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Latinoamerica-online Cultura, Società e Il Mondo dei Caraibi |
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Voci dall'America Latina
di Mariella Moresco Fornasier
Altre Voci dall'America Latina
Gabriela, Clavo y Canela, di Jorge Amado (trad. in cast.) Un narrador en la intimidad, di Roberto Bolaño Ahora yo tengo la palabra, di Mariana Yonüsg Blanco Una larga jornada, di Arturo Uslar Pietri
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Gabriela, Clavo y Canela(Extracto)
por Jorge Amado (su Jorge Amado vedi pagina Letteratura e Lingua )
—¿De veras no quieres venir conmigo, al campo? ¿Tener una tierrita, plantar cacao juntos, nosotros dos? En poco tiempo vamos a tener una plantación propia, podríamos comenzar la vida...
¿Cómo vivir sin el calor de Gabriela? |
Un narrador en la intimidadpor Roberto Bolaño Giovane scrittore cileno, si è fatto conoscere per la particolarità dei suoi temi narrativi, tutti riconducibili a un unico grande tema: il confronto tra l'arte e la barbarie in cui può cadere l'essere umano. L'ambientazione spaziale e temporale dei suoi racconti è la recente storia latinoamericana. La sua produzione è molto recente, anche se già ricca di opere interessanti che gli hanno fatto vincere due premi letterari.
Nel 1996 è uscito La literatura nazi en América, romanzo sull'esistenza in America Latina di un mondo letterario con i suoi scrittori, critici, case editrici e lettori, tutti di rigorosa fede nazista. Dallo sviluppo di questa prima opera sono nati altri lavori che approfondiscono o continuano le vicende e le biografie dei personaggi.
Dalla Santiago di Pinochet del 1973 alla Città del Messico del massacro degli studenti del 1968, le vicende ruotano intorno ai diversi protagonisti, uniti dalla comune vocazione di scrittori d'avanguardia, desiderosi di cambiare il mondo, anticonformisti che fanno della trasgressione il loro stile di vita.
La loro sete di libertà assoluta nasconde un lato oscuro: un tratto autoritario e dogmatico, una condiscendenza verso il male che li rende oggettivamente, quando non direttamente complici della peggiore barbarie. I personaggi di Bolaño fanno la duplice esperienza di partecipare alla creazione letteraria e di diventare esecutori della violenza criminale della polizia.
Gli interrogativi sul significato e il valore della libertà intellettuale, dell'estetica, dell'arte, contestualizzati nella storia letteraria, di cui si avverte continuamente l'eco, e civile degli ultimi decenni dell'America Latina, rendono i suoi lavori più che creazioni letterarie: un vero filo rosso che guida il lettore negli immensi territori della cultura latinoamericana.
[Mariella Moresco Fornasier]
Mi cocina literaria es, a menudo, una pieza vacía en donde ni siquiera hay ventanas. A mí me gustaría, por supuesto, que hubiera algo, una lámpara, algunos libros, un ligero aroma de valentía, pero la verdad es que no hay nada.
da ClarÍn suppl. Cultura y nación - Buenos Aires, 25 marzo 2001 |
Ahora yo tengo la palabra
por Mariana Yonüsg Blanco
La poesia che viene presentata con a seguito la traduzione italiana fa parte della raccolta Io nasco donna, e basta, pubblicata da La Piccola Editrice (convento.cel@ in.it) con la prefazione di Giancarla Codrignani e un contributo in appendice di Dacia Maraini. La traduzione dallo spagnolo, anch'essa tratta dal testo citato, è di Cristina Ronzoni.
Mariana Yonüsg Blanco è venezuelana di nascita e nicaraguense di adozione. Per la sua nuova patria lottò dal 1978, l’anno precedente il trionfo della rivoluzione sandinista. Ha lavorato con le donne in campagna e nei programmi di educazione sanitaria per alcuni anni per dedicarsi, a partire dal 1984, a un lavoro non istituzionale con le donne del collettivo Mujeres de Matagalpa. I maltrattamenti e le violenze subite dalle donne nella machista società nicaraguense costituiscono l’ambito del lavoro di sensibilizzazione e di intervento legale del collettivo, che ha continuato a lavorare anche dopo la caduta nel governo sandinista, grazie all’appoggio di gruppi di donne europee.
"Queste donne si sono rese conto che la vera povertà del nostro tempo è l'essere espropriati della propria identità profonda e della differenza e a partire da sé , dalla propria liberazione, hanno iniziato a vedere i problemi dall'altra parte, dalla parte della singola donna, incontrata in città, nella campagna o isolata in montagna e a confrontarsi in solidarietà le une con le altre". [dall'introduzione]Mariana Yonüsg Blanco ha vinto numerosi premi di poesia e i suoi lavori sono stati pubblicati anche su riviste europee.
[m.m.f]
Ahora yo tengo la palabra y descubro que la palabra es buena oigo mi voz resuena choca contra los cuerpos sólidos y fríos pero se filtra en los intersticios posibles y despierta miradas que interrogan o niegan afirman o desdeñan pero escuchan. Oigo mi eco sonoro y grito a veces por el simple placer de oirme o para decapitar pedestales. Mi voz despierta la vida e inventa un lenguaje agridulce para nombrar los seres, las cosas, los hechos. Cargada de magia está mi palabra. Suelto la palabra para pulir espejos, reflejarme en ellos e interrogarlos en busca de mí misma. ¿Quien fuí quien soy quien puedo ser? ¿Dónde enmudecí, cuándo y por qué? Desde el sonido de mi voz hasta el silencio voy en busca de las mordazas para encender hogueras. Interrogo ¿dónde están las diosas lunares las parteras las brujas las amazonas? Me perdí en esos términos genéricos que olvidaron mi género me perdí cuando hablé por su boca me perdí cuando su palabra fué mi voz me perdí cuando en alguna derrota me condenaron al silencio y la negación. Todos ensordecieron a mi voz aguda, metálica de palabras dulces que llamaron tontas de voces furiosas que llamaron histéricas y desoyeron mis razones y ya no importaba nombrarme ni nada de lo que por mí era nombrado. Del susurro al grito voy recobrando la palabra voy contando mi historia sin la voz del patriarca voy limpiándome la piel de los calificativos con los que me confiscaron la palabra bruja, puta, loca, pecadora. Aún no lo he dicho todo, pero lo haré porque ahora yo tengo la palabra
Nicaragua, 1987 Ora ho la parola
Ora ho la parola e scopro che la parola è cosa buona ascolto la mia voce risuona. Si infrange contro i corpi solidi e freddi ma filtra fra gli interstizi possibili e risveglia sguardi che interrogano o negano affermano o disprezzano ma ascoltano. Ascolto il mio eco sonoro a volte grido per il semplice piacere di sentirmi o per decapitare piedistalli. La mia voce risveglia la vita e inventa un linguaggio amaro e dolce per dare nome agli esseri, alle cose, ai fatti. Carica di magia è la mia parola. Libero la parola per lucidare specchi, riflettermi in essi e interrogarli in cerca di me stessa. Chi sono stata chi sono chi potrò essere? Dove sono ammutolita, quando e perché? Dal suono della mia voce fino al silenzio vado a cercare i bavagli per appiccare roghi. Interrogo: dove sono le dee lunari le levatrici le streghe le amazzoni? Mi sono persa in quei termini generici che dimenticano il mio sesso mi sono persa quando ho parlato per bocca loro mi sono persa quando queste parole sono state la mia voce mi sono persa quando nella sconfitta mi hanno condannata al silenzio e alla negazione. Tutti sono diventati sordi alla mia voce acuta e metallica di parole dolci che altri dissero sciocche voce furiosa che altri chiamarono isterica non hanno sentito le mie ragioni non aveva importanza nominare me né tantomeno ciò che dicevo. Dal sussurro al grido vado riprendendo la parola vado raccontando la mia storia senza la voce del patriarca mentre libero la pelle dagli aggettivi con cui mi hanno confiscato la parola strega, puttana, pazza, peccatrice. Ancora non vi ho detto tutto, ma lo farò perché ora io ho la parola!
Nicaragua 1987 |
Una larga jornada
por Arturo Uslar Pietri
E' questo l'ultimo articolo che l'intellettuale venezuelano, morto il 26 febbraio 2001, scrisse per la rubrica Pizarrón, che veniva pubblicata ogni domenica sul quotidiano di Caracas El Nacional. L'articolo, uscito il 4 gennaio 1998, parla dell'importanza del giornalismo nella cultura latinoamericana.
A todo lo largo de mi larga vida he
escrito artículos para los periódicos. Esta es una vieja tradición de los
intelectuales latinoamericanos. Buena parte de lo más importante de la
literatura hispanoamericana se ha publicado como material de
periódicos. La publicación de libros era escasa, difícil y costosa y la
mayoría de los periódicos de la época eran más de opinión que de
información.
De esta manera, el escritor se
convertía en una figura pública que tomaba parte importante en los grandes
debates nacionales. Bastaría recordar la inmensa repercusión que tuvo el
artículo publicado por Emile Zola, en pleno affair Dreyfus: ``Yo acuso'',
que tuvo toda la importancia de un gran acontecimiento político. En la
América española se siguió rápida y brillantemente el ejemplo.
Toda mi vida, y particularmente de una manera regular y constante desde 1948, he mantenido una colaboración de prensa continua, que ha tenido la suerte de ser acogida por muchos de los principales diarios del mundo de lengua española. No se trata, evidentemente, de un monólogo, en el que alguien dice lo que se le ocurre sin dirigirse particularmente a nadie, sino estrictamente, de una forma muy rica, del diálogo. Esto explica el carácter tan peculiar de la literatura para periódicos y su inmenso poder de influencia en la formación de la opinión pública.
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La casapor Mayra Montero
Nata all'Avana nel 1952, vive a San Juan de Porto Rico, dove svolge attività giornalistica. Autrice di racconti e romanzi, è conosciuta anche in Italia, dove ha pubblicato Da Haiti venne il sangue per Feltrinelli e Come un tuo messaggero per le edizioni Guanda. In entrambi i romanzi il destino dei protagonisti è condizionato dalle forze occulte che si manifestano nella santeria e nel vodu, culti di cui la scrittrice dimostra di avere una conoscenza non superficiale. Ambientati in situazioni reali, i racconti di Mayra Montero permettono di conoscere la storia, quella dei grandi avvenimenti come quella quotidiana di chi li subisce, da un'ottica interna, l'ottica di chi li vive con tutto il loro carico di drammaticità ma senza rendersi conto, forse, della loro eccezionalità storica e sociale. La casa è la storia di un ritorno e di un reincontro. Quello con la casa della propria infanzia e con i ricordi che vi sono rimasti imprigionati. Un tema che facilmente poteva portare ad esiti scontati, ma che viene trattato con tocco leggero, venato di affettuosa attenzione, non solo verso i propri sentimenti e le proprie emozioni, ma anche verso chi si trova ad essere testimone della ricerca del proprio passato.
[m.m.f]
Hace poco estuve en la casa donde viví de niña. Una cosa es crecer viendo el lugar exacto donde transcurrió la niñez, viéndolo de vez en cuando, aunque no se viva más allí, y otra muy distinta dejar de verlo, de un golpe y para siempre, por treinta y tantos años consecutivos. La ventaja, en este último caso, es que nada cambia. Y la esquina donde dormía el gato sigue siendo la esquina del gato; y el patio donde correteaba el perro, sigue siendo el patio del perro (nótese que siempre fui bígama), y la escalera por la que subí con dificultad, recién operada de apendicitis, sigue siendo la misma escalera.
Hay polvo y devastación. Pero las paredes están allí, las mismas. Y el balcón (por el que a veces sueño que me estoy cayendo, o sueño que miro hacia ninguna calle), también está. El hombre que ahora habita mi casa, que sigue siendo mía -pero no en el sentido de títulos de propiedad y esas estupideces, sino en el sentido cabal de tiempo que se detuvo a tiempo- me recibe diciéndome que ya sabía que yo estaba en La Habana, porque me había escuchado por la radio. Fue marino mercante, y ahora es un viejo que navega en una casa donde vive el fantasma de una niña. Es un negro altísimo y afable, y le pregunto si puedo ver mi casa.
Debería darme vergüenza, pero no me da, todo eso es mío: las losetas del suelo, con los mismos dibujitos en los que yo me ensimismaba cuando tenía diez u once años, y el baño donde se afeitaba mi papá, y sobre todo el cuarto. Entro a mi cuarto. Elevo los ojos y allí está la ventanita por donde se colaban toda clase de monstruos. A mi alrededor, hay un montón de cachivaches, el hombre tiene ese cuarto de trastero.
«Es que mi señora murió», me dice, a modo de disculpa, cuando me ve el reproche en la mirada. Necesito urgentemente mi cama, y mis fotografías de Edgar Allan Poe y de Dostoievski. Y la de Cesare Pavese, que arranqué de una revista. El marino espera con paciencia mientras yo abro y cierro la ventanita de los monstruos. Le digo que esa ventana solía dar golpes cuando había tormenta. «Sigue dando golpes», me responde. Miro a mi alrededor y descubro que también necesito mis afiches y mi uniforme del colegio. Necesitaré un montón de libros. «Déjeme dormir aquí esta noche», digo de pronto.
Durante sus años de marino mercante, estoy segura de que este lobo de mar capeó huracanes y jaurías de tiburones; se las tuvo que ver con conatos de incendio y broncas a bordo. Pero jamás había sentido un estupor tan vivo. Con estupor me mira. «¡Cómo va a dormir aquí!», exclama. «¿No ve como está todo esto? Ay, mima (mima quiere decir mamita en cubano), yo voy a pintar este cuarto y cuando usted vuelva, dormirá aquí todas las noches que quiera».
Muevo la cabeza de un lado para otro. Insisto en que quiero dormir en mi cuarto. Es éste, no hay otro. Hablo en presente y el hombre se achica, se rasca la cabeza mirando a su alrededor, como buscando un cabo. No en balde fue marino. «Lo voy a pintar. Ahorita mismo iba a salir a buscar la pintura».
Es la conversación de un viejo que trata de engañar a una niña. O el diálogo de un desesperado que intenta consolar a una loca. Estoy clavada en mi cuarto, buscando con la vista la foto de Ana Frank (también tenía una foto grande de Ana Frank), y en eso un alma compasiva interviene silenciosamente, me toma por un brazo y me saca del cuarto, y luego de mi casa. Entonces me mete en un automóvil, recorremos calles y nos bajamos frente a la casa de mis abuelos.
Allí yo nunca tuve fotos, sino ruidos. Había ruidos en el techo, ecos y golpes que siempre me dieron miedo. Y por suerte, aquellos techos se conservan. Está intacto el artesonado, e intactas las lámparas de hierro. La mujer que se quedó viviendo en esa casa, que además me conoce desde que nací, me ofrece, sin que se lo pida, una de las habitaciones para que duerma en ella cuando se me antoje. «Esta sigue siendo la casa de tu abuelo», musita.
Respondo que donde quería dormir era en mi cuarto, en mi propia casa, que ahora es un barco donde manda capitán, es decir, un marino mercante retirado que está planeando pintar los camarotes. Ella se ríe, y yo paso la mano por los sevillanos azulejos que cubren la pared del comedor, y que se conservan igual, pero igualitos. En eso la oigo decir que la nevera que tengo ante mis ojos es la misma que compraron mis abuelos a fines de los años cuarenta; todo un prodigio de supervivencia, la joya de la corona de la casa Westinghouse, que enfría como si la acabaran de estrenar. Abre la nevera para demostrarme cuán digna está por dentro y es como abrir la caja de Pandora. Salen olores gallegos de esa caja, y palabras gallegas, y un par de apodos, gallegos también, con los que mi abuela me solía llamar.
Al final, la mujer me entrega un montón de cartas de los años treinta que descubrió hace poco, en un ropero abandonado. Son cartas que viajaron, en aquellos años tan remotos, desde Ferrol hacia La Habana. Cartas de mi bisabuelo, que tenía una letra cariñosa. Y cartas de los demás parientes que optaron por quedarse en el lugar en donde habían nacido, durmiendo en sus propias casas, envejeciendo con ellas. En las cartas del año treinta y nueve, todo el que escribe hacia La Habana pide jabón. Mi bisabuelo pide cortésmente a sus dos hijos que por favor le manden unas cuantas pastillas de jabón. Las cartas, todas ellas, huelen a guerra. Las he leído en el bar del hotel donde me hospedo, que es el sitio donde se deben apurar los tragos amargos, y los menos amargos.
Siempre, inevitablemente allí.
da El Nuevo Día - San José de Porto Rico, 11 marzo 2001 |
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