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Popoli Indigeni

 

 

 

 

Nuovo movimento indigeno in Bolivia

 

Antonio Aimi

 

foto: www.aporrea.org

 

E’ nato un nuovo movimento, ma i sociologi, sempre pronti a cogliere gli umori più impercettibili dei nostri giovani annoiati, non se ne sono accorti. E’ un movimento sociale e politico che coinvolge milioni di donne e di uomini che non sanno nemmeno che cos’è un movimento, ma che certamente hanno provato l’esperienza esaltante di vivere, collettivamente, nuove esperienze di vita e di lotta e di rivendicare con orgoglio la propria identità negata. “Indio es guapo !” potrebbero gridare riprendendo il celebre slogan degli afroamericani degli anni settanta. E’ il ’68 degli Indiani della Bolivia. E’ il nuovo protagonismo degli Aymara, dei Quechua, dei minatori e dei contadini dell’Altopiano, che per la seconda volta in due anni hanno costretto alle dimissioni un presidente della repubblica. Nell’autunno del 2003, dopo una serie di agitazioni, che erano costate una sessantina di morti, era stato cacciato Gonzalo Sánchez de Lozada, un multimiliardario che aveva vinto le elezioni con un programma spiccatamente neoliberista. Ora la stessa sorte è toccata al suo successore, Carlos Mesa, travolto da una serie di scioperi e blocchi stradali che hanno paralizzato il paese e l’hanno portato sull’orlo della guerra civile. Il dato nuovo, però, non è tanto la contrapposizione tra classi sociali, ma la formazione di un nuovo blocco indigenista che si contrappone non solo alle tradizionali élites “bianche” ma anche alle istanze autonomiste delle regioni orientali, ricche di petrolio e gas naturale, e molto occidentalizzate.

Tuttavia, del movimento che ha forgiato questo blocco etnico e sociale, si parla poco. Anzi non se ne parla affatto. Forse pesa il fatto che al posto di prestigiosi maîtres à penser ci sono leaders con programmi che sembrano provenire dalla preistoria del movimento sindacale, forse pesa il fatto che al posto di intriganti fanciulle in jeans aderenti ci sono donne rotondette che nascondono corpi precocemente invecchiati sotto strati multipli di gonne e maglioni. Insomma è un movimento poco sexy che non colpisce il nostro immaginario, perché, verrebbe da dire parafrasando Pasolini, puzza di miseria, di pantano, di case senza acqua calda, di quartieri senza fognature, del freddo penetrante e rarefatto di un altopiano a 4.000 metri d’altezza.

A prima vista verrebbe da pensare a uno dei tanti fenomeni che l’emarginazione e la povertà hanno ciclicamente prodotto nelle Ande. Dal taky onqoy, il movimento millenaristico che pochi decenni dopo la Conquista scosse il Perù centrale, alla ribellione di Tupac Amaru (1780-1781), che fu la più seria minaccia al dominio delle potenze europee in America prima dell’indipendenza degli Stati Uniti, fino all’insurrezione dei minatori boliviani del 1952, il fenomeno che più si avvicina a quanto è avvenuto in questi ultimi mesi.

Questa volta, tuttavia, sembra diverso. In primo luogo il movimento sembra aver capito l’importanza della tattica, di questa semplice tecnica che consente di graduare le forme di lotta in funzione degli obiettivi da raggiungere. Già nella seconda metà del Cinquecento il domenicano Diego Durán aveva osservato, con un certo etnocentrismo, che in alcuni casi la mancanza di tattica degli indigeni li portava a trasformare ogni conflitto in una questione di vita o di morte: “E questo hanno gli Indiani, che quando si mettono in testa di fare una cosa, cominciano a disprezzare la vita e nulla li può fermare...Difendono le loro ragioni, per quanto ingiuste e irragionevoli, fino alla fine, perché sono testardi e cocciuti, nel bene come nel male”. Durán si riferiva alle popolazioni del Messico, ma questo tratto culturale, probabilmente panamericano, ha caratterizzato tutte le esplosioni indigene della storia americana e ancora oggi emerge nei normali conflitti sindacali, che, spesso e senza ragione apparente, assumono il carattere di “scioperi ad oltranza” con le conseguenze che è facile immaginare.

Il movimento boliviano, invece, pur con mosse molto azzardate, è riuscito, senza mollare la presa, ad evitare l’esplosione che avrebbe fatto precipitare il paese nella guerra civile. Ha organizzato centinaia di blocchi stradali che hanno strangolato il paese, ha occupato i campi petroliferi delle multinazionali, i minatori sono scesi in strada coi candelotti di dinamite ma non li hanno usati. Nella fase culminante della crisi il movimento è arrivato a impedire, fisicamente, ai parlamentari di riunirsi. Il congresso, per accettare le dimissioni del presidente Mesa ed eleggere il successore, s’è dovuto trasferire a Sucre. E anche nella scelta dei simboli su cui sfogare atavici sentimenti di odio e rivalsa c’è stata una certa moderazione: ai pochi “bianchi” incappati nei posti di blocco non è stato torto un capello: semplicemente è stata tagliata la cravatta.

L’altro elemento di novità, incredibilmente rimosso dai media che pure riportavano correttamente la sequenza degli avvenimenti, è l’assoluta vittoria del movimento. Ma ancor più sorprendenti sono state le modalità della vittoria. Dopo le dimissioni di Mesa, il 6 giugno scorso, Evo Morales, uno dei leaders indigenisti, aveva preteso come soluzione di garanzia che il potere passasse al presidente della Corte Costituzionale. La cosa, però, non era semplice, perché prima di lui, in linea di successione venivano Hormando Vaca, presidente del Senato, e Mario Cossio, presidente della Camera. Di fronte a questa prospettiva Evo Morales, il giorno prima della riunione del congresso che doveva eleggere il nuovo presidente, aveva dichiarato: “Se sarà eletto Vaca ci sarà una dura resistenza. Se le oligarchie vogliono imporsi, si sfocerà in una guerra civile”. Gli aveva risposto Vaca la mattina del 9 giugno: “Non possono obbligarmi alle dimissioni”. Lo stesso giorno, tuttavia, i Boliviani invece dei prodromi della guerra civile hanno visto alla televisione le immagini inconsuete di deputati e senatori che in felpe irrituali accettavano tutte le richieste di Morales. Nonostante questa vittoria, tuttavia, la partita è tutt’altro che conclusa, perché il movimento indigeno non chiede solo di sostituire un presidente con un altro, ma vuole una nuova costituzione che ponga fine all’esclusione della popolazione indigena dalla vita della Bolivia.

Si dirà che si tratta di comportamenti inaccettabili che nulla hanno a che fare col “normale” gioco democratico. Verissimo: non si è trattato, infatti, di una normale dialettica democratica, ma della prima battaglia di una vera rivoluzione che per fortuna non è sfociata in un bagno di sangue. E le rivoluzioni, si sa, non sono mai “un pranzo di gala”. Ma di fronte alla partita boliviana, il cui esito finale è ancora incerto e che può ancora avere esiti tragici, è fondamentale restare lucidi e cercare di capire quanto sta succedendo.

Da un lato, occorre evitare, e questo vale in particolare per gli intellettuali europei, di riproiettare sulla Bolivia i miti del terzomondismo degli anni sessanta. Si è detto più sopra che il movimento è poco sexy. Questa potrebbe essere la sua fortuna e potrebbe risparmiarci il solito pellegrinaggio dei turisti politici europei che vanno a proiettare i loro sogni in luoghi “altri” lontani nel tempo e nello spazio.

Dall’altro, occorre evitare di criminalizzare il movimento. E’ ben vero che ha leaders un po’ ruspanti (ma certamente molto più padroni della sintassi e delle buone maniere di alcuni nostri ministri), è ben vero che alcune proposte politiche sono al di fuori della realtà (c’è anche chi vorrebbe ricreare l’impero inca) e oscillano pericolosamente tra poesia e demagogia, ma è altrettanto vero che ogni movimento esprime le proposte e i leaders di cui è capace, ed è con essi che bisogna trattare.

Soprattutto, la mancanza di proposte apparentemente “ragionevoli” (ovviamente “ragionevoli per i nostri standard) non significa che gli immensi problemi etnici e sociali della Bolivia debbano continuare a restare senza soluzione, anche perché queste vicende boliviane sono la punta dell’iceberg di una crisi che coinvolge, pur in forme molto diverse, tutti i paesi andini, incrociando tensioni etnico-sociali, petrolio, coltivazione di coca e narcotraffico. Dal Venezuela, che ha appoggiato il movimento boliviano suscitando non poche preoccupazioni al Dipartimento di Stato, alla Colombia, sempre dilaniata da una guerra civile a bassa intensità diventata ormai cronica, all’Ecuador, dove solo pochi mesi fa delle manifestazioni popolari hanno costretto alla fuga il presidente Gutiérrez, al Perù, che, a dispetto di indici macroeconomici abbastanza positivi, continua a presentare paurosi squilibri sociali. Nel frattempo i fini cervelli della finanza internazionale e delle multinazionali dovrebbero capire che certe ricette neoliberiste per il capitalismo possono essere più dannose della pubblicazione del Capitale. Non a caso la scintilla che in Bolivia ha dato fuoco alle polveri è stata la decisione di Mesa di affidare a una multinazionale francese la gestione dell’acqua potabile di El Alto, l’immensa città-dormitorio alle porte di La Paz. Forse ad Harvard o al FMI qualcuno non ha ancora capito che non è possibile continuare a spennare chi non ha più nemmeno una piuma.

 

 

La Stampa 14 luglio 2005

 

 

 

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