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el portal del Caribe |
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I Cuna di Panama
Mariella Moresco Fornasier Dei circa 2 milioni di abitanti della repubblica di Panama, il 5% è costituito da indigeni, appartenenti a diversi gruppi, differenti tra loro per storia, cultura ed anche per l’attuale situazione nei confronti del governo centrale: Guaymí, Chocó, Bokotá, Teribe e Cuna, i meno numerosi (circa 30.000 persone) ma i più conosciuti all’estero, grazie anche alla loro interessante esperienza di lotta politica nei confronti del governo centrale. Da anni infatti i Cuna
detengono il controllo della propria terra, a seguito di lotte decennali che
hanno permesso loro di raggiungere una autonomia amministrativa molto estesa,
che è diventata un modello per le rivendicazioni di altri popoli indigeni. Fin dagli anni in cui Panama otteneva l’indipendenza dalla Colombia (sancita nel 1903 grazie al protettorato politico degli Stati Uniti), la nuova repubblica dovette prendere atto della volontà dei Cuna di conquistare una propria autonomia. Un primo tentativo di assimilazione delle popolazioni indigene venne realizzato con la promulgazione della legge del 1908, che stabiliva la necessità di cercare con “tutti i mezzi possibili la riduzione alla vita civilizzata delle tribù selvagge di indigeni che esistono nel paese”. La “civilizzazione”
dei Cuna tendeva al loro completo annientamento culturale, arrivando ad impedire
l’esecuzione delle cerimonie e vietando l’uso degli abiti tradizionali
femminili, gli stessi che ancora oggi le donne
indossano e che tessono personalmente. A seguito di una ribellione armata, nel 1925, e dopo lunghi negoziati con il governo, nel 1938 si costituisce la Comarca de San Blas, che verrà successivamente riconosciuta dalle leggi dello stato e dalla Costituzione del 1972, varata durante il regime di Torrijos. In base alla legislazione
panamense, il territorio cuna è
regolato al proprio interno da un corpo normativo proprio, la cosiddetta Carta
Organica, mentre le questioni di interesse congiunto con lo stato, ricadono
sotto la competenza di un apposito organismo del Ministero degli Interni. Molte importanti conquiste politiche hanno permesso ai Cuna di raggiungere una posizione privilegiata rispetto agli altri gruppi indigeni di Panama, ottenuta partecipando attivamente alla politica del Paese (rappresentanti Cuna fanno parte del congresso panamense) senza mai rinunciare però alla difesa, a volte strenua e fino all’uso delle armi, della propria specificità. Una identità custodita gelosamente sia nei confronti dei non indigeni che verso gli altri gruppi indigeni panamensi, atteggiamento questo che nel passato ha tendenzialmente isolato i Cuna. A tutt’oggi, si può però dire che l’isolamento non sembra essere considerato un problema ed il rapporto con la cultura e le regole sociali dei non indigeni viene cercato con la finalità di appropriarsi di ulteriori strumenti politici con lo scopo di salvaguardare la propria identità culturale. Attualmente i Cuna, fatta
eccezione per un piccolo gruppo di circa 2000 persone, che vive
nell’entroterra, risiedono nella Comarca di San Blas, la Kuna Yala, cioè
“la terra dei Cuna”, comprendente l’arcipelago di San Blas nel Mar dei
Caraibi, dal quale prende il nome, e 300 km di costa, ma la quasi totalità
della cinquantina di comunità vive sulle isole, dove il clima è più salubre,
anche se in alcuni periodi
dell’anno il collegamento via mare è praticamente impossibile e l’unico
mezzo di trasporto rimangono i piccoli aeroplani. L’economia delle comunità Cuna è di autosostentamento e consiste nella pesca e nella coltivazione di pochi prodotti: platano, yucca, ananas, cacao, mais e cocco. Solo le aragoste hanno un mercato non locale e vengono vendute per il consumo nei ristoranti delle città. Il turismo, attratto dalle
indubbie bellezze naturali della
comarca, ha inizialmente creato alcuni problemi, cui è stata trovata una
soluzione positiva con la costituzione di un parco naturale, decisa dai Cuna
stessi, che permette sia di proteggere le zone costiere dall’infiltrazione di
coloni ed operatori turistici, sia di costituire uno sbocco professionale per i
giovani delle comunità, cui è stato affidato il compito di studiare l’ecostistema
naturale accompagnando il lavoro dei ricercatori e di guidare i turisti in
visite che si svolgono con modalità rispettose della natura e degli abitanti
del territorio. Una risposta
intelligente e propositiva a situazioni nuove rispetto alla vita tradizionale,
che offre il vantaggio di non subirle passivamente, gestendole in maniera
autonoma e riuscendo a ricavare un giusto profitto per la comunità. Lo stile di vita dei Cuna non è sostanzialmente cambiato nei villaggi, costituiti da capanne che si mantengono fresche grazie alle loro pareti di canne, al tetto di frasche ed al pavimento di terra battuta. Ogni famiglia, in genere piuttosto numerosa e che comprende più generazioni in linea materna, dispone di due capanne, destinate ad usi diversi, circondate da un recinto di canne. In ogni villaggio vi è
una capanna comunitaria, dove alla sera si riuniscono tutti gli abitanti per
discutere i problemi comuni, prendere le decisioni inerenti i lavori da svolgere
ed ascoltare le storie tradizionali che trasmettono la
memoria e la
cultura del loro popolo, cantate dai “saila”, una delle figure di
riferimento della comunità, insieme ai guaritori ed ai capi villaggio, che
hanno il compito di consigliare, trasmettere l’esperienza degli anziani e
cantare ritualmente i canti tradizionali, vera e propria biblioteca orale della
storia cuna. Periodicamente tutti i
capi villaggio si riuniscono nel Congresso Generale, l’organismo incaricato di
discutere i problemi riguardanti l’intero popolo Cuna ed i suoi rapporti con
il mondo esterno. I Cuna sono rimasti l’unico popolo centroamericano a conservare una scrittura pittografica, tramandata solo a pochi adulti ritenuti particolarmente degni di ricevere questo insegnamento, con un caratteristico andamento “a serpente”, che inizia da sinistra a destra, per continuare poi nella riga successiva, da destra a sinistra. Viene eseguita su tavolette o su carta, utilizzando differenti colori, ognuno di essi con un distinto valore semantico. Nei villaggi più popolati vi sono maestri indigeni che insegnano lo spagnolo, lingua che viene usata solo per i contatti con l’esterno, mentre nella vita quotidiana rimane l’uso della lingua cuna, o meglio, delle quattro lingue cuna, differenti tra loro sia per sintassi che per l’uso dei termini ed utilizzate ognuna in un ben preciso ambito: le necessità quotidiane, il canto del saila, i riti comunitari e la lingua del “nele”, l’intermediario con le forze soprannaturali, colui che ha la facoltà di diagnosticare le malattie, che verranno poi curate dal guaritore, grande conoscitore delle proprietà naturali delle erbe. In un’altra espressione dell’arte popolare cuna il colore riveste un ruolo fondamentale: la fabbricazione delle molas, tessuti originariamente utilizzati solo dalle donne per i propri abiti (oggi divenuti anche oggetti da collezione) e confezionati con una tecnica particolarissima, unica, non rintracciabile presso nessun’altra popolazione indigena americana Si tratta di pannelli di cotone rettangolare, di circa 30 cm x 40 cm, la cui fabbricazione consiste nel ritaglio, sovrapposizione e cucitura di diversi strati di stoffe dai colori differenti, per comporre disegni sia geometrici che figurativi, di grande effetto estetico. I colori e la sovrapposizione degli strati di stoffa rivestono un significato preciso ed il loro utilizzo ed esecuzione devono seguire regole tramandate di madre in figlia. Sul fondo si può porre il rosso vivo, l’arancio o il nero, mentre gli strati successivi (da un minimo di tre fino a sei) potranno essere gialli, ocra, porpora, verde o blu. I disegni hanno un significato simbolico quali il labirinto, che rappresenta l’uomo che è prigioniero di se stesso, e la tartaruga, simbolo della fertilità., oppure sono la rappresentazione degli elementi della vita contemporanea, che in questo modo vengono assorbiti ed integrati nella tradizione espressiva. Un ulteriore segno della grande capacità di adattamento e di assorbimento degli elementi della modernità che caratterizza i Cuna. Febbraio
2005
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