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La historia de los otros
Subcomandante Marcos
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Nicaragua, terra di vulcani e di poeti
Fu un suo grande poeta, Ruben Darío, a segnare nell’800 la svolta di tutta la letteratura latinoamericana, svincolandola dai modelli europei e avviando una ricerca stilistica autonoma. Il Nicaragua fu anche il paese che nel 1979 iniziò una rivoluzione particolarissima, in cui confluirono idealmente e lavorarono fianco a fianco proletari e letterati, sacerdoti e guerriglieri marxisti. Una rivoluzione che pose immediatamente tra le sue priorità irrinunciabili il diritto per tutti all’arte, alla musica, alla pittura, alla poesia. Continuando l’eccezionale esperienza artistica e umana iniziata nel piccolo arcipelago di Solentiname da Ernesto Cardenal, sacerdote e poeta che fece nascere talleres di pittura tra i poveri pescatori e contadini con i quali meditava le Sacre Scritture e scriveva il Vangelo di Solentiname, sorsero in tutto il Nicaragua gruppi artistici popolari.
Ricordando quella eccezionale stagione di entusiasmi e speranze nella possibilità di costruire un mondo in cui l’arte e la cultura fossero riconosciute come un diritto inalienabile per ogni essere umano, proponiamo alcuni brani che possono illustrare il clima di quegli anni. Sono stati scelti fra i lavori dei tre autori più importanti, la cui opera è conosciuta e apprezzata a livello internazionale.
Di Sergio Ramírez, scrittore ed ex vicepresidente durante il governo sandinista (1980-1990), presentiamo un brano tratto dal libro Adiós Muchachos, memoria de la Revolución Sandinista (ed. Aguilar, Città del Messico 1999), in cui si racconta l'ingresso delle colonne guerrigliere vittoriose a Managua il 20 luglio 1979.
Gioconda Belli, pubblicata anche in Italia, scrive pagine di ricordo dell’esperienza rivoluzionaria e di fiducia nel futuro del suo paese (da Il paese sotto la pelle, ed. e/o, 2000).
Ernesto Cardenal, poeta dalla molteplice ispirazione, religiosa e politica, è l’autore del Salmo 5 (da Antología, Editorial Nueva Nicaragua, 1983), vibrante di indignazione contro le menzogne dei potenti e di fiducioso abbandono in Dio. Ministro della Cultura per tutto il periodo del governo sandinista, promosse molte iniziative artistiche a livello popolare, tra le quali i Talleres de Poesía, dei quali uscì una “rivista”, Poesía Libre, stampata su semplice carta da pacchi unita da una cordicella, che si poteva comperare a poco sui banchetti dei mercati.
Del n. 1 pubblichiamo il breve editoriale, una sorta di “manifesto” poetico-politico, e il primo brano poetico: il più antico canto in lingua nahuatl, testimonianza della sensibilità artistica degli antichi abitanti del Nicaragua (Poesía Libre, año 1, núm. 1, julio de 1981).
[Mariella Moresco Fornasier]
novembre 2001 |
La edad de la inocenciapor Sergio Ramírez
El mediodía del 20 de julio de 1979 las columnas guerrilleras entraron en triunfo a la Plaza de la República en Managua, bautizada ese mismo día como Plaza de la Revolución. En un formidable desorden, los combatientes llegaban a pie, en camiones militares, en autobuses requisados, subidos sobre el lomo de las decrépitas tanquetas arrebatadas a las tropas de la dictadura, y se revolvían con la multitud que estaba allí esperándolos para celebrar con ellos la gran fiesta de sus vidas. El Presidente títere Urcuyo Maliaños se había fugado tras los pasos del último Somoza, que se llevó al destierro las osamentas de su padre y de su hermano, y se había esfumado la Guardia Nacional, hija de la intervención militar norteamericana, los últimos oficiales en huir asaltando a punta de pistola a los aviones de la Cruz Roja, y los últimos soldados que quedaban en los cuarteles del Batallón Presidencial en la Loma de Tiscapa dejando en reguero sus uniformes, cananas, cantimploras y fusiles.
Los cinco miembros de la Junta de Gobierno que sustituíamos a Somoza, entramos por un costado de la plaza subidos a la cisterna de un camión de bomberos que dejaba oír hasta el aturdimiento su sirena, mientras los guerrilleros convertidos en nuestros escoltas improvisados disparaban al aire, desde los estribos y las barandas del camión, ráfagas nutridas de sus fusiles Galil orgullosos de su conquista, pues eran los fusiles israelitas de la guardia pretoriana de Somoza, y las descargas cerradas se multiplicaban por todos los ámbitos de la plaza como si los tiros que habían sobrado quisieran ser agotados de una vez, sonaban las campanas rotas de la vieja catedral desquebrajada por el terremoto de 1972, y gritos de alegría, aplausos en cascadas, consignas en coros, lágrimas que bañaban los rostros y risas como resplandores en los rostros bañados en lágrimas, una música de marimba que venía de los altoparlantes de una camioneta de anuncios callejeros que no podía abrirse paso entre las banderas, las pancartas, las sombrillas de colores, racimos de gente subida en los árboles del Parque Central vecino, en las cornisas y en las torres de la catedral, en las azoteas del Palacio Nacional.
Al
final de la celebración entramos en el Palacio Nacional porque el
Embajador del Presidente Carter, William Bowdler, empeñado todavía en su
papel negociador, insistía en que el Arzobispo de Managua, Monseñor Miguel
Obando y Bravo, debía traspasar el poder a la Junta de Gobierno; y
entonces me encontré en el vestíbulo con Regis Debray, en traje de safari
de un color kaki desvaído, las aureolas de sudor bajo las axilas. No lo
conocía más que por las fotos, y en una de ellas lo recordaba sentado en
el banco de la sala del tribunal militar en Bolivia, entre sus guardianes.
Sonriente, se atizó el bigote abundante, ya para decirme algo. Pero yo me
adelanté. Recordaba un artículo suyo de hacía pocos meses, no recuerdo si
en Le Monde, afirmando que las revoluciones armadas ya no eran
posibles.
En una foto de ese día, que alguien tomó al azar, yo aparezco abrazado a varios guerrilleros, entre ellos el comandante Elías Noguera, el lugarteniente más inmediato de El Zorro, con su sombrero de ranger al sesgo sobre los rizos oscuros, el barbiquejo amarrado a la barbilla. Él se ve flaco, y yo me veo flaco y peludo, un cabello de semanas sin cortar, el ancho cinturón de baqueta sosteniéndome los bluyines; y sumada al grupo, sonriente, también abrazada a nosotros, está una mujer del pueblo, muy pobre, el pelo abundante revuelto en greñas, en su blusa una escarapela improvisada, dos trozos de tela arrancados quién sabe de qué vestidos viejos y cosidos para formar la bandera sandinista, la bandera que Sandino había levantado por primera vez en las montañas de las Segovias al empezar su guerra contra la intervención extranjera en 1927; y el rostro de esa mujer, en el contraste de la foto en blanco y negro, al verla ahora, tiene la majestad que sólo la historia pone a los rostros, y que parecen más contemporáneos mientras más se alejan. |
Il paese sotto la pelledi Gioconda Belli
Ogni tre o quattro mesi ritorno in Nicaragua. Appena arrivata vengo presa dal vortice delle cose da fare, dal telefono che suona senza posa, dagli amici che vengono e mi mettono al corrente degli ultimi intrighi politici, delle ultime lotte, dei loro progetti, amori, odi, delle loro perplessità. Delle possibilità future che si intravedono appena. Mi sistemo e continuo le battaglie che non mancano mai, quelle che mi hanno portata a lasciare il Fronte Sandinista e a unirmi a un movimento per rinnovare il sandinismo a partire da una proposta etica che rifiuta l’opportunismo e la filosofia del fine che giustifica i mezzi. Continuo a essere una cittadina qualsiasi del mondo, fervidamente convinta che il nostro pianeta sopravviverà soltanto se si riuscirà a dare un equilibrio alle assurde disuguaglianze che creano discriminazioni. Ora ho una casa piccola e accogliente a Managua, in un luogo dal quale si vede il mio amato paesaggio. Non appena guardo i vulcani e il lago, la mia anima si riappropria del corpo e godo della sensualità conosciuta e familiare, dell’aria e dei suoni del tropico delle mie passioni. Il mio essere sociale si riconosce negli altri per la storia comune che abbiamo condiviso, per le esperienze collettive che sono ancora, oggi come ieri, una fonte di forza e di soddisfazione. Le mie radici assorbono nutrimento dal calore, dai tramonti di fuoco. Ora che ho vissuto la mia vita fino a questo punto posso affermare che non c’è niente di donchisciottesco né di romantico nel voler cambiare il mondo. E’ possibile. E’ il mestiere al quale l’umanità si è dedicata da sempre. Non concepisco una vita migliore di quella vissuta con entusiasmo, dedicata alle utopie, al rifiuto ostinato dell’inevitabilità del caos e dello sconforto. Il nostro mondo, ricco di potenzialità, è e sarà il risultato dello sforzo che noi, i suoi abitanti, gli consacreremo. Come la vita che sorse da processi di adattamento e di modificazione, il sistema sociale che ci porterà a realizzare pienamente il nostro potenziale come specie sorgerà dai flussi e riflussi delle lotte e dagli sforzi collettivi, nelle diverse regioni del pianeta. Il futuro è una costruzione che si realizza nel presente, e per questo concepisco la responsabilità verso il presente come l’unica responsabilità seria verso il futuro. L’importante, me ne rendo conto ora, non è vedere tutti i propri sogni realizzati, ma continuare ostinatamene a sognarli. Avremo nipoti e avranno a loro volta dei figli. Il mondo continuerà e la sua rotta non ci sarà estranea. La stiamo decidendo noi giorno dopo giorno, che ne abbiamo coscienza o no. I miei morti, le mie morti, non sono stati inutili. L’esistenza è una corsa a staffetta lungo una strada infinita. Negli Stati Uniti, come in Nicaragua, sono la stessa donchisciotte che ha appreso, nelle battaglie della vita che, se le vittorie possono essere un miraggio, possono esserlo anche le sconfitte. |
Salmo 5por Ernesto Cardenal
Escucha mis palabras oh Señor.
Oye mis
gemidos. Escucha mi protesta. Porque no eres tú un Dios amigo de los dictadores Ni partidario de su política Ni te influencia la propaganda Ni estás en sociedad con el gangster. No existe sinceridad en sus discursos Ni en sus declaraciones de guerra.
Hablan de paz en sus discursos mientras aumentan su producción de guerra Hablan de paz en las Conferencias de Paz Y en secreto se preparan para la guerra.
Sus radios mentirosos rugen toda la noche. Sus escritorios están llenos de panes criminales
y
expedientes siniestros. Pero tú me salvarás de sus planes. Hablan con la boca de las ametralladoras. Sus lenguas relucientes son las bayonetas ... Castígalos oh Dios malogra su política Confunde sus memorandum
impide
sus programas. A la hora de la Sirena de Alarma tú estarás conmigo tú serás mi refugio
el día de la Bomba. Al que no cree en la mentira de sus anuncios comerciales ni en sus campañas publicitarias ni en sus campañas
politicas tú lo bendices. Lo rodeas con tu amor como con tanques blindados. |
Poesía Libre
Editorial
Esta es y será una revista exclusivamente de poesía, para divulgar poesía y para que el pueblo nicaragüense pueda encontrarse y confrontarse con la poesía. Poesía libre, es decir, poesía en la libertad y por la libertad nicaragüense y sandinista. Poesía en libertad, y por tanto en invención de formas expresivas y conjugando tendencias diversas. Aquí alcanzarán poemas en prosa y verso y en forma de diálogos, de cartas o epístolas y testimonios. Todo lo que sea palabra creadora o creación con la palabra. Poesía pidiendo vía libre desde el pueblo para abrazarse con su pueblo y para arrastrar y arrasar con los poetas de todas las edades y generaciones nicaragüenses, latinoamericanas y universales. Aparecerá mensualmente o las veces que la poesía necesite salir o el pueblo necesite de poesía.
Cantos de los
Nicaraguas
Iniciamos la publicación de la revista Poesía Libre con este poema que es el más antiguo que se conoce de Nicaragua. Fue traducido del nahuatl por el gran nahuatlista mexicano Angel María Garibay y publicado en su libro Llave del Nahuatl. Este poema sería hecho cuando comenzaba la larga noche de la conquista. Pero ahora para todos lo Nicaraguas el amanecer ya dejó de ser una tentación.
Cuando se mete el sol mi señor, mi señor, me duele, me duele el corazón. Murió, no vive el sol, el fuego del día. Te
quiero, yo te quiero fuego del día, sol no te vayas. Mi corazón, mi corazón llora. Fuego del día no te vayas, no te vayas fuego. Se fue el sol. Mi corazón llora. |
Los dos Caballeros Andantespor Augusto Roa Bastos
Augusto Roa Bastos, uno dei più grandi protagonisti della letteratura latinoamericana, è il simbolo stesso del suo Paraguay, distrutto e dominato da dittatori che, dopo averne causato la rovina, lo hanno trasformato in un enorme carcere per qualunque voce dissidente. Roa Bastos, ormai ottantacinquenne, ha scritto tutta la sua opera negli oltre quarant'anni di esilio, conclusosi solo alla fine degli anni Ottanta con la caduta del dittatore Alfredo Stroessner, al potere dal 1954.
Nel 1989 si verificarono due eventi molto importanti per il paese: la destituzione di Stroessner e la conseguente possibilità del rientro in patria di molti esiliati, tra i quali lo stesso Roa Bastos, e il conferimento a quest'ultimo del Premio Cervantes, un importantissimo riconoscimento alla sua opera.
Tra i suoi romanzi, quello che
gli ha dato celebrità a livello internazionale è stato Yo el
Supremo, ispirato alla figura di Don José Gaspar Rodríguez de Francia,
primo dittatore del Paraguay.
[Mariella Moresco Fornasier]
(il testo che segue è un estratto dell'intero discorso)
La concesión
del premio me confirmó la certeza de que también la literatura
es capaz de ganar batallas contra la adversidad sin más
Hace un momento hablaba de un hecho que me enorgullece: el haber
plasmado mi novela Yo el Supremo en el modelo del Quijote
con esa apasionada fidelidad que puede llevar a un autor a inspirarse en
las claves internas y en el sentido profundo de las obras mayores que nos
influyen y fascinan. El núcleo
generador de mi novela, en relación con el Quijote, fue la
de imaginar un doble del Caballero de la Triste Figura cervantino y
metamorfosearlo en el Caballero Andante de lo Absoluto; es decir, un
Caballero de la Triste Figura que creyese, alucinadamente, en la escritura
del poder y en el poder de la escritura, y que tratara de Imaginé que este
vicediós del Poder hubiese leído la sentencia que
se lee en el Persiles: "No desees, y serás el más rico
hombre del mundo". Cervantes lo deseó todo y fue el hombre más pobre del
mundo, al menos en lo material, pero volvió ricos a los hombres de todos
Mi Caballero
Andante, tocado por la locura iluminista, luchó también
con gigantes y fierabrases que salían a combatirle no desde los
libros de caballería, sino desde la concreta realidad de los pueblos
Místico
extraviado en los laberintos de su ínsula terrestre, el
Mi expectativa, en tanto autor, era ver
estallar esta entidad del El protagonista
de mi novela, inspirado en el personaje central de
Desde esos estados de la vida más allá de
la muerte, de los que habla el Dante,
desde ese solio de transmundo instalado en una cripta, donde moraba como
un yacente y sombrío Dios Término, subía esa voz, ese monólogo críptico
inacabable: la palabra oral dictada
Rencorosos ventadores quisieron en vano
arrancar la raíz de esa
Vayamos al
fin del imposible paralelo entre los dos personajes
Don Quijote
continúa cabalgando, "desfaciendo entuernos", enamorado
Don Quijote,
disuelto en Alonso Quijano o Quijada -del que es
Alonso
Quijano o Quijada (no Don Quijote) acepta la derrota de los
El símbolo de
esta derrota final no es entonces sino la ceniza de la No pudo
entrar Cervantes en América, pero sí lo hicieron sus libros
Los hechos
culturales producen a veces estas incógnitas
He solido
pensar -para encontrar las razones de esta ausencia
Lo cierto es
que el Quijote tampoco pudo entrar en Paraguay. No se
Ya en el
periodo independiente, y convertida en la nación más
Alguna
conseja de la tradición oral murmura en mi país que, en algún
De la
aventura teológica, no quedó más que el atril en el ruinoso
Esas velas de una tenaz vigilia,
de una perpetua vela de armas,
En la certidumbre de que no podía
ser otro el libro, yo no hice más |
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