regalate alle scuole di surf che offrono la possibilità di frequentare i loro corsi a giovani che vivono in condizioni sociali disagiate.

[Mariella Moresco Fornasier]

9 aprile 2002

Regresa moda de la chacabana

por Margarita Brito


Las chacabanas o guayaberas, como le llaman en otros países, están causando furor entre los jóvenes, que no sólo las usan en los tradicionales colores pasteles, sino también en colores fuertes como el negro, marrones mostaza, morado y otros.
También las mujeres las están llevando, tanto en vestidos camiseros largos, cortos, con o sin mangas, así como en la clásica camisa cuadrada, con bolsillos al frente y pliegues verticales.
Aunque esta original camisa puede llevarse con cualquier pantalón de vestir, la tendencia de los jóvenes de hoy es usarla con blue jean.

El diseñador Martín Polanco señala que para confeccionar las chacabanas utiliza telas como lino, organdí suizo, estopilla y seda.
Sostiene que el dominicano prefiere el estilo clásico, pero que hoy día jóvenes y mayores buscan la prenda, que puede usarse en ocasiones formales, "porque vivimos en un país tropical". Pero no sólo en el país ha vuelto a usarse las guayaberas, millones de hispanos visten la camisa, que durante décadas usaron los hombres y ancianos desde la Pequeña Habana hasta el Harlem Español.

En estados Unidos los diseñadores vuelven la atención a esta pieza, que ha mantenido su popularidad en Miami, pasando por Puerto Rico, Cuba, México, Filipinas y República Dominicana. En el país, el presidente Hipólito Mejía las usa frecuentemente en actos formales y también la vicepresidenta Milagros Ortiz Bosch quien la lleva en forma de vestido largo camisero.


De dónde vienen

Se dice que el origen de la guayabera se remonta a 200 años atrás en La Habana, Cuba, cuando un adinerado hombre de negocios realizaba sus compras y se sintió atraído por un material ligero de algodón llamado batista.
Cuando llegó a su casa pidió a su mujer que le hiciera una camisa con varios bolsillos, estilo que sus trabajadores copiaron y le llamaron guayabera, por estar próximos al río Guayabo.
Al principio a la prenda se le llamó "yayabera", pero se transformó en "guayabera", porque los trabajadores se sentaban a comer bajo un árbol de guayabo.

Aunque muchos insisten en que la prenda nació en Cuba hace unos 200 años, hay versiones que ubican su origen en otros puntos del Caribe, así como en México y Colombia.

El Nacional, 6 aprile 2002

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Ass. Cult. IMAGO MUNDI 

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