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Alberto Fornasier info@latinoamerica-online.info
foto:www.upaz.edu.uy
La grave crisi che sconvolse l’economia argentina ed uruguayana a partire dal congelamento dei depositi bancari il 1 dicembre 2001 ha provocato una “immigrazione di ritorno” da parte dei discendenti degli immigrati europei che più di un secolo fa cercarono fortuna oltre Atlantico. Un’aspirazione che, se non sempre si realizzò, contribuì comunque in maniera determinante allo sviluppo dei paesi che li accolsero. L’immigrazione europea in America Latina registrò un forte incremento a partire dalla seconda metà del XIX secolo fino al 1914, con l’inizio della prima guerra Mondiale, subendo poi una forte diminuzione fino alla depressione mondiale degli anni ’30. Prima di tale periodo i flussi migratori erano costituiti per lo più da spagnoli e portoghesi, direttamente coinvolti nella colonizzazione delle terre, e dalla tratta di schiavi africani. Nell’Ottocento si ebbe una svolta grazie alla Rivoluzione Industriale, cosicché l’Europa si trovò ad avere sia un’enorme eccedenza di uomini e di capitali che un diretto aumento delle tensioni sociali. Oltre a ciò l’innovazione tecnologica favorì lo spostamento di immigrati attraverso lo sviluppo della marina a vapore cosicché la traversata “cessa di essere la grande avventura tentata soltanto dai folli e dai disperati” (Pierre Chaunu, Storia dell'America latina, Garzanti, Milano, p. 111): ne sono prova le golondrinas (rondini), contadini siciliani che facevano la mietitura sia in Italia che nella pampa argentina, seguendo l’alternarsi dell’estate boreale ed australe. In questo modo l’America Latina scambiò il giogo coloniale di cui si era appena liberata con “una specie di trusteeship collettivo delle grandi potenze che guidano il gioco della rivoluzione industriale” (Chaunu, p. 109). Quella che Chaunu non esitò a chiamare una “seconda conquista umana” (si è calcolato che dal 1810 al 1950 circa 12 milioni di persone solcarono l’Atlantico, seppur non fissandosi in maniera definitiva) investì soprattutto le zone temperate, quali l’Argentina, l’Uruguay, il sud del Brasile e il Cile, che precedentemente non presentavano attrattive per l’impero iberico interessato all’estrazione dei metalli ed alle speculazioni agricole. Questi paesi si avvalsero della popolazione bianca e libera per occupare e coltivare terre vergini, in alcuni casi garantendo le frontiere appena formate: ciò avvenne soprattutto per il nord dell’Argentina, abitato da indios, il cui governo alla fine dell’800 per attirare immigranti offriva concessioni più vantaggiose di quelle accordate ai suoi cittadini; a cavallo del secolo l’interesse economico di quest’ultimo paese si focalizzò invece maggiormente sulle pianure cerealicole del centro e sulle fabbriche di tessuti e di beni di consumo della capitale. Alla figura del contadino si venne dunque ad affiancare quella dell’operaio che provocò l’importazione di un altro elemento culturale europeo, l’ideologia del movimento operaio. Le prime idee, di carattere essenzialmente socialista ed anarchico, giunsero mischiate nel flusso della grande massa di immigrati e nella persona di individui già attivi politicamente nei paesi d’origine e che là giungevano o per sfuggire la repressione politica o per realizzare il sogno di creare una nuova società: è il caso della colonia “Cecilia” fondata nello stato di Paraná in Brasile dall’anarchico Giovanni Rossi che durò solo pochi anni. Questa prima fase del movimento operaio si caratterizzò principalmente per l’organizzazione di società di mutuo soccorso e delle prime lotte per i salari e migliori condizioni di lavoro. L’immigrazione in Sudamerica costituì un elemento importante nei nuovi assetti dell’economia internazionale: infatti, almeno fino alla fine della seconda Guerra Mondiale, l’economia di questi paesi fu vassalla o “complementare” (Chaunu) di quella europea in quanto fornì materie grezze e viveri in gran quantità in cambio di prodotti industriali. Causa determinante di questa subordinazione fu soprattutto la Gran Bretagna (e in secondo luogo, Francia e Germania) che investì ingenti somme per sovvenzionare infrastrutture di servizio per l’industria agroalimentare in Argentina e in Brasile e per quella estrattiva in Messico, che così diventarono colonie finanziarie dell’impero britannico. In questo
senso l’immigrazione fu funzionale alle esigenze economiche europee:
venendo operata una suddivisione internazionale del lavoro e limitando
la produzione nei singoli paesi, gli immigrati vedevano offerte loro
possibilità di lavoro in aree favorevoli al mercato dominato dal
capitalismo europeo: decisivo per il rapporto tra flusso migratorio e
paese di destinazione fu quindi “il ruolo che la struttura produttiva
dei paesi latinoamericani assunse nel contesto economico
internazionale.” (Chiara Vangelista, Immigrazione, in Storia
dell'America Latina, a cura di M. Carmagnani, La Nuova Italia,
Firenze, 1979, p. 108) 15 aprile 2004 |
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