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Brasile - Popoli dimenticati dalla
storia
Anna Chiesura redazione@musibrasil.net
Due missionari, un italiano e un brasiliano, portano a Roma la loro esperienza a
favore dei diritti degli indios
Padre Diego Polizzari, missionario salesiano, bergamasco di origine («de sura»,
tiene a precisare) ha vissuto per più di dieci anni con diverse comunità
indigene del Brasile. Padre Luciano Pereira da Silva, brasiliano, è sposato con
due figli, è delegato nazionale del Cimi (Consiglio indigenista missionario).
Cosa hanno in comune questi due uomini? Questa volta a legare Italia e Brasile
è il ponte della solidarietà. Quello che accomuna questi due uomini, infatti,
è l’essere testimoni di una lunga esperienza di lavoro a favore dei diritti
dei popoli indigeni in Brasile. In Europa per partecipare a un ciclo di eventi
culturali e incontri di sensibilizzazione, li abbiamo incontrati in occasione
dell’incontro “Il Brasile indigeno. La causa indigena e la diversità
culturale” organizzato presso la libreria Odradek di Roma dall’associazione
Sal (www.saldelatierra.org).
Ci spiegate anzitutto che cosa è il Cimi?
«E`un organismo legato alla Conferenza episcopale del Brasile creato nel 1972
in un contesto storico particolarmente delicato di trasformazione, sia
all’interno della Chiesa che della società brasiliana, per la lotta contro la
dittatura e per la democrazia. In quel periodo i movimenti sociali e la Chiesa
hanno avuto un ruolo importante. A partire dagli anni 70 alcuni missionari
decisero di iniziare il loro lavoro di appoggio agli indios cercando
innanzitutto di capire quanti ne erano sopravvissuti a 500 anni e passa di
massacri e in quali stati del paese si trovavano. Oggi il Cimi è presente in
tutto il Brasile con più di 400 missionari che vivono a diretto contatto con le
comunità indigene».
Quali sono i principi ispiratori del vostro lavoro?
«Il principio alla base del nostro lavoro è quello secondo cui sono gli indios
stessi i protagonisti della storia. Noi siamo soltanto loro alleati. Rispettiamo
profondamente la loro cultura e siamo li per promuovere un dialogo
interculturale e interreligioso, non per convertirli ma per imparare insieme.
Noi li sosteniamo nella rivendicazione dei loro diritti alla demarcazione e
protezione dei loro territori e all’identità culturale».
Quali pratiche adottate per raggiungere i vostri obbiettivi?
«Siamo sempre stati convinti che il raggiungimento dell’autonomia e
indipendenza degli indios passa prima per un processo di trasformazione della
società, di alleanza tra i settori esclusi dalla società siano essi neri,
senza terra, quilombolas, senza tetto, meninos de rua. Tra le altre attività,
organizziamo corsi di formazione permanente, perché l’alfabetizzazione è
fondamentale. Oltre al nostro lavoro con le comunità, noi lavoriamo anche con
la società, informando e diffondendo le problematiche legate agli indios, il
loro modo di vita e i loro problemi. Da soli gli indios non ce la possono fare,
occorre la partecipazione e la comprensione di tutti».
Come sintetizzerebbe la funzione che voi avete in relazione alla causa indigena?
«Credo che la nostra funzione sia di fare un po’ da ponte tra le realtà dei
popoli indios e la società, cercando di comunicare e diffondere i valori
indigeni che la nostra società sta perdendo e che sarebbe bene recuperare: il
valore di una vita comunitaria e di solidarietà, l’integrazione tra la vita
di tutti i giorni e la sacralità, il rispetto della natura. Il nostro lavoro
rappresenta quindi anche il tentativo simbolico di costruire un mondo diverso,
quell’altro mondo diverso possibile e sempre più necessario. In sostanza noi
cerchiamo di ridare voce a quei popoli che per tanto tempo sono stati
dimenticati dalla storia».
Qual è la situazione attuale, a due anni dall’insediamento del nuovo governo
Lula?
«Purtroppo con l’elezione di Lula le cose non sono migliorate molto. Anzi,
paradossalmente si è notato un aumento della violenza e spiegherò perché. La
vittoria di un candidato come Lula, vicino alle classi popolari, che conosce,
difende e ha vissuto da vicino i problemi degli esclusi, ha generato molte
aspettative nei popoli indigeni che credevano di vedere finalmente un
cambiamento positivo col nuovo governo. Sull’onda di questa speranza ed
entusiasmo, i popoli indigeni hanno agito di conseguenza rafforzando le loro
rivendicazioni e la loro lotta per la terra. Ma con l’indietreggiare del
governo, gli indios si sono sentiti le spalle scoperte e la situazione è
esplosa portando ad un aumento della violenza. L’anno scorso ben 19 leader
indigeni sono stati assassinati».
Quali sono le cause principali che minacciano i diritti dei popoli indigeni?
«Esiste anzitutto un vuoto legislativo e costituzionaledi fondo. E se anche nel
1988 dopo 21 anni di dittatura militare è stata varata la nuova Costituzione
contenente due articoli (il 231 e il 232) che riconoscono il diritto
all’esistenza, alla terra e alla cultura indigena, di contro non è ancora
pronta la legge complementare, detta «Statuto dei popoli indigeni», per
regolamentare tali diritti. Tale legge giace incompiuta nelle stanze dei
parlamentari dal 1991. Il governo Cardoso propose di introdurre il termine «comunità»
al posto di «popolo» indigeno, marginalizzando così l’importanza del
fattore terra, invece cruciale per la loro sopravvivenza. Ad oggi gli indios non
sono padroni delle terre su cui vivono, ma solo usufruttuari. Tale vuoto
legislativo è alla base dei problemi attuali: la non demarcazione delle terre e
la violenza nei latifondi. Altro problema è la questione della ripresa della
politica desenvolventista: la costruzione di grandi infrastrutture per la
crescita dell’ economia nazionale genera conflitti sociali ed ambientali.
Idrovie, dighe, e l’agro-business richiedono grandi estensioni di terra e
oppongono i diritti degli indios alle esigenze di profitto delle grandi
multinazionali ed agli interessi delle imprese. In Rondonia, per esempio, ci
sono problemi con i garimpeiros (lavoratori nelle miniere d’oro) che hanno
invaso la terra del popolo dei Sinta Larga, il quale per difendersi ne ha uccisi
29».
Qual è il confine tra il vostro sostegno alla causa indigena e la vostra
missione evangelizzatrice?
«I due aspetti non sono separati, anzi s’incontrano spesso, soprattutto nel
nostro comune amore per la vita. Noi non ci imponiamo, ma siamo con loro perché
loro ci hanno chiamato. E poi i nostri valori, quelli del Vangelo e della
Chiesa, sono molto simili ai loro».
Attualmente esistono circa 700 mila indios, appartenenti a circa 235 popoli e
che parlano 180 lingue. Nulla rispetto a prima dell’arrivo dei conquistatori
europei, quando erano gli unici abitanti di quella immensa terra. Ma per i
missionari del Cimi, i popoli indigeni non sono il popolo del passato, bensì
quello del futuro, perché annunciano una vita piena di significato umano di
valori semplici e profondi. Come quelli cantati in un testo interpretato da
Jorge BenJor, di cui riportiamo alcune strofe in chiusura, per non dimenticare.
Curumim Chama Cunhatã Que Eu Vou Contar (Todo Dia Era Dia De Índio)
[...]
”Antes que os homens aqui pisassem
Nas ricas e férteis terraes brazilis
Que eram povoadas e amadas
Amadas por milhões de índios”
[...]
Mas agora eles só têm um dia
Um dia dezenove de abril
Amantes da pureza e da natureza
Eles são de verdade incapazes
De maltratarem as femeas
Ou de poluir o rio, o céu e o mar
Protegendo o equilíbrio ecológico
Da terra, fauna e flora pois na sua história
O índio é o exemplo mais puro
Mais perfeito mais belo
Junto da harmonia da fraternidade
E da alegria, da alegria de viver
Da alegria de amar
[...]
Traduzione italiana
[…]
“Prima che gli uomini passassero di qui
Per le ricche e fertili terre del Brasile
Che erano popolate e amate
Amate da milioni di indios”
[…]
Ma adesso loro hanno solo un giorno
Un giorno il diciannove di aprile
Amanti della purezza e della natura
Loro sono davvero incapaci
Di maltrattare le donne
O di inquinare il fiume, il cielo e il mare
Proteggendo l’equilibrio ecologico
Della terra, fauna e flora perché nella sua storia
L’indio è l’ esempio piu’ puro
Piu’ perfetto piu’ bello
Insieme di armonia, fratellanza
Allegria, allegira di viver
Allegria di amare
[…]
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Diciembre 2004
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